Sabato, 21 Maggio 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

La Striscia di Gaza
nuova Stalingrado


di Piero Orteca

Inutile perdere troppo tempo a cercare di capirci qualcosa. Il Medio Oriente è ormai una trottola impazzita, un posto dove le alleanze si fanno e si stracciano dalla mattina al pomeriggio e dove basta un refolo di vento a far cambiare scenari che si credevano (falsamente) consolidati. Prendete la Striscia di Gaza, dove negli ultimi giorni è successo di tutto e di più. Ieri 25 morti, con 135 vittime in totale e più di mille feriti, mentre interviene l’Onu. L’equazione diplomatica tanto cara agli americani perde colpi. Insomma, alla Casa Bianca continuano a fare i conti senza l’oste. L’intesa, nemmeno tanto sottobanco, raggiunta con gli iraniani, il “gentlemen’s agreement” (si fa per dire) con Hezbollah, l’avere messo il silenziatore alla guerra siriana, il fatto di avere identificato i terroristi irakeni dell’Isis come il nemico pubblico numero uno, non ha cambiato gli equilibri (come si credeva) con Hamas. Gli americani sono sempre in affanno, mentre cercano, trafelati, di gettare acqua sul fuoco e mentre Israele risponde botta su botta alla pioggia di razzi che arriva da Gaza. L’avevamo scritto e lo ripetiamo: le logiche diplomatiche in uso da quelle parti non hanno molto a che spartire con la scuola di pensiero occidentale. Il che significa che quando cominci a sentirti più sicuro, proprio quello è il momento che ti scoppia la bomba sotto la sedia. Una delle ragioni più evidenti che fanno sí che i conti non tornino è il nostro vezzo di trattare amici, nemici, parenti, vicini di casa e interlocutori assortiti come se fossero un “b l o cco unico”. E invece no. Un’analisi disaggregata, difficile quanto sofisticata, s’impone per capire chi ti sta di fronte, senza pregiudizi e luoghi comuni. Interpretare correttamente le mosse di Hamas è piuttosto complicato, perché il movimento funziona in modo centrifugo e dimostra scarsa omogeneità. Gli stessi israeliani hanno dovuto ammettere di non essere riusciti a cavare tanti ragni dal buco, perché l’organizzazione militare della Striscia di Gaza è “a n g u i llesca”, scivolosa e cambia maschera quotidianamente. Gerusalemme pensava di risolvere la pratica con strike aerei mirati, ma ha dovuto ammettere che la strada è in salita. I consiglieri militari iraniani e quelli di Hezbollah hanno suggerito ai loro alleati della Striscia di costruire cunicoli e gallerie dove stipare armi e munizioni. Una specie di vespaio a cui i missili dell’Israel Air Defense fanno un baffo. L’operazione “Protective edge”, insomma, non riesce a essere efficace per la tattica “mordi e fuggi” di Hamas, i cui razzi, vista la vicinanza del fronte, coprendo un arco di poche decine di chilometri, costringono buona parte della popolazione israeliana a starsene asserragliata nei rifugi. Il che equivale a dire, massimo risultato con il minimo sforzo. In definitiva, ammettono gli alti comandi con la Stella di David, questa volta la rogna è di quelle forti, e bisognerà intervenire capillarmente, bunker dopo bunker. D’altro canto, lo stesso premier Netanyahu esita a lanciare le sue truppe in un assalto casa per casa e vicolo per vicolo, in un’operazione che potrebbe costare centinaia di morti agli israeliani e che potrebbe letteralmente trasformare la Striscia di Gaza in una moderna Stalingrado. Come abbiamo detto, la pratica di sotterrare installazioni, magazzini e centri di comando è un suggerimento che arriva dagli ayatollah e da Hezbollah. E che mette in crisi l’intelligence di Gerusalemme, incapace di identificare i possibili obiettivi piazzati a decine di metri di profondità. D’altro canto, secondo i servizi segreti di Netanyahu, gli iraniani hanno speso l’astronomica cifra di mezzo miliardo di dollari per scavare nelle viscere di Gaza e realizzare centinaia di bunker in cemento armato. Comunque, dobbiamo anche parlare dell’altro lato della medaglia. E cioè la scarsa efficacia che finora hanno avuto gli attacchi missilistici di Hamas. Pare che su 260 razzi lanciati fino a 150 chilometri di distanza, solo la miseria di 10 hanno raggiunto l’o b i e ttivo. Certo, gli esperti fanno un’analisi costi-benefici che non è proprio incoraggiante per Israele. Una batteria antimissili “Iron Dome” costa 80 milioni di dollari e un singolo vettore vale, sull’u nghia 50 mila dollari. Al contrario, gli ayatollah forniscono missili a prezzi stracciati: 3 mila dollari l’uno, mentre i “Qassam” prodotti artigianalmente da Hamas costano, addirittura, quattro soldi. Ecco spiegato il principio di “saturazione” dettato dagli iraniani: moltissimi razzi lanciati senza svenarsi e nemico costretto ad allargare i cordoni della borsa per difendersi. Anche se gli ayatollah non devono dimenticare che Obama, per dormire sonni tranquilli, è pronto a sganciare vagonate di dollari agli israeliani pur di metterci una pezza. E cosí torniamo all’incipit della storia, con gli americani che corrono appresso agli avvenimenti colti, quasi sempre, di sorpresa. Che i “servizi” Usa e israeliani fossero in tutt’a ltre faccende affaccendati è testimoniato dalla sorpresona che gli hanno fatto i palestinesi. Zitti zitti e quatti quatti l’ANP e Hamas, che fino a ieri dialogavano a colpi di bombe a mano, si sono rimessi in carreggiata a flirtare (apparentemente) d’amore e d’accordo. Gli israeliani, ignari di tutto, hanno addirittura concesso, senza fiatare, ad Abu Mazen il lasciapassare per raggiungere Gaza. Adesso la stampa di Gerusalemme è letteralmente inviperita e si chiede: ma se Netanyahu cade dalle nuvole e se il Segretario di Stato americano John Kerry, con un battaglione di 200 consiglieri appresso, era all’oscuro di tutto, di che caspita hanno discusso nell’ultimo anno di negoziati? Sembra evidente, agli osservatori più scafati, che gli americani si sono infrattati nell’ennesimo ginepraio e non sanno come uscirne. Il patto d’acciaio con gli iraniani rientra nella strategia, diciamo, un po’ disinvolta, di gettare a mare con tutte le scarpe i vecchi amici e di correre ad abbracciare i nemici di una volta. Certo, tutto ha un prezzo. Gli egiziani, per esempio, hanno chiesto 1,7 miliardi di dollari allo Zio Sam, sotto forma di aiuti militari. Come si vede, nella vita i soldi non saranno tutto, ma certe volte riescono a mettere pezze quanto un lenzuolo ai buchi di una diplomazia condotta col salame sugli occhi, specie dalle parti di Washington.

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