Giovedì, 26 Maggio 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

C’era una volta
il Regno…Unito

                                                                                                 di Piero Orteca

Giovedì prossimo gli inglesi vanno a votare per rinnovare il Parlamento in quello che, sia pure indirettamente, appare come una specie di referendum sull’Europa. Certo, il leit-motiv della campagna elettorale è rappresentato dalla crisi economica e, a cascata, da tutto ciò che ne consegue. Ma non solo. Nella competizione entrano prepotentemente anche i temi alimentati dai movimenti autonomisti che, dopo aver covato lungamente sotto la cenere della storia, adesso divampano fragorosamente. L’analisi costi-benefici della più o meno auspicata permanenza nel colosso di Bruxelles (con i piedi di cartone), comunque, rappresenta uno dei terreni di scontro ideali tra i laburisti di Miliband (più calorosi) e i conservatori di Cameron (decisamente molto più freddi verso il “comune sentire” del Vecchio Continente). Nel mezzo, a giocarsi le loro carte, restano i liberal- democratici di Nick Clegg, gli autonomisti del Partito Nazionale Scozzese e gli imbufaliti seguaci dell’Ukip di Nigel Farage, che vedono l’Unione Europea come un caicco che fa acqua da tutte le parti e che rischia di colare a picco da un giorno all’altro. I sondaggi, pur propendendo per un’affermazione dei laburisti, non è che chiariscano molto la situazione, visti i margini risicati che esprimono. L’ultimo “poll” del Guardian attribuisce al partito che fu di Tony Blair e che oggi è di Ed Miliband (quello laburista) un solo seggio di vantaggio (273 a 272) rispetto ai “Tories” di Cameron, premier uscente. Per arrivare al “numerino magico”, cioè la maggioranza di 326 seggi, i laburisti dovranno probabilmente stringere “il patto del diavolo”, come lo definiscono senza peli sulla lingua i commentatori politici, con gli ombrosi scozzesi, che guardano di sguincio tutto ciò che è inglese fin dai tempi di “Braveheart” e dei suoi fieri guerrieri. Miliband, turandosi il naso, pare abbia ammesso (dietro le quinte, perchè in pubblico nega) che pur non volendo sancire un’alleanza formale con gli scozzesi sarebbe pronto a incassare una sorta di appoggio “esterno”, se non qualcosa di più. Dal canto loro, i rappresentanti delle ombrose popolazioni delle Highlands, hanno già chiarito che non stringerebbero le mani ai susseguiosi (e atavicamente odiati) politici londinesi manco indossando i guanti per lavare. Questo davanti. Nel retrobottega, invece, pare che si siano già messi d’accordo con Miliband per spartirsi i pani e i pesci. In fondo, tutto il mondo è Paese, e anche se in Scozia indossano il gonnellino a quadretti, all’occorrenza accettano pure di mettersi i pantaloni gessati “fumo di Londra”, pur di poter sopraffare la spocchia tutta “british”che promana dagli scranni di Westminster. Certo, messa così potrebbe suonare come l’inizio della fine per lo Stato “unitario”, fabbricato dagli inglesi a furia di pedate, ecumenicamente distribuite, nei secoli, a gallesi, scozzesi e, da ultimo, agli irlandesi. Dalle parti di Edimburgo, infatti, l’eventuale sostegno ai laburisti verrebbe fatto pesare come oro. I conservatori, accusati di volere tagliare i ponti con l’Europa (senza uscire, però, dall’Unione) ribaltano a loro volta le accuse su Miliband, addebitandogli il disegno di voler portare allo scasso la Gran Bretagna, attraverso il patto scellerato con gli scozzesi. Ma i numeri sono impietosi e dicono che proprio l’intesa “contro- natura” dei nipotini di Blair con i discendenti dei clan montanari di “Braveheart” affosserà le speranze dei “Tories” di Cameron. Alleandosi, infatti, con i liberal-democratici il premier uscente non arriverebbe manco a 300 seggi,  che salirebbero alla miseria di 302 insieme con l’euro-assatanato Farage (Ukip) e a soli 311 raggiungendo un’intesa con il Partito Unionista Democratico di Peter Robinson. La chiave dei giochi è tutta nel sistema maggioritario britannico, basato sui collegi elettorali unici. Chi vince di un voto si pappa tutto e gli altri si leccano le ferite. Non è proprio il massimo della democrazia (è possibile che qualcuno su scala nazionale becchi il 20% e manco un deputato), ma, dicono gli “esperti”, la governabilità del sistema è garantita. Mica tanto, però, viene da pensare, se la coalizione indispensabile per avere i numeri metterà assieme il diavolo (gli inglesi) e l’acqua santa (gli scozzesi) con qualche spruzzatina di secolari diffidenze (gallesi) e altrettanti secolari inimicizie (irlandesi). Per ora, proprio puntando sul fatto che la maggior parte dell’elettorato è sostanzialmente su posizioni conservatrici o, comunque, moderate (contando Ukip, liberal- democratici e gli stessi nazionalisti scozzesi), Cameron si è appellato ai cittadini chiedendo un sostegno che impedisca ai laburisti di tornare al governo (e di fare danno, è sottinteso nella sua acccorata chiamata alle armi). Da parte sua, Nick Clegg punta sui giovani per allargare la base del consenso liberal-democratico e, proprio per questo, ha annunciato un piano d’emergenza rivolto a creare nuovi posti di lavoro nelle aree a più alta “sotto-occupazione”. E siccome la lingua batte dove il dente duole, Farage, leader dell’Ukip, ha invece dichiarato di essere rimasto deluso dal fatto che i laburisti non abbiano pensato di proporre un referendum contro l’Europa. E mentre Cameron annuncia ai pensionati britannici redditi “basic” di almeno 7 mila sterline l’anno, autobus gratis e dichiara di voler annullare l’osceno balzello del canone tv (a proposito, qualcuno ci sente dall enostre parti?), Ed Miliband si dice pronto a tagliare le tasse universitarie, a rivedere i criteri che rendono rigido il mercato del lavoro e a congelare i costi dell’energia. Un tantinello meno convincente il leader laburista appare quando cerca di smentire la santa alleanza con i “duri e puri” scozzesi. Sono gli stessi futuri partner a sbugiardarlo, proprio per bocca dell’ex primo ministro della Scozia, Henry McLeish, il quale rivela che il “piattino” è stato già preparato. D’altro canto lo Scottish National Party dovrebbe passare “paro”, pappandosi la bellezza di una cinquantina di seggi. E qualche poltrona potrebbe anche finire ai gallesi di Playd Cimru, ai nord-irlandesi, ai Verdi, e persino, udite udite, a qualche rappresentante delle Isole della Manica. Insomma, ci siamo capiti: il Leone britannico ha perso i denti, ha la criniera brizzolata e quando ruggisce emette i rantoli di un felino con l’enfisema. D’altro canto la crisi d’identità è così evidente, che nemmeno le discrete performance economiche, di fronte alle difficoltà della pandemia finanziaria, dovrebbero permettere a Cameron di mantenere la sua scrivania di Downing Street. Le elezioni, probabilmente, non serviranno a niente e il Paese sarà più ingovernabile di prima. Il tanto decantato sistema britannico è andato in mille pezzi e oggi sembra più una succursale della Prima repubblica italiana (quando con lo zero virgola si accattonavano ministeri) che un bastione di quella che fu la vecchia democrazia anglo-sassone. Più Mergellina che Westminster, per capirci

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