Martedì, 31 Gennaio 2023
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MILAZZO

I 100 anni del soldato Caravello

E’ rimasto l’unico superstite dei prigionieri del campo di concentramento di Zondewater, in Sudafrica ma 70 anni dopo la sua mente ricorda tutte le vicende della seconda guerra mondiale che lo videro protagonista sul campo. Giovanni Caravello, milazzese che lunedì sera ha festeggiato i 100 anni è ancora oggi un “vero soldato”, un combattente che ama la vita. Un centenario che non solo gode di buona salute – spesso esce di casa per fare una passeggiata nella vicina piazza San Papino – ma di una lucidità disarmante, pronto a far rivivere a parenti ed amici quelle sue esperienze con la divisa in Egitto, nel deserto libico e poi le fasi della prigionia in Inghilterra ed in Sudafrica. Ci accoglie nella sua abitazione di via Risorgimento, attorniato dai parenti e dalla nipote Cettina Corso, sempre entusiasta di ascoltare la sua storia. Lunedì la sua abitazione è diventata troppo piccola per accogliere tutti coloro che l’hanno voluto festeggiare. Il sindaco Carmelo Pino gli ha consegnato la medaglia ricordo del Comune, congratulandosi col concittadino longevo, mentre l’attuale direttore delle Poste, Paolo Caruso ha portato il ricordo del padre Antonino, che con lui era militare nella missione africana. Quarto di otto figli, ha iniziato a lavorare sin dall’età di 15 anni, facendo il muratore ma anche l’aiutante nella tonnara del Tono.  Quando scoppia la guerra viene chiamato alle armi (aveva fatto il militare in Marina) e viene mandato prima a Tripoli e poi a Tobruk col Regio esercito.  “Le cose erano cominciate bene per noi, ma poi gli inglesi, meglio organizzati anche come armi – afferma Giovanni – ci hanno sopraffatto e nel ’41 siamo diventati prigionieri di guerra. Dopo due anni di prigionia in Egitto ci hanno portati a Giarabub, quasi ai confini col Sudan, poi dall’Africa siamo stati trasferiti in Inghilterra a Bristol e solo a quel punto la mia famiglia a Milazzo ha saputo che ero stato fatto prigioniero”.  Tante difficoltà – che Caravello ricorda con la consueta lucidità – sino al definitivo spostamento in Sudafrica a Zonderwater, dove la nave arriva dopo  un lungo viaggio passando attraverso il Kenya. Ventimila prigionieri in un campo di concentramento in condizioni spesso disumane. La situazione peggiora quando anche in Italia si registra lo scontro tra tedeschi, fascisti e partigiani. “Ognuno di noi veniva etichettato – prosegue il “nonnino” milazzese – e per evitare ho scelto, si poteva fare, di andare a lavorare da prigioniero, presso persone importanti di quel Paese. Sono finito in un albergo a Belfontaine, a fare il manutentore e ricevevo come paga una sterlina a settimana. Ma ben presto con la proprietaria, la signora Elena Anderson si è stabilito un ottimo rapporto, si è assunta la responsabilità della mia persona e le cose sono andate bene”. Poi però arriva l’armistizio e quindi i prigionieri sono liberi di rientrare in Italia. E’ stato il momento della scelta per molti e anche per Giovanni Caravello. “Ero indeciso – afferma – ma a Milazzo avevo la fidanzata (Maria Maio, diventata poi sua moglie e scomparsa venti anni fa) e così ha vinto il cuore, Ma quando sono rientrato a casa ero disorientato. Ho mantenuto per qualche anno il contatto, tramite lettere con quella donna, ma poi tutto è finito e ho iniziato la mia nuova vita (dal matrimonio è nato un figlio, Franco) lavorando come muratore prima e costruttore poi. Oggi sono qui, mi sento ancora bene e spesso ripercorro come in un film la mia vita. Un desiderio? Sinceramente ne ho più di uno: i incontrare i familiari di quella donna a Belfontaine, ma anche i congiunti del colonnello Castagna (originario di Caltagirone) col quale ho combattuto a Giarbub e soprattutto ritornare in Sudafrica. Sì, anche a 100 anni vorrei fare questa esperienza”. E crediamo che un tale desiderio vada esaudito!

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