Martedì, 05 Luglio 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Siria, anche francesi
e inglesi hanno
cambiato bandiera


di Piero Orteca
assad, orteca, Sicilia, Archivio

  Contrordine, compagni. Per risolvere la guerra siriana, dopo quasi 120 mila morti, che gridano vendetta (vi risparmiamo la conta dei feriti e la quantificazione delle distruzioni), i Premi Nobel delle Cancellerie europee hanno trovato la soluzione: sono passati armi e bagagli dall’a ltro lato, quello di Assad. Già ci aveva pensato Obama a gettare a mare con tutte le scarpe i ribelli, rinnegando la dottrina della “esportazione della democrazia” con un giro di valzer degno delle musiche di Strauss. La Casa Bianca se l’era cavata con un semplice: “Sorry a tutti, ma finora abbiamo scherzato”. Adesso, invece, alla congregazione dei flagellanti, che si pentono clamorosamente dei loro peccati diplomatici (sotto dettatura americana e senza pagare pegno) si aggiungono Francia, Regno Unito, Germania e Spagna. La notizia, che la dice lunga sulla chiarezza di idee che prospera nei pensatoi della “foreign policy” o c c i d e n t ale, è stata data dagli inferociti israeliani, i quali cominciano a camminare con le spalle appiccicate ai muri, perché non sanno più da chi guardarsi. Dunque, alti esponenti dei servizi segreti dei Paesi di cui sopra si sono incontrati nientemeno che con lo stesso presidente Bashar al Assad, “per concertare strategie comuni utili a combattere i fondamentalisti islamici”, cioè i loro alleati fino ad avant’ieri. La notizia-bomba (termonucleare, visto il significato) fa calare una pietra tombale sulle speranze dei ribelli di rovesciare il regime di Damasco. E infatti, da un po’ di tempo, sul campo, si assiste a un vero e proprio minestrone di combattimenti, nei quali la confusione regna sovrana. Tutti contro tutti, insomma, e chi ci capisce qualcosa è bravo. Fonti di agenzia riportano che, negli ultimi giorni, è di oltre mille morti il bilancio degli scontri “tra rivoltosi” nel nord della Siria. In pratica, si stanno scannando tra di loro, “moderati” contro jihadisti legati ad al Qaida. Ne dà notizia l'Osservatorio per i diritti umani (Ondus). Tra gli uccisi 608 sono ribelli, 312 membri dell'organizzazione qaidista “Stato islamico dell'Iraq e del Levante” (Isis) e 130 civili. E qui bisogna tornare, per chiarirci ulteriormente le idee, su un’analisi fatta nelle scorse settimane. Lo tsunami militare che ha portato le forze di al Qaida in Irak a grandi vittorie nell’area di Ramadi e Falluja ha avuto immediate ripercussioni anche in Siria. Un’alleanza di milizie islamiche siriane anti-regime è stata formata nelle regioni settentrionali di Aleppo e Idlib, con l'obiettivo esplicito di combattere proprio i mercenari di al Qaida che s’infiltrano da sud e da est. La presenza di gruppi jihadisti anti-Assad, infatti, ha compromesso la solidità del fronte che si oppone al governo di Damasco. Molti capi “moderati” pensano che il timore di infiltrazioni terroristiche di stampo qaidista finisca per raffreddare definitivamente le simpatie dell’O c c idente, in generale, e dell’America in particolare. La nuova formazione sunnita che si oppone agli estremisti si chiama “Esercito dei combattenti per la Jihad” e la sua costituzione è stata annunciata in corrispondenza con una vasta offensiva ad Aleppo e Idlib. Allargando le porzioni di territorio controllate finora “a macchie di leopardo, le brigate di al Qaida hanno creato un corridoio che da Ramadi (110 chilometri a ovest di Baghdad) porta alla città siriana di Al-Raqqah (circa 160 chilometri da Aleppo). Questo vuol dire poter “esportare” la guerra fino al cuore del regno di Bashar al-Assad, coinvolgendo iraniani, hezbollah (sciiti) e sunniti moderati. Naturalmente, le cose non si sono girate sottosopra da un giorno all’altro. Sono ormai mesi che il vento è cambiato, da quando la “cosca