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Ucraina, gli errori Usa si sprecano

                                                                                                 di Piero Orteca

M r. President Obama, ci faccia capire. Dopo i disastri combinati in quantità industriale in tutto il Medio Oriente la sua Amministrazione intende continuare a mettersi la diplomazia sotto i piedi anche in Ucraina? Ok, Putin non è il “Califfo”. Ma è pur sempre un ex comunista “duro e puro” di antico pelo, un ex pezzo grosso del KGB e uno che non si fa certo posare la mosca sul naso senza gettare i tavolini per aria. Con le conseguenze “inimmaginabili” che però anche i più fessi almeno questa volta, riescono benissimo a immaginare: la Russia, è la seconda potenza nucleare del pianeta, e possiede ancora tante di quelle bombe atomiche da poter scatenare un’Apocalisse tale da far impallidire non solo San Giovanni di Patmos, ma anche tutto il resto delle Sacre Scritture, specie quelle che menano un poco gramo. Insomma, almeno su questo ci siamo intesi. Con i nipotini di Stalin, che hanno rinnegato Baffone da un pezzo, bisogna andarci con le molle, se no si rischia di ballare il tip-tap su un campo minato. Ergo, prima di minacciare sfracelli e cessioni di armi “letali” agli ucraini, forse sarebbe meglio darsi tutti una calmata e cominciare a cercare, proprio coi russi, più i possibili punti di contatto (e ce ne sono a bizzeffe) che quelli di contrasto. Sì, lo sappiamo. Putin è un gran prepotente, ma anche George Bush lo era e non per questo abbiamo scatenato la Terza guerra mondiale. E poi, diciamocelo francamente e spieghiamolo ai sempre più disorientati concittadini occidentali: la lite è sempre per la coperta. Gratta gratta, sotto lo stucco che copre le ammaccature ucraine, vecchie di secoli, spuntano le nuove “botte” che si chiamano “diritti di passaggio”. Di gas e petrolio. Le stesse parole che non sono mai state pronunciate quando voi americani, coi farlocconi francesi, siete andati a “esportare” la democrazia in Libia. Inguaiando tutta l’Italia e mezza Europa. È un discorso lungo, che non le conviene fare, Mr. President, anche perché si scoprirebbero certi altarini da far traballare persino i muri della Casa Bianca. Per quanto ci riguarda, comunque, la gente ha il diritto di sapere che se Putin sembra proprio un bullo che se le cerca, tutti gli altri non sono di sicuro appartenenti alla Confraternita del Divino Amore. Anzi. Parliamoci chiaro: da quando il comunismo sovietico ha esalato l’ultimo respiro, non per scelta ma per necessità (la fame si raccoglieva col “coppo”), ruolo e funzioni della Nato si sono persi per strada. Rimasta senza nemico, la Nato ogni tanto ne risuscita qualcuno, per non lasciare gli americani da soli alle correnti d’aria generate dalla loro politica estera. Che pensiamo di Putin? Se quando maneggi un mamba nero gli stai a un paio metri di distanza non fai una scelta affettiva, ma applichi solo una strategia di sopravvivenza. Sano realismo, insomma, specie da parte di quei popoli che sono già morti per Danzica e, possibilmente, non vorrebbero fare lo stesso anche per Kiev. Est modus in rebus, spiegatelo ai giovani achei (e alle vecchie mummie) della politica internazionale, prima che facciano altri danni. Usa ed Europa ci hanno messo del loro, trattando gli ex sovietici come pezzenti, proclamando la vittoria del capitalismo sul “socialismo di Stato” e autodesignandosi “poliziotti del mondo”. Tutti azzardi, di cui oggi paghiamo le conseguenze. I russi, per esempio, stanno già reagendo (economicamente) alle sanzioni, finendo per danneggiare ulteriormente quei Paesi come l’Italia che hanno solidi rapporti commerciali con loro. Si scrive Ucraina, insomma, ma, in trasparenza, si possono leggere, nell’ordine, le parole “gas”, “petrolio”, “interessi strategici” e tanti altri annessi e connessi, con i diritti umani a chiudere la fila. Buoni ultimi. Molto in sintesi possiamo dire che: 1) Il contenzioso ucraino è vecchio e si lega, quasi con una connessione “a rete”, ad altre aree di crisi. 2) Sotto traccia spuntano interessi divergenti tra le grandi potenze e all’interno degli stessi “blocchi” di alleanza. 3) Dietro il paravento della diplomazia ufficiale si muove tutta un’architettura di ricatti e contro-ricatti, da cui dipendono gli sviluppi sullo scacchiere euro-afro-asiatico. 4) Il pericolo è che muovendo la singola tessera regionale si finisca col mandare per aria tutto il traballante mosaico delle relazioni internazionali. 5) In queste faccenduole torto e ragione non si tagliano mai in due, con un coltello. Il principio dell’autodeterminazione, se è sacrosanto, deve valere per tutti o per nessuno e non può essere invocato e applicato a seconda di come si alza dal letto, ogni mattina, proprio lei, Mr. President Obama. E qui torniamo a esprimere un concetto su cui abbiamo già scritto. “Attenzione – diceva un grande sociologo e politologo come Ralf Dahrendorf – perché a inseguire fino alle estreme conseguenze il principio di autodeterminazione ci si può perdere in un ginepraio”. Nel senso, aggiungiamo noi, che, come in un gioco di scatole cinesi, ogni minoranza (da tutelare) può essere “maggioranza di un’altra minoranza” (anche quest’ultima, è ovvio, da tutelare). È proprio ciò che avviene in Ucraina, nazione formalmente indipendente, alle prese con una fortissima minoranza di russi. In pratica, mezzo Paese (tutta l’area sinistra, che va da Leopoli fino a oltre Kiev) è pro-occidentale e il terzo restante è filo-russo. Certo, ognuno ha i suoi interessi. Oggi la Germania della Merkel vede l’Ucraina come un bambino guarda la vetrina di una pasticceria. Ai tedeschi non sembra vero di fiondarsi dalle parti di Kiev, portandosi appresso, banche, contratti stramiliardari e pure i carrettini per vendersi i würstel. Ma il vero “piatto” della mano di poker tra biscazzieri (altro che diritti umani!) riguarda l’energia. Per questo la Merkel, al di là delle dichiarazioni di facciata gioca a fare la mediatrice, “calmierando” le reazioni dell’Europa. Invece, in America, le minacce alla Russia si sprecano. Ha scritto Stephen Walt (professore di Relazioni Internazionali alla Harvard University) che pensare di armare l’Ucraina è proprio una pessima idea. Su Foreign Policy, una delle riviste più prestigiose del mondo, lo studioso ha detto, in sostanza, che non ha senso gettare un miliardo di dollari (in armi) nel fuoco della crisi, quando l’interesse strategico degli Stati Uniti, nel caso specifico, è vicino a zero. Noi, poi, non riusciamo manco a misurare quale sia invece l’interesse strategico italiano (forse è sotto zero). Anche per questo, Mr. President Obama, le auguriamo (e ci auguriamo) che il suo pappagallo possa proprio pescare l’oroscopo giusto, quello della pace, tra i tanti bigliettini proposti dai suoi adviser. La cosa ci eviterebbe un altro sacco di disgrazie, dopo quelle che già ci stanno procurando i vari “califfi”. Nazionali ed esteri. 

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