Mercoledì, 08 Dicembre 2021
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Nigeria, vulcano
pronto a esplodere


di Piero Orteca

Quasi 180 milioni di persone sedute sull’orlo del cratere di un vulcano che potrebbe esplodere da un giorno all’altro. Parliamo della Nigeria, supergigante africano in continua fibrillazione per motivi etnici, sociali, economici e, soprattutto religiosi. Questo Paese, in pratica, è in guerra civile permanente, perché è spaccato in due come se fosse stato tagliato con la lama di un coltello: a nord della linea immaginaria di demarcazione i residenti sono musulmani, a sud, invece, la popolazione è animista e cristiana. Nel mezzo ne stanno succedendo di tutti i colori, con attentati, uccisioni a casaccio, rapimenti, assalti alle chiese (ma anche a qualche moschea) e chi più ne ha più ne metta. Una specie di replica in fotocopia del Sudan (che infatti ha finito per essere smembrato), ma con una differenza non da poco. La Nigeria ha una popolazione moltiplicata per quattro, il che significa che le rogne, in caso di “e s p l osione”, aumenterebbero all’ennesima potenza. Quali? Una, in primis, è inutile nascondersi dietro un dito: un’ondata migratoria di proporzioni bibliche che si spanderebbe a macchia d’olio in tutto il Continente Nero. E oltre. Insomma, ci siamo capiti; la stabilità della Nigeria interessa non solo ai nigeriani, ma anche e soprattutto agli europei. Al confronto, i problemi che stiamo affrontando (noi italiani, dato che a Bruxelles ronfano o sono girati dall’altro lato), con i flussi migratori nel Canale di Sicilia, sono bazzecole. Non vogliamo fare numeri (dovremmo parlare di milioni), ma a buon intenditore in genere bastano poche parole, anche se ai politicanti le cifre danno fastidio. Si riempiono la bocca di blablabla e poi si esercitano nel loro sport preferito: lo scaricabarile, dal basso fino ai sacri palazzi dell’Unione Europea. Dove una mandria di funzionari superstipendiati ascoltano, valutano, si riuniscono, consigliano e poi riferiscono ai politicanti, che replicano la stessa procedura all’infinito. Prima di arrivate fino alla Commissione, dove una manica d’incapaci, (con la “capa” Mrs. Cecilia Malstroem, che porta la bandiera) incollati col mastice alla poltrona, assolutamente chiusi (mentalmente) in uno spazio che equivale a quello della boccia per i pesci rossi, emana con sussiego qualche strampalata circolare e torna a cianciare di accoglienza, respingimenti e diritti d’asilo, tanto per lavarsi la coscienza e giustificare il posto che occupa. Incredibile ma vero, funziona così, come il gioco dell’oca. La paperella, quando ha finito il suo giro, torna alla casella di partenza. E tutti vissero felici e contenti, meno i disperati che scappano, è ovvio (moltissimi sono donne e bambini), e la Sicilia e i siciliani che cominciano a barcollare sotto il peso dell’emergenza umanitaria. Ma, già lo temiamo, (anzi, lo sappiamo), cotanta zavorra burocratica sarà svegliata, un giorno o l’altro, da un boato, da un terremoto di nono grado Richter o da un flusso piroclastico di quelli che cancellarono Pompei ed Ercolano. In arrivo da dove? Forse dalla Nigeria, o forse dal Sahel. O magari dal Medio Oriente. Insomma, il messaggio è chiaro: il Trattato di Dublino sulla disciplina dei flussi migratori è una presa per i fondelli. Anzi, peggio. È uno sfonda-piedi per i Paesi come il nostro, che sono la marca di frontiera dell’U n i one e che vengono lasciati a sbrigarsela da soli. Tanto, chissenefrega (è solo un esempio) in Danimarca dei barconi carichi di disperati che arrivano dalla Libia? E a dirla tutta, perché, purtroppo, dobbiamo bere il calice fino alla feccia, i lettori devono anche sapere che “Frontex”, l’Agenzia sul controllo delle frontiere che si sono inventati a Bruxelles, costa (di soli stipendi) quanto una Ferrari, ma arranca come una Moto Ape sulle rampe dello Zoncolan (guardare i bilanci, prego). In parole povere, dove la pigli pigli, la barca comunitaria sembra un vecchio caicco roso dai tarli che fa acqua da tutte le parti. La situazione (per noi) è mutata, e di molto, dopo la caduta di Gheddafi. La Libia è da un pezzo il “terminal” di un collettore ad ansa che raccoglie i flussi migratori in arrivo dall’A f r ica Sub-sahariana e dal Sahel (Nigeria, Somalia, Eritrea, Etiopia, Sudan e quant’altro). Il meccanismo è molto complesso ed è controllato dai vari governi che, scaltramente aprono e chiudono la valvola delle frontiere, da sistemi di controllo inesistenti o largamente corrotti e da bande armate di predoni che organizzano, disciplinano e si passano (a peso d’oro) le carovane dei migranti. I quali sono costretti a pagare tariffe esorbitanti per essere “a c c o m p agnati” in Libia. Gheddafi, furbo e senza scrupoli, usava i flussi migratori come arma di ricatto. Anche lui apriva e chiudeva la valvola a convenienza (accordi sottobanco, denari, business, appoggi politici). Negli ultimi anni del suo potere le cose per noi erano migliorate. Non occorre essere ambasciatori per capire come mai. Ora che la Libia è in mano a un coacervo di tribù e di briganti cammellati, però, non sai più con chi trattare. E gli americani, che dovevano esportare la democrazia, hanno finito con l’importare solo guai a tonnellate. Tanto che hanno dovuto azzardare un colpo di stato dagli esiti incerti. Certo, dietro le quinte gli analisti sono atterriti da quello che potrebbe accadere. La International Migration Organization monitora costantemente i flussi in partenza dall’Africa e, soprattutto, ciò che succede in Nigeria. L’ultimo report (“Nigerian Diasporas in the South”) molto documentato, è stato pubblicato da un gruppo di lavoro dell’Acpobs (African Caribbean and Pacific Observatory on Migration). Questa la radiografia. Terapie? Spendere di più, in Italia e, soprattutto in Europa, per “anticipare” i flussi. Occorre dare una speranza di migliore qualità della vita ai cittadini dei Paesi in crisi, prima che diventino profughi. Poi occorre ristabilire la sicurezza delle frontiere ed addestrare le polizie degli Stati interessati, i cui agenti sono pronti a chiudere tutte e due gli occhi, è il caso di dirlo, per un pugno di dollari. In caso contrario, i milioni di migranti che potrebbero arrivare, il Trattato di Dublino ce lo faranno ingoiare con tutta la copertina. Insomma, ci vogliono meno cannoni e più burro per la cooperazione. Semplice no?  Vaglielo a spiegare, però, a chi vede il mondo fatto solo di bolli e timbri…

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