Martedì, 29 Settembre 2020
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NOSTRA INTERVISTA AL FESTIVAL DI PERUGIA

Diego Bianchi "Zoro" e l'informazione in stile "Gazebo"

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Diego Bianchi "Zoro" e l'informazione in stile "Gazebo"

Perugia

C’è il tassista «in arte e al lavoro» Missouri 4 (Mirko Matteucci), il vignettista addetto «alle penne, ai colori, al giallo e al nero» Makkox (Marco Dambrosio), il giornalismo di Marco Damilano (vicedirettore dell’Espresso) e di Francesca Schianchi (La Stampa), un’orchestra che suona dal vivo, ma soprattutto c’è Diego Bianchi, detto Zoro, e con lui una squadra di autori attenti e originali. Parliamo di Gazebo, programma che riesce a unire, allo stesso tempo, toni allegri, ironici e seri, fornendo tutte le sere su Rai Tre un’informazione oltre che un intrattenimento lontani dal banale. Zoro, che si definisce un “giornalista non d’albo” è forse la prova che si può fare buona informazione senza essere iscritti all’Ordine? Lo incontriamo a Perugia in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo. «Non sta a me dirlo – risponde – l’importante è fare quello che si fa con coscienza e passione. Non credo però sia necessario un tesserino per raccontare la realtà».

Da quest’anno, il vostro programma è stato promosso all’access prime time delle 20,10. Avete dovuto modificare qualcosa rispetto a quando andavate in onda in seconda serata?

«Siamo consapevoli del fatto che ci vedono molte più persone. Percepiamo più consensi ma anche più critiche. Ma non abbiamo cambiato di molto il nostro linguaggio, osare è sempre stato nelle nostre corde. Vogliamo spingere il limite di ciò che abitualmente si racconta e non ci lasciamo condizionare oltre il buon senso».

Quali sono le inchieste di cui sei più orgoglioso?

«Penso al lavoro che abbiamo fatto alle frontiere, come al confine fra Serbia e Ungheria o Calais, Lesbo, Chios o ovviamente anche a Lampedusa».

Oltre l’informazione, l’altra cifra che vi contraddistingue è l’ironia con la quale punzecchiate la politica italiana e i suoi protagonisti. Qual è, a tuo avviso, il livello dei politici italiani?

«Il mio giudizio vale come quello di un elettore semplice, non posso dare voti. Diciamo che dal nostro punto di vista, autorialmente, è molto facile. Fanno quasi tutto da soli. E quindi se devo essere sincero: il livello è molto basso. Mancano totalmente valori di riferimento e visioni forti».

Stai dicendo che rimpiangi la prima Repubblica?

«Dal punto di vista della competenza e della professionalità senza dubbio. Oggi poi ci vogliono far credere che non esistono più ideologie, che non ci sono né destra, né sinistra, ma è un alibi per dire “vale tutto”».

Nato un po’ per gioco, un po’ per sfida con gli altri partiti ufficiali, il vostro “Movimento Arturo” è un prodotto da laboratorio “social” che si prefigge cosa?

«Nulla in particolare. Questa situazione ci è sfuggita di mano, siamo sorpresi del successo. Ciò che ci ha colpito di più è che talvolta le persone da twitter si sono poi spostate nella realtà, si sono incontrate fra loro e sono nate alcune belle iniziative di solidarietà».

Il 29 aprile avete fissato le primarie per decidere chi tra te, Makkox e Andrea Salerno (uno degli autori ndr) dovrà guidare il movimento. Come si vota?

«L’importante è essere educati, non barare o barare bene. Si può spedire il seggio, venire direttamente a Roma oppure documentare in qualche modo le procedure di voto da casa».

Vuoi mandare un saluto agli Arturiani dello Stretto?

«Non solo mando un saluto, ma spero di tornare da voi presto. L’ultima volta è stata per l’emergenza idrica a a Messina. Spero di venire per cose allegre, altrimenti qualcuno può pensare “ma questo Zoro viene solo per le disgrazie?”».

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