Giovedì, 19 Settembre 2019
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Ecco perché la Turchia adesso conta molto più di prima

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Ecco perché la Turchia adesso conta molto più di prima

“Why Turkey matters”, dicono i giornali americani. “Perché la Turchia conta”, tradotto in modo asciutto e significativo. E non bisogna essere esperti in geostrategia e sicurezza globale, per comprendere come il ruolo dell’ex Sublime Porta, Paese-cerniera tra due continenti e mezzo (influenza anche le dinamiche africane), non sia proprio da sottovalutare. Anzi. Oggi in Turchia si vota, con largo anticipo. Perché il Presidente Erdogan, fiutata (dice lui) l’aria che tira, va a caccia di un’investitura “democratica”. La quale, paradossalmente, viste le modifiche costituzionali proposte nel suo programma, finirebbe per disegnare una “superpresidenza” che puzza assai di dittatura. Il novello “sultano”, in effetti, si è progressivamente tolta la maschera “europeista”, per mostrare i tratti dell’autocrate, in salsa sempre meno laicista e sempre più islamista. Il suo pugno di ferro, però, non ha solo radici di tipo religioso. No. Sbaglieremmo ad attribuirgli foie jihadistiche. Per lui il Corano è un libro da rispettare, ma soprattutto un’arma formidabile da utilizzare a fini nazionalistici. “Panturchismo”? Sicuro. Erdogan è un islamista in doppio petto, che sfrutta la baraonda diplomatica scatenata dalle Cancellerie occidentali in Medio Oriente e nel Golfo Persico, a suo vantaggio. Finora ce l’ha fatta per un pelo. Elezioni dopo elezioni. Perché almeno metà del Paese è e resta “laicista”, o “kemalista”, come si dice da quelle parti. Ma proprio la religiosità poco fondamentalista di Erdogan, gli dà la possibilità di dialogare (si fa per dire) o di litigare con tutti. Fino alla rissa. A casa come all’estero. Stiamo parlando di un uomo dall’ambizione smisurata che, entrato in permanenza nella stanza dei bottoni, è pronto a schiacciare qualsiasi tasto, pur di raggiungere i suoi scopi. Utilizza cinicamente la tattica, ma ha ben presente i fini strategici. Machiavellismo? Peggio. Perché, scusate il gioco di parole, il fine giustifica i mezzi. Ma nel suo caso, spesso, i mezzi giustificano i fini. La forza per la forza, mascherata da orgoglio nazionalistico “panturco”, gli ha consentito finora di restare incollato col mastice alle poltrone del potere. Ha fiutato il vento? Occhio, perché a volte anche i migliori segugi sbagliano e confondono qualche vile tubero per un pregiatissimo tartufo. L’opposizione è cresciuta nei sondaggi e ora il “sultano” rischia di essere preso per il collo e trascinato in un ballottaggio dagli esiti tutt’altro che scontati. I suoi rivali, Meral Aksener (Partito Y), Temel Karamollaoglu, Dogu Perincek, Selahattin Demirtas (in carcere) e, soprattutto, Muharrem Ince (CHP, Partito Popolare-Repubblicano) sono agguerriti. Lui riempie le piazze di “aficionados” mossi a colpi di prebende e di slogan nazional-islamisti. Ma nel segreto dell’urna le carote e, soprattutto, i bastoni, valgono fino a un certo punto. Le opposizioni, finora l’una contro le altre armate, hanno deciso, nell’auspicato ballottaggio, di fare fronte unico e di scongiurare i decreti liberticidi, che, tra le altre cose, prevedono l’eliminazione della figura del Presidente del