perdente” degli adviser di Obama non è riuscita a fargli sparare manco un missile, ma che diciamo, nemmeno un tric-trac, tra i piedi di Assad. Da allora, la Casa Bianca ha avuto un chiodo fisso: sfruttare la crisi siriana per ammortizzare le scoppole prese con la “Primavera araba”, quando è saltato il banco delle alleanze e c’è stato lo scappa-scappa. Gli egiziani sono passati coi russi, i sauditi hanno cominciato a camminate per conto loro, i libici si sono infognati in una sanguinosa guerra tribale, gli irakeni vanno a letto con pigiama e kalashnikov, gli israeliani guardano di sguincio Obama e non capiscono se, come dicono a Roma, “ci è o ci fa”. E il resto della Mezzaluna? Un manicomio diplomatico a cielo aperto. Il venerdì prima dell’attacco programmato contro la Siria, Obama se l’è pensata, ha seguito il suo istinto, e ha cercato di allungare il brodo per poi cambiare: ha scelto Teheran come partner privilegiato, per raffreddare la crisi siriana e anche per risolvere definitivamente il rompicapo nucleare con gli ayatollah. Passando, parliamoci chiaro, dal lato di Assad. Sia il Segretario di Stato Kerry che il Ministro della Difesa, Chuck Hagel, sono stati tenuti a “bagnomaria” d urante la stesura del piano segreto con l’Iran, mentre il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice, ha addirittura fatto una scenata di quelle storiche, per non essere stata consultata adeguatamente. In sostanza, il presidente si è appoggiato solo su pochissimi intimi. Tra i quali, il direttore della Cia, John Brennan, il capo dello staff della Casa Bianca, Denis McDonough, e il suo “adviser” più stimato, David Axelrod. Così la tanto reclamizzata “Primavera araba” ha finito per trasformarsi, definitivamente, in una lotta all’ultimo sangue tra gli sciiti e la galassia sunnita, spaccando pericolosamente in due il Golfo Persico. Da allora gli Usa hanno cominciato un progressivo e veloce riavvicinamento agli iraniani e, per la proprietà transitiva, al governo siriano. Il tutto mediato da compare Putin, il quale avrà lo sguardo accattivante come quello di un mamba nero, però ha anche un pacchetto di neuroni che gli camminano a cento all’ora. Bene, da allora gli aerei da trasporto Antonov vanno e vengono (indisturbati) da Mosca scaricando a Damasco di tutto e di più, tra cui diavolerie per la guerra elettronica e “drones”, aerei senza pilota. Facendo così violano gli impegni che erano stati presi per dare il via alla Conferenza di pace di Ginevra. Gli americani lo sanno, ma fanno finta di niente “perché non hanno prove”. E perché, aggiungiamo noi, se anche le avessero sarebbe la stessa cosa. Gli israeliani, intanto, fremono. La “strana coppia” Usa-Iran rischia di mandare all’aria molto del loro potere contrattuale nella regione. Il Ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, ha convocato gli ambasciatori di Italia, Gran Bretagna, Francia e Spagna, per “chiarimenti sul conflitto israelo-palestinese”. Secondo il ministero, le posizioni di questi Paesi “non sono equilibrate”. D’altro canto, la paura fa novanta, perché gli attacchi terroristici sono ormai diventati pane quotidiano. Almeno 7 persone sono morte e 15 sono state ferite da un razzo sparato dalla Siria e caduto ieri sul villaggio libanese di Arsal. Arsal è a maggioranza sunnita ed è solidale con la rivolta in Siria. Ieri una ventina di razzi hanno colpito anche altre località libanesi, compresa la regione di Hermel, bastione di Hezbollah alleato di Damasco. Un secondo attacco è stato condotto contro un gasdotto ad al Rissane, nel centro della penisola del Sinai, causando l'interruzione del flusso di gas naturale. Insomma, sembra proprio il caso di confessarlo, forse si stava meglio quando si stava peggio, prima di una “P r i m avera” che ha fatto rapidamente congelare tutti gli entusiasmi.  

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