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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Crisi, tecnologia,
disoccupazione e… “professori”


di Piero Orteca

  Se uno deve andare dal medico tutte le mattine, certamente non vende salute. Beh, il capitalismo “g l o b a l i zzato”, ormai, si è ridotto proprio così: si comporta come un vecchio reduce di guerra, onusto di glorie e di allori (si fa per dire), col petto pieno di medaglie e nastrini, ma con una gamba sciancata e con i reumatismi che non lo fanno dormire la notte. Ergo, oltre a farsi un bel check-up un giorno sì e l’a ltro pure, il nostro sistema sociale deve tirare avanti a via di pillole d’ogni tipo, bottiglioni di flebo e punture fatte con l’ago del materassaio. Insomma, a farla corta, arranca. La crisi finanziaria non è stata un incidente di percorso. No, il capitalismo i ciclici sfracelli li porta scritti nel Dna. Per chiarirci: siamo arrivati a una svolta epocale, una curva pericolosa che Stati e biscazzieri in doppio petto (che hanno fatto il nido in banche, bancone e bancarelle), fregandosene del pericolo, hanno affrontato a tutta velocità. Andandosi a spiaccicare contro un muro di calcestruzzo e facendo pigliare anche a tutto il resto della compagnia, a cominciare dai più deboli (pensionati, giovani, disoccupati) una botta di quelle che ti lasciano tramortito. Si diceva degli esame del sangue che il capitalismo è obbligato a farsi tutte le mattine. A Davos, in Svizzera (e ti pareva!), si riuniscono ogni anno quelli che potremmo definire gli “stati generali” della finanza mondiale. Come è successo la settimana passata. Primi ministri, politici di alto lignaggio, politicanti di oscuri natali, Premi Nobel, giornalisti e, “in cauda venenum”, molti illustri banchieri (ancora a piede libero). Tutti a spaccare il capello in quattro, per cercare di spiegare agli altri quello che non hanno capito loro, viste le condizioni in cui ci hanno ridotti. Si parla in libertà, si azzardano pindariche interpretazioni della crisi, ci si confronta in “panel” di fuoco su problemi (per gli altri) di scottante attualità, si spendono analisi infarcite di tronfio ottimismo (tranne qualche lodevole eccezione) e poi si ritorna a casa gabbati e contenti, felici e orgogliosi di aver partecipato alla kermesse mondiale di chi parla di disoccupazione strafogandosi di ostriche e ingollando champagne. Se poi andate a leggervi i “report” del Forum di Davos ci trovate tutto e il contrario di tutto. Un manicomio di diagnosi, prognosi e terapie che, se opportunamente esplicitate, farebbero scappare qualsiasi ammalato dal proprio letto con le bende penzoloni. A noi interessavano soprattutto i pareri sulla disoccupazione, specie quella giovanile. Beh, non è che tutti i cantanti abbiano seguito lo spartito del coro, fatto di note mielate e di una cofanata di tarallucci e vino. Il chairman di Google, ad esempio, Eric Schmidt, ha voluto ribadire, anche ai più stupidamente ottimisti, che il lavoro sarà “il problema dei problemi” per i prossimi trent’anni. Il motivo, crisi a parte, è vecchio quanto il cucco e si chiama “tecnologia”. Più macchine e maggiore automazione si tradurranno in una semplice equazione, per cui sempre più occupati della classe media perderanno il posto Non è un ragionamento “luddista” caro agli storici dell’economia, ma la fredda (e cinica) constatazione dei fatti. Lo hanno già scritto “guru” illustri come Jeremy Rifkin: una società industriale ingessata dalle “r i g idità di sistema” fatica a diventare “post-industriale”. Che vuol dire? Tradotto più semplicemente significa che l’introduzione di tecnologia espelle forza-lavoro e aumenta la produttività, formando reddito. La ricchezza prodotta dovrebbe creare le condizioni per investimenti nei servizi (istruzione, turismo ambiente etc.), consentendo di ricollocare (si chiama re-hiring) chi ha perso il posto nell’industria e di aprire le porte ai giovani, che non hanno mai lavorato. Tutto questo sulla carta. Perché tale processo di “t e r z i arizzazione dell’economia” spesso non funziona. Questione di “tempi” dicono i Premi Nobel. Cioè, la velocità con cui si mette la gente sulla strada è nettamente superiore alla flessibilità che ha il sistema di riassorbirla. Prendiamo il caso dell’Italia. Licenziare è molto più facile di assumere. Perché una burocrazia borbonica mette sempre i bastoni tra le ruote di chi vuole fare impresa. Firme, timbri, autorizzazioni fini a se stesse, procedure bizantine, verifiche bislacche, codicilli da stanare con la lente d’ingrandimento e chi più ne ha più ne metta. E poi c’è la crisi, che ha fatto saltare il banco. Anzi, il ticchio alle banche. Che prima spendevano e spandevano e ora non ti sganciano un mutuo manco se ti presenti con la musica. Morale della favola: se perdi il posto ti attacchi al tram, dato che il sistema è “conservativo” e ti nega, nei fatti, un’altra opportunità. Insomma, la “t e r z i a r i z z a z i one dell’economia” specie in Italia, non cammina. È una corsa, prosegue Schmidt, tra i computer e le persone, dove le seconde rischiano di perdere sempre perché mancano di un altro requisito fondamentale: la qualificazione. Chi viene licenziato (diciamo per il perverso connubio tra crisi e tecnologia) per trovarsi un lavoro diverso dev’essere “adattato”, cioè ha bisogno di nuove competenze specifiche, che spesso non ha. E qui veniamo all’altro grande buco nero dell’Unione Europea. La formazione. La scuola e le università, mediamente funzionano maluccio, ma in alcuni Paesi (tra cui il nostro) sono (sempre mediamente) un vero disastro. La presenza di eccellenze sta a significare che il resto, per una specie di legge del contrappasso, non è all’altezza. Gli insegnanti e il personale, spesso, fanno i salti mortali, ma le strutture sono carenti, gli strumenti scarsi e gli investimenti sono visti dallo Stato come una “perdita”. Una visione medievale del sapere come “optional” e non come valore aggiunto di una società moderna, utilissimo per “fabbricare” cittadini virtuosi, ma anche per dare una mano al reddito nazionale. Leggere, prego, il Discorso sullo stato dell’Unione di Barack Obama nel 2013 e le teorie (suffragate dai fatti) del Nobel per l’Economia James Heckman. Attenzione, però. Se qualcuno si è creato la convinzione che la tecnologia sia nemica del lavoro e abbia dichiarato guerra ai giovani è fuori strada. È proprio grazie al corretto e sapiente utilizzo dell’i n n o v azione che riusciremo a creare la società del futuro. Certo, con alcune doverose avvertenze. Schmidt osserva che oggi abbiamo straordinarie opportunità tecnologiche, capaci di massimizzare la produttività del lavoro per costruire una società post- industriale senza squilibri. Il problema vero è la flessibilità. “Scordiamoci – dice il chairman di Google – i modelli di occupazione come li abbiamo visti finora”. Non sappiamo se sia una profezia o una minaccia. A noi sembra, vista la fonte, più la prima che la seconda. Anche perché Schmidt dice che se gli Stati non creeranno le condizioni per lo sviluppo, presto le pere le pagheremo tutti. Specie i giovani. È il problema dei problemi, assieme a quello dei debiti pubblici statali (“sovrani”) e alla maldestra (e furbesca) conduzione del sistema bancario internazionale. Una tempesta finanziaria perfetta che ha contagiato irrimediabilmente l’economia reale, seminando il sentiero dello sviluppo di morti e feriti. Vittime della incredibile insipienza e supponenza di politici ed economisti ritenuti “di vaglia”. Il Nobel Paul Krugman li ha definiti dei “palloni gonfiati”. Si auto- considerano “very serious people” e pensano che la gente debba seguirli solo per l’immagine che hanno. Krugman scrive che l’Europa ne è piena, forse più degli Stati Uniti. Applicano le teorie di quando Berta filava e continuano a fare danni. Nelle accademie e nei governi. Poi vanno a Davos e discutono di disoccupazione giovanile. Tanto, la coscienza se la lavano con lo champagne.

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