Sabato, 01 Ottobre 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

I talebani
meglio del “califfo”

di Piero Orteca
afghanistan, al qaida, isis, Sicilia, Archivio, Cronaca

 

Chiamatelo come volete: scontro tra civiltà, conflitto tra due modi di vedere la vita o, più semplicemente, reazione e controreazione causate dal rampantismo occidentale e dalla difesa delle tradizioni proprie del mondo musulmano, ma oggi il difficile e controverso rapporto con l’Islam riempie la nostra quotidianità. A volte, purtroppo, tragicamente. Che questo sia il problema dei problemi, nelle attuali relazioni internazionali, è testimoniato dalle notizie che interessano mezzo pianeta, senza distinzioni geografiche. Così, in questi ultimi giorni, è tornata di scena l’Asia Centrale; per la precisione l’area “Af-Pak”, cioè la regione che congloba Afghanistan e Pakistan, da dove, nel lontano 2001, erano cominciati i guai, grossi come montagne, con la travolgente avanzata dei talebani. Da allora, l’Irak, il contenzioso nucleare iraniano, l’atavico conflitto israelo-palestinese e, ultimo in ordine di tempo, il dilagare delle milizie del “califfo”, hanno fatto concentrare l’attenzione delle diplomazie sulle zone tradizionali della Mezzaluna, mentre l’Afghanistan è rimasto, quasi ignorato, nel “backstage”, sullo sfondo. Ora ritorna prepotentemente alla ribalta, con una notizia da prendere con le molle: la morte del leader dei talebani, il mullah Omar, mitico, controverso e misteriosissimo personaggio, che non si è mai capito in che rapporti stesse veramente con bin Laden e tutta la galassia qaidista. Ucciso? No, morto nel suo letto (d’ospedale) a Karachi, in Pakistan (e dove se no?), forse già da un biennio. Abbiamo scritto “da prendere con le molle” non perché l’informazione sulla sua morte non sia ritenuta credibile, ma perché, paradossalmente, proprio la scomparsa di Omar potrebbe finire per complicare il processo di pace faticosamente avviato dagli americani, dopo mille guerre e guerriglie e una catasta di morti alta quanto l’Everest. Obama, semplicemente, si è accorto di quello che avevano capito tutti, dagli strateghi del Pentagono ai venditori di hot-dog sui carrettini all’angolo della Quinta Strada: in Afghanistan non si vince. Punto. Ed è scappato a gambe levate, lasciando gli afghani ad arrangiarsi quasi da soli. Mettiamo da parte il sacco e la sporta di facezie e maccheronate che la sanguinosa operazione si è tirata appresso, dalla “esportazione della democrazia” (ci risiamo!) a tutti gli altri sogni e chimere precipitosamente schiaffati nel cassetto. Oggi la “democrazia all’amerikana” è presente solo in qualche quartiere di Kabul (forse in quello delle ambasciate) e in quattro isolati di poche altre città, dove i bambini vanno a scuola scortati coi mitra. Nel resto del Paese comandano i talebani, le altre tribù nemiche dei talebani (ma non certo “amiche” dell’Occidente), i Signori della guerra e quelli dell’oppio. Nel mezzo c’è una popolazione, martoriata, che non sa più che pesci pigliare, intenta solo a salvare la pellaccia e a scansare le bombe che riempiono, un giorno sì e l’altro pure, i mercati e le vie principali di tutto l’Afghanistan. Le ragioni di questo scasso? Elementare Watson, avrebbe detto Sherlock Holmes: gli americani (e quelli che gli sono andati appresso) quando sono sbarcati in Afghanistan, cannoni e fanfare, hanno sbagliato i conti. O, forse li hanno fatti senza l’oste. Pensavano di andare a soggiogare i fieri Sioux, nel Far West, e invece si sono ritrovati nelle aspre pietraie dell’Afghanistan, da dove, prima di loro, si erano ritirati, pesti e sanguinanti, prima inglesi e indiani e poi i sovietici, spediti allo sbaraglio dal Cremlino. Dunque? Se non puoi vincere, cerca almeno di pareggiare. Ma manco questo è riuscito agli Usa. Perché, quando la Casa Bianca e gli altri alleati hanno ritirato la maggior parte delle truppe, pensando di aver pacificato il Paese, i talebani hanno cominciato a sparare più di prima. Morale della favola, a Washington si sono inventati una nuova “exit strategy”: fare le valigie e tornare a casa, scendere a patti con l’Iran sciita (per avere una “spalla” nell’area), “confidare”, obtorto collo, sui super-infidi sunniti pakistani e, bevendo il calice fino alla feccia, sedersi al tavolo con gli scanna-pecore talebani, per firmare qualche straccio di accordo. E qui torna in ballo il mullah Omar buonanima. Sì, perché a detta degli esperti, era l’unico che avesse il carisma necessario per tenere assieme l’armata talebana, feroce ma sfarinata in mille fazioni. Senza Omar, per dirla corta e netta, non sai con chi parlare. C’è un erede designato, Akhtar Mansour, ma pare che non sia la stessa cosa. In tutto questo bailamme si sono inseriti i pakistani e i loro inaffidabili servizi segreti, maestri di doppio, triplo e quadruplo gioco. Insomma, ci siamo capiti. La confusione regna sovrana e alla Casa Bianca i piani di battaglia (o di pace) cambiano ogni quarto d’ora. Lyse Doucet, analista della Bbc, spiega che le offensive occidentali, uccidendo molti dei colonnelli del Mullah Omar, hanno aperto la strada all’ascesa delle nuove leve, molto più radicali e meno inclini ai negoziati.

