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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Anche Israele alleato degli arabi per combattere
il terrorismo

                                                                                          di Piero Orteca

Il chiodo fisso della foreign policy americana, in questo preciso momento storico, è arginare il “Califfo” e i suoi agguerriti tagliagole. È la priorità assoluta, che ha messo in secondo piano tutte le precedenti strategie mediorientali, capovolgendo alleanze e creando scenari geopolitici che fino a qualche anno fa sarebbero stati assolutamente impronosticabili. L’ultima “sorpresa” (ma fino a un certo punto) è la creazione di una potente task force giordana pronta a invadere la Siria in funzione anti-Isis. E a quanto pare il battesimo del fuoco sarebbe imminente, specie nella parte orientale del Paese, proprio a ridosso del confine giordano, con l’obiettivo di assumere il controllo della Valle dell’Eufrate, da dove si può tenere sotto scacco tutto l’Irak Orientale. La notizia non è ancora ufficiale, ma gli ambienti dei servizi segreti occidentali hanno già cominciato a farla circolare. La creazione di un esercito hashemita (giordano) forte di 70 mila uomini, bene addestrati, fa parte di un vasto programma d’i ntervento nella regione finanziato dai sauditi. Un programma certamente ambizioso, dato che la nuova armata conta gli stessi uomini dell’Isis (30 mila) e dei governativi siriani (40 mila) messi assieme. Come già rivelato da affidabilissime fonti israeliane, lo scorso giugno, il piano di contenimento del “Califfo”, che prevede un nuovo e più attivo ruolo per la Giordania, è stato concordato tra i due re, Salman e Abdullah, con la benedizione di Barack Obama. È stato il Segretario di Stato John Kerry, qualche giorno fa, a risuscitate l’attenzione dei media sull’intesa tra sunniti moderati. Detto fatto. I “rumors” descrivono già le prime azioni hashemite nel nord-ovest dell’Irak, contro i santuari dell’Isis, che si sarebbero svolte grazie a forze speciali impiegate ad Ar Rutbah, 400 chilometri a ovest di Baghdad. Le unità avrebbero agito sotto la direzione dell’US Central C o m m a n d - F o r w a r d - J o rdan, che riunisce ufficiali americani, giordani, sauditi, qatarioti e, senti senti, anche israeliani. Gli Usa forniscono i dati di “i n t e l l igence”, gli israeliani la copertura aerea e i sauditi… pagano. Sganciano cioè i petrodollari necessari a finanziare tutta l’o p e r a z i one. Le notizie più eclatanti sono due: per la prima volta forze di terra giordane sono impiegate contro l’Isis e la seconda, altrettanto importante, è che gli israeliani combattono, da alleati, con coloro i quali, pochi anni fa, volevano distruggerli. Naturalmente il colpo di maglio contro il “C aliffato” è stato adeguatamente predisposto. I servizi segreti di Amman si sono “lavorati” (cioè si sono comprati) una cinquantina di tribù sunnite, sparse in tutta l’area. La propaganda ha puntato, oltre che sui dollari, anche sulla Grande rivolta araba anti-turca del 1916, quando la bandiera hashemita sventolò da Aleppo, in Siria, fino ad Aden, all’estremità sud della Penisola arabica. Il presidente siriano Bashar al-Assad per ora fa finta di niente. Profilo basso. In fondo, anche a lui conviene sbarazzarsi dei sunniti più estremisti. Diverso (ovviamente) il discorso per il leader supremo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, che ha già drizzato le antenne, rafforzando le sue posizioni attorno a Deir-ez-Zor, la chiave per il controllo dei campi petroliferi siriani. D’altro canto, finora le cose non è che siano andate malaccio per l’Isis sul campo di battaglia. A Damasco, per esempio, i rivoltosi fondamentalisti sono riusciti a conquistare parte del quartiere di Qadam, nel distretto meridionale, infiltrandosi fino a zone prossime al centro della capitale e sparando un razzo che, per poco, non è caduto sulla sede della televisione di stato. Uno smacco, specie per il comandante della difesa di Damasco, il generale iraniano Hossein Soleimani, che dirige le azioni combinate di Hezbollah e delle milizie sciite pro-Assad. Altri successi sono stati colti dall’Isis anche in Irak, nella regione di Anbar, dove massicci attacchi con mortai e kamikaze sono stati condotti contro i governativi. Riconquistata dal “Califfato” anche parte della città di Baiji, sede della più importante raffineria di petrolio irakena. Finora le truppe impiegate dagli iraniani si sono rivelate un vero fiasco. Una cosa che preoccupa molto gli americani, costretti ad ammettere i recenti e ripetuti insuccessi contro l’Isis. Questa fase negativa potrebbe avere accelerato la decisione di impiegare l’esercito giordano, viste anche le scarse prestazioni offerte dalle unità sciite dirette dagli iraniani. Il comando Usa, imbufalito per le performance combattentistiche degli sciiti, è arrivato al punto di chiedere loro di farsi da parte. I miliziani di Spmm (Shiite popular mobilization militia) hanno però risposto picche, mantenendo le loro posizioni intorno a Ramadi, inutilmente cinta d’assedio da alcuni mesi. Il risultato è stato che le divergenze tra americani e iraniani sono montate rapidamente, dato che le forze Spmm dipendono dal vicecomandante delle Brigate persiane al-Qods, Abu Mahdi al-Muhandis. Insomma, un guazzabuglio. Il generale Soleimani, punto nell’orgoglio si è scagliato anche contro gli Stati Uniti, accusandoli, sottobanco, di tenere bordone all’Isis. Protesta scombiccherata, che però rende conto e ragione del nervosismo esistente sul campo. Ai rovesci subiti in Irak, gli ayatollah, per soprammercato, devono anche aggiungere quelli in arrivo dallo Yemen, dove i loro protetti, gli sciiti Houthi, stanno subendo una mazzata dietro l’altra dai governativi sunniti, foraggiati dall’Arabia Saudita e dagli emiri del Golfo. L’ultimo episodio è l’ennesimo attacco terroristico dell’Isis contro la moschea sciita di al-Mo’ayyad, il quinto in un paio di mesi. Risultato: una trentina di morti e tanto scoramento. La verità è che le strategie adottate dal generale Soleimani in tutto il Medio Oriente non stanno dando i frutti sperati e che nemmeno una singola città, persa nei mesi scorsi, è stata recuperata. Alla base, secondo gli specialisti, c’è un errore di fondo, un grave peccato originale. Soleimani, anziché utilizzare truppe iraniane, ha preferito arruolare elementi delle tribù sciite esistenti nella regione Af-Pak, cioè Afghanistan e Pakistan. Scarsamente addestrate e con un “fighting istinct” prossimo allo zero, queste truppe, dicono gli israeliani, scappano a gambe levate al primo colpo di fucile. O di marmitta, tanto fa lo stesso. 

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