Martedì, 26 Ottobre 2021
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

La multinazionale
del terrore


di Piero Orteca

Il terrorismo islamico come Ebola. Nel suo discorso del sabato Obama ha messo in guardia contro le minacce del momento, rivendicando per gli Stati Uniti il ruolo di “guida” del pianeta. Tutto questo mentre fonti dei servizi segreti europei rivelano, all’inglese “Guardian”, che un rovinoso attentato, in America o nel Vecchio Continente, «è pressoché inevitabile». Insomma, ce la siamo cercata. In che senso? La politica estera è, essenzialmente, l’arte delle cose possibili, non di quelle desiderabili. Se lo si dimentica, si combinano solo sconquassi e le pere finiscono per pagarle tutti. Punto. Per spiegarci meglio, vi ricordate della crociata per l’esportazione della democrazia anche in Siria? Dei missili che Obama doveva mollare sulla capa del presidente Bashar al-Assad, sotto dettatura dei babbioni francesi e inglesi (come in Libia?). Beh, metteteci una croce sopra. Le bombe sulla Siria sono state sganciate, ma contro i ribelli islamici, quelli che, fra le altre cose, combattono sanguinosamente proprio Assad e ora anche l’Occidente, che li aveva aiutati fino a un po’ di tempo fa. Gli Usa hanno cominciato a colpire le forze degli islamisti (“scomunicati” dal rettore della grande moschea di Parigi) prendendo di mira campi di addestramento, depositi di munizioni e installazioni dei ribelli vicino stituito solo per lottare contro Assad, ma anche e soprattutto per addestrare i volontari a piazzare bombe e a fare attentati a casa loro, quando torneranno, adeguatamente istruiti e foraggiati. Insomma, funziona così: gli americani e il resto della compagnia hanno sostenuto le varie “Primavere arabe”, gettando a mare, con tutte le scarpe, molti degli ex alleati, spendendo e spandendo un sacco di soldi e provocando un terremoto. Quando polverone e calcinacci si sono depositati, tutto il Nord Africa, la fascia sub-sahariana, la Penisola Arabica e il Golfo Persico erano sottosopra. Non solo. Ma il dato più stupefacente è che codesti incapaci sono riusciti a resuscitare al-Qaida e altre migliaia di tagliagole fondamentalisti, che i vari autocrati della regione avevano controllato (e represso) fino a quel momento. A dirla tutta, manco bin Laden sarebbe stato in grado di fare il danno che hanno combinato Obama, Cameron e Sarkozy-Hollande. Non ci capite più niente? Fatevi coraggio, perché la stessa cosa possono dire alla Casa Bianca, a Parigi e a Londra gli stipendiatissimi “strategist” del piffero. Se ne sono resi conto, guarda tu, pure alle Nazioni Unite che, per cercare di arginare la travolgente avanzata dei fondamentalisti dell’Islamic State, hanno approvato una Risoluzione (la numero 2178) che blocca l’esportazione… della democrazia? No, dei terroristi, che arrivano da tutte le cantoniere del pianeta per combattere in Irak (e in Siria) e che minacciano fuoco e fiamme anche in Europa e negli Stati Uniti. E di fronte alla prospettiva di saltare in aria con tutta la scrivania, anche Obama e gli altri brachettoni occidentali ci hanno ripensato: forse è meglio lasciare al suo posto il tirannico Assad e guardarsi invece le terga dai ribelli “ex alleati”. Quelli dallo scannamento facile. E gli oltre 120 mila morti siriani, che pesano sulla coscienza degli squinternati architetti di un mondo “più democratico”? Di quelli non parla più nessuno. Attualmente, sotto le bandiere dei terroristi dell’IS combatte gente che sbarca in Irak da mezzo mondo. Lo stesso dicasi per i cugini-rivali di al-Nusra, nel nord della Siria. Ci sono volontari americani, molti inglesi e diversi francesi. Tutti elementi che, indottrinati come sono e comunque vada a finire in Medio Oriente, potranno fare guai (grossi) quando torneranno a casa. Però, come nel più classico dei copioni, adesso che i buoi sono scappati si cerca di chiudere le porte della stalla, stringendo i controlli alle frontiere per evitare ingressi “infausti”. Lo ha fatto da un pezzo Obama e lo stanno facendo, di gran corsa, modificando vistosamente le regole, Cameron e “Monsieur Travet”, Hollande. Gli altri? Che si arrangino, alla faccia della solidarietà atlantica (ed europea). L’altroieri nove presunti terroristi sono stati arrestati nell’enclave spagnola di Melilla, tanto per dare un’idea. Almeno 10 mila combattenti giunti da soli 5 Paesi (Tunisia in testa, poi Arabia Saudita, Giordania, Marocco e Libano) sono andati ad arruolarsi nelle milizie dello Stato Islamico in Irak e in Siria. Secondo la contabilità dei Servizi segreti dell’Unione sarebbero invece ben 3 mila i volontari arrivati dal Vecchio Continente per sostenere gli attacchi dei fondamentalisti. Certamente, però, le agenzie di controspionaggio dell’Ovest devono avere notizie “fresche” e abbastanza inquietanti, perché tutti si stanno dando precipitosamente una mossa e lo stesso leader laburista inglese, Ed Miliband, si aspetta «conseguenze catastrofiche ». Attentati spettacolari in arrivo? Possibile, anche se è difficile dire quali potrebbero essere gli obiettivi, se i Paesi più “odiati” (come gli Stati Uniti) o quelli più “deboli” (fate voi), dove è più facile sfuggire ai controlli. Si fanno sentire (mentre si fregano le mani) anche gli ayatollah, che per bocca del presidente Rohani dicono di essere stati i primi a mettere l’Occidente in allarme sulla pericolosità dei fondamentalisti sunniti dell’Islamic State e di al-Nusra, due facce della stessa medaglia. Combattere Assad e aiutare a occhi chiusi i rivoltosi, sostengono gli iraniani, è stato come fare una trasfusione di risorse nel corpo del terrorismo più bieco e sanguinario. Come dar torto a loro, che se ne intendono?

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