Martedì, 31 Gennaio 2023
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Arabia, in arrivo le
bombe atomiche pachistane


di Piero Orteca

Il “nemico” del mio nemico? Diventa un amico. E l’amico del mio “nemico”? Beh, se proprio non è da odiare, quantomeno dev’essere messo in quarantena e trattato con le pinze. Insomma, fate voi, ma il concetto, vecchio quanto il cucco, ci sembra abbastanza chiaro. Poi, in questi tempi di certezze grame, di globalizzazione a sghimbescio e di relazioni internazionali costruite come un grattacielo sul bagnasciuga, le dimostrazioni concrete di cotanta “filosofia” di vita abbondano. Pigliate il Medio Oriente e il Golfo Persico. Ogni giorno se ne vede una nuova. Per ora, il rovesciamento delle alleanze è conclamato. Gli americani, dopo i disastri combinati con la “Primavera araba” hanno quasi perso l’Egitto e stanno disperatamente lottando per non farsi mandare definitivamente a quel paese anche dall’Arabia Saudita. Nel primo caso, hanno scelto il cavallo sbagliato, puntando sui “Fratelli Musulmani” di Mohammad Morsi e gettando a mare, come un ronzino qualunque, l’alleato di una vita, il “raìs” Hosni Mubarak. Sennonché, un colpo di stato di quelli in stile latino-americano (che erano tanto cari alla Cia), ha riportato al potere i militari. Lasciando Obama e i suoi 2.297 consiglieri a leccarsi le ferite e con una confusione mentale di quelle che ti fanno vedere cavoli per lampioni. Nel caso dei sauditi, invece, il discorso è un pochino più complicato. La cosca “vincente” dei 2.297 di cui sopra, ha convinto la Casa Bianca che scendendo a patti con l’Iran (sciita) si sarebbe, in un colpo solo, risolto il contenzioso nucleare con gli ayatollah, spianata la strada a un accordo sulla Siria e, miracolo!, gettata al Qaida (sunnita) nel bidone della spazzatura. Semplice, no? Fin troppo, forse. Dato che all’Arabia Saudita, nemico storico e acerrimo dei dirimpettai ayatollah, è saltato il ticchio. A Riad non hanno gradito la “disinvoltura”, diciamo così, con cui Obama ha zompato fulmineamente al di qua e al di là della barricata. Se il giorno prima si parlava di sotterrare di bombe Assad, il giorno dopo il “contrordine compagni” ha, praticamente, girato sottosopra il quadro siriano, e gli “amati ribelli”, infestati di terroristi di al Qaida, sono diventati il nemico pubblico numero uno. Come metterci una pezza? Per risolvere la rogna saudita, Obama ha pensato di farsi un viaggetto (in marzo) fino alla Penisola arabica, così, tanto per tastare il terreno. Con circospezione. Ma a Riad non perdono tempo di sicuro e si stanno attrezzando a fare qualche “sorpresina”. La funesta notizia (per gli americani) è che gli sceicchi sauditi avrebbero già fatto shopping nei supermercati delle armi indiani, giapponesi e, soprattutto, pachistani. Il capo di stato maggiore della Difesa di Isla- mabad, generale Raheel Sharif, è volato a Riad per definire i dettagli del patto con i sauditi. La stesura finale dell’agreement sunnita verrà approntata, invece, la prossima settimana, da re Abdullah e dal premier pakistano Nawaz Sharif. Diversi i punti principali dell’intesa. Il primo, cruciale, riguarda la disponibilità di bombe atomiche, che saranno cedute al governo di Riad. L’Arabia diverrà, così, una potenza nucleare, dato che gli ordigni saranno “parcheggiati” sul suolo della Penisola. Pronti all’uso, viene sinistramente e a scanso di equivoci specificato. Ne consegue (secondo punto) che unità pachistane opereranno in Arabia, mentre gruppi di specialisti sauditi verranno “istruiti” a Islamabad. Aerei da combattimento pachistani, in grado di trasportare e sganciare bombe atomiche (gli “Shaheen 11”, per l’esattezza) saranno venduti agli sceicchi. Consiglieri pachistani formeranno equipaggi misti, per garantire il controllo assoluto della situazione. E, ultimo, ma altrettanto importante (e non solo da un punto di vista meramente simbolico), ben due divisioni corazzate, in arrivo da Islamabad, presidieranno le regioni costiere saudite, ricche