Giovedì, 29 Ottobre 2020
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BARCELLONA

D’Amico rivela: quel carabiniere era “nostro”

di
d'amico, Sicilia, Archivio

 Un appuntato dei carabinieri, il 48enne Francesco Anania, in servizio di scorta fino a non molto tempo addietro anche ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Messina, che nascondeva armi e droga a Milazzo per conto di Cosa Nostra barcellonese. Una “talpa” a tutti gli effetti e a disposizione della “famiglia”. Ecco la nuova, clamorosa e sconcertante puntata delle rivelazioni del pentito e boss barcellonese Carmelo D’Amico, che si delinea nello scenario completamente inedito disegnato in queste ultime settimane dal capo dell’ala militare della mafia del Longano, che ha deciso di raccontare i pesi e i contrappesi della sua “famiglia” d’appartenenza sin da quando aveva vent’anni. Uno sotto-scenario che è maturato ieri con un decreto urgente di perquisizione emesso dal sostituto della Dda peloritana Giuseppe Verzera, il quale nei giorni scorsi aveva nuovamente sentito a verbale D’Amico, acquisendo tra l’altro queste nuove informazioni sul presunto “fiancheggiatore istituzionale”. E così ieri mattina in Contrada Bastione, a Milazzo, dalle parti di via Isonzo, nei pressi della casa di Anania, all’alba si sono presentati in forze i carabinieri del Reparto operativo di Messina, che hanno cinturato l’intera zona e hanno cominciato a “guardarsi” intorno, con tanto di escavatore al seguito. Hanno trovato parecchie cose. E le ricerche sono proseguite fino a sera. La zona adesso è presidiata dai militari 24 ore su 24. In un terreno che, come si dice in questi casi era “nelle pertinenze” dell’abitazione di Anania, dopo aver scavato una fossa molto profonda, i militari hanno scoperto, interrate, una serie di armi: 3 pistole, un fucile d’assalto ak-47 kalashnikov, di fabbricazione russa, e anche un altro fucile. In quei frenetici minuti è successo però altro, e l’evolversi degli eventi ha portato all’arresto di altre due persone: il figlio di Anania, il 22enne Cristian, bloccato mentre cercava di allontanarsi dall’area operativa cinturata dai carabinieri con un quantitativo di droga, circa 200 grammi di cocaina e circa 300 grammi di marijuana, e il nipote di Anania, Felice, bloccato in quei frangenti per il ritrovamento delle armi. Appena si è delineato il primo quadro investigativo, in mattinata, il sostituto della Dda di Messina Giuseppe Verzera ha disposto l’arresto del carabiniere 48enne Francesco Anania, ipotizzando a suo carico anche l’aggravante dell’art. 7 della legge 203/91, ovvero l’aggravante di aver agevolato la mafia, nel caso specifico Cosa Nostra barcellonese. Anche il figlio e il nipote di Anania, Cristian e Felice, ieri sono stati arrestati, il primo esclusivamente per la vicenda della droga, il secondo in relazione al ritrovamento delle armi in contrada Bastione, a Milazzo. Ma la situazione, anche sul piano giudiziario, è in continua evoluzione. Cristian Anania, per esempio, ieri è stato già sentito dal gip di Barcellona Anna Adamo, che ha la competenza territoriale, per i fatti di droga. Era assistito dagli avvocati Pinuccio Calabrò e Giuseppe Ciminata, che assistono anche il padre e il cugino. A quanto pare avrebbe risposto alle domande del magistrato e del pm di Barcellona Giorgio Nicola, dichiarandosi estraneo alla detenzione della droga. Il gip Adamo sulle esigenze cautelari e sul quadro probatorio a carico di Cristian Anania si è espressa con un’apposita ordinanza nelle tarda serata di ieri: ha convalidato formalmente l’arresto eseguito dai carabinieri e ha disposto comunque la scarcerazione del giovane, senza disporre alcuna misura a suo carico. Più particolari si avranno probabilmente nella giornata di oggi. Ma questa nuova, clamorosa, indagine della Dda di Messina e delle ultime ore, ovviamente, non s’è affatto conclusa. Bisognerà “scavare” ancora parecchio nella storia del carabiniere dopo le ultime rivelazioni di D’Amico, anche per capire se e da quanto tempo il militare era coinvolto, e soprattutto quale concreto “apporto” abbia dato, in passato, all’organizzazione mafiosa barcellonese. Senza dubbio, se quello che ha dichiarato il boss D’Amico sarà suffragato da una serie di riscontri inoppugnabili, si riaprirà nuovamente il capitolo dedicato alle “talpe” utilizzate da Cosa nostra barcellonese nelle istituzioni.

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