Come quelli del gruppo di Fidai Mahaz, duri e puri inclini ad affossare qualsiasi trattativa. Fra le alte cose, anche i vertici Talebani hanno le mani sui grilletti, pronti a sparare e a spararsi, l’uno con l’altro. Secondo Fruh Bezan (Radio Free Europe) la sedia di Mansour come nuovo capo supremo traballa. L’erede è insidiato da un formidabile competitor, lo stesso figlio di Omar, il Mullah Mohammad Yukub, che gode di particolari appoggi sul campo, a livello militare. Mansour rappresenta, invece, la vecchia sfera politica, che ha promosso i negoziati aprendo una specie di “ufficio di rappresentanza” in Qatar. Questa vera e propria faida si svolge mentre, sullo sfondo, avanza il barbone del “Califfo”, che va facendo proseliti anche in Pakistan e Afghanistan, con alcune milizie che hanno già fatto giuramento di fedeltà. A questo punto, i termini del discorso si chiariscono. Buttando a mare tutto il patrimonio di dichiarazioni pregresse sulla democrazia, le libertà fondamentali e altri blablabla assortiti, gli americani hanno fatto una bella pensata: meglio, molto meglio i Talebani che i feroci seguaci dello Stato Islamico, il vero nemico pubblico numero uno. Per cui, via libera ai negoziati, anche con Belzebù, purché lo Stato Islamico non pigli piede in Afghanistan, e incubo da notte di Halloween, addirittura nel Pakistan. Quest’ultimo, Paese sunnita, atomico, regista occulto delle trattative (e di tutto quello che succede nell’area) ma, soprattutto, “amico” che Obama non vorrebbe mai incontrare da solo, in una strada buia.

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Contestata dal Consiglio Supremo Talebano la nomina di Mansour

Già si aprono le prime
spaccature nel movimento

A confermare le perplessità degli analisti sugli equilibri creatisi (o dissoltisi) all’interno del movimento talebano dopo l’annuncio della morte del mullah Omar è un’ultimora della Bbc. Il Consiglio Supremo talebano avrebbe comunicato “di non essere stato consultato” sulla successione di Omar, contestando, in pratica, l’automatica promozione di Mansour, precedentemente resa nota da altre fonti talebane. Una nomina fatta senza rispettare la “sharia”, la legge coranica. Alcuni esperti pensano che questa presa di posizione sia un pessimo segnale per i negoziati di pace, in quanto Mansour è notoriamente un sostenitore delle trattative ed è vicino ai circoli pakistani. Qualcuno vede dietro questa dichiarazione “tranchant” la conferma della lotta tra l’area politica e quella militare dei Talebani, rappresentata dal figlio del defunto Omar, il Mullah Yukub. Il portavoce del Consiglio Supremo, Mullah Abdul Manan Niazi, ha aggiunto che la legge islamica, per la nomina di un successore, impone la convocazione ad hoc di una “shura”, cioè un. Consiglio. Secondo alcune fonti vicine al mullah Mansour, un potente comandante delle milizie, Qaum Zakir, sarebbe particolarmente contrario all’avvenuta nomina e, quindi, alle trattative di pace. Zakir è un ex prigioniero di Guantanamo, e per questo, probabilmente, odia gli americani più di ogni altro. Si tratta di un vero “Signore della guerra” che controlla la provincia di Helmand e che potrebbe influenzare il futuro di tutto il governo talebano. Molti pensano che i vertici politici talebani abbiano nascosto la morte di Omar per lungo tempo, al fine fine di evitare una disintegrazione del movimento, specie dell’area militare.

Negli ultimi mesi si sono avute numerose defezioni di militanti che si sono posti sotto le bandiere dell’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), un gruppo estremista, basato nel nord dell’Afghanistan, che si è già associato allo Stato Islamico del “Califfo”. Ma quello che sembra molto più preoccupante e che anche diverse fazioni del TTP (i Talebani pakistani) sono passate armi e bagagli col “Califfato”, mettendo la struttura centrale politica dell’organizzazione in serie difficoltà e, soprattutto, facendo venire i sudori freddi a tutta la diplomazia occidentale in generale e americana in particolare.

In questo momento, per la Casa Bianca, la priorità è quella di evitare la saldatura tra l’Isis e l’ala talebana “pura e dura”. (p.o.)

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