di pozzi di petrolio, “contro possibili invasioni esterne”. Cioè, tanto per non andare lontano, come prima linea di difesa contro ipotetici “colpi di testa” iraniani. D’altro canto, dicono gli esperti, non sarebbe la prima volta. Già nel ’79, quando gli ayatollah presero il potere, truppe di Islamabad furono dislocate in Arabia, per evitare sgradite sorprese. E da allora, fiumi di petrodollari in partenza da Riad sono finiti nelle assetate casse pachistane per sostenere il programma atomico di quel Paese, culminato nella realizzazione del primo “gingillo” nel 1996. Inoltre, i due alleati sunniti, hanno stabilito di condurre, periodicamente, esercitazioni congiunte di “war games” (“giochi di guerra”). Per essere pronti a tutto. La strategia comune non si limita al Golfo, ma prevede anche scenari “allargati”, che comprendono l’Afghanistan del cosiddetto “dopo-sganciamento” Usa. In definitiva, i soldi dei sauditi potrebbero servire a foraggiare, ammorbidire e tenersi buoni i talebani. Che, dopo dieci anni di guerra, un Everest di morti e il conseguente scappa-scappa statunitense (ed europeo) si riprenderanno Kabul. Insomma, abbiamo scherzato. Va ricordato che, fino all’altro giorno, i pachistani avevano deciso di gestire la transizione post-americana (detto così fa fino, ma in pratica è un “si salvi chi può”) assieme agli iraniani. Adesso, nell’ambito della rinnovata politica estera occidentale, che assomiglia sempre più al quadro di un pittore astrattista in crisi di nervi, anche loro hanno cambiato amici, parenti e vicini di casa. Mentre Obama flirta con gli ayatollah e tratta segretamente con diversi gruppi talebani, a Islamabad ne hanno piene le tasche dello scomodo partner a stelle e strisce, che cambia idea una mattina sì e l’altra pure. La soluzione? Allearsi con i conti correnti degli sceicchi, i quali sono capaci di comprarsi armi micidiali a ogni angolo di strada. Secondo gli israeliani, i sauditi, per esorcizzare la minaccia di Teheran (divenuta, ormai, la loro nevrosi ossessiva) sarebbero andati a bussare al portone dei giapponesi e a quello degli indiani, offrendo basi navali nel Golfo Persico e, persino, nel Mar Rosso. Dopo aver chiesto “permesso” ai pachistani (i cui rapporti con New Dehli sono gelidi) l’Arabia ha proposto agli indiani di insediarsi nel porto militare situato accanto al terminale petrolifero di Ras Tanur. Lo stesso discorso finora fatto per i sauditi, vale per l’Egitto, il quale ha progressivamente preso le distanze da Obama, riavvicinandosi di gran corsa ai vecchi amici di Mosca. Il generale El Sisi, nuovo uomo forte del regime militare, che ha sbattuto in prigione l’islamico presidente Morsi (regolarmente eletto), è andato a omaggiare Putin. Chiedendogli di allargare i cordoni della borsa e di aprire i cancelli degli arsenali militari. Tra le altre cose, El Sisi avrebbe annunciato proprio a Putin di volersi candidare alla presidenza della repubblica egiziana, ottenendo immediatamente gli “auguri” dal Cremlino. Il Cairo aveva già chiesto, lo scorso novembre, ai russi, forniture militari di “ultima generazione”. In particolare, aerei da caccia Mig 29, elicotteri da combattimento e missili superficie-superficie a lungo raggio. Ora si aggiunge un’ultima gentile petizione: batterie di sofisticatissimi vettori anti-aerei S300. L’obiettivo di El Sisi è quello di modernizzare radicalmente le forze armate egiziane, facendole diventare (assieme a quelle israeliane, è ovvio) un formidabile strumento per sostenere le ambizioni del suo Paese in politica estera. Bisognerà vedere fino a che punto vorranno spingersi i russi, prima di accogliere le richieste del nuovo (e insperato) alleato. Che passa per essere un tipo non fra i più affidabili. Almeno a sentire certi spifferi che raccontano delle telefonate con John Kerry e Barack Obama. Dove i suoi “sì” diventavano “no” dopo cinque minuti, mentre i “non lo so” venivano pronunciati prima ancora che partissero le domande.

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