Martedì, 10 Dicembre 2019
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PARLA IL BOSS

La Barbera: a Capaci
la mafia non agì da sola

Durante la preparazione della strage di Capaci, con noi "c'era un uomo sui 45 anni che non avevo mai visto prima. Non era dei nostri... Arrivò con Nino Troia, il proprietario del mobilificio di Capaci dove fu ucciso Emanuele Piazza, un giovane collaboratore del Sisde che pensava di fare l'infiltrato". Così Gioacchino La Barbera, il boss che sistemò il tritolo per la strage e diede il segnale per l'esplosione, in un'intervista a Repubblica. Se potrebbe essere lo stesso uomo che tradì Piazza, quindi un uomo dei servizi? "In questi anni mi hanno mostrato centinaia di fotografie ma non l'ho mai riconosciuto... Evidentemente mi hanno mostrato quelle sbagliate". Il pentito torna anche sulla morte di Nino Gioè: "non so se si è suicidato". "Sapevo che avevano fatto dei verbali con lui. Gioè stava collaborando, ne sono certo". Quanto alle dichiarazioni del boss Francesco di Carlo, secondo cui le stragi furono pianificate in una riunione cui parteciparono anche iscritti alla P2, "so - dice il pentito - di riunioni con generali e di incontri tra Riina ed ex ministri democristiani. I loro nomi sono stati fatti, come quelli dei giudici che aggiustavano i processi...". Se per l'omicidio Lima c'è stata una collaborazione dei servizi segreti? "Ci fu. C'erano uomini dei servizi sul Monte Pellegrino". L'omicidio Mattarella? "Per quel che ne so io, fu voluto da politici". La Barbera torna anche su Vincenzo Scarantino: "all'inizio della mia collaborazione mi fu proposto di fare un confronto audio visivo con lo stesso Scarantino alla presenza dei carabinieri", "funzionari della Dia e i magistrati di Caltanissetta". "Durante il confronto lo sbugiardai". "Di quel confronto non c'è traccia: sono spariti verbali e registrazioni". Racconta infine come sparirono i documenti dalla villa di Riina: "dopo il suo arresto accompagnai, insieme a Nino Gioè, i figli e la moglie di Riina fino alla stazione". "Poi seguii la pulizia e l'estrazione della cassaforte dalla villa"; secondo La Barbera tutto ciò che era stato trovato in cassaforte fu messo in un'auto "che ritirò Matteo Messina Denaro".

 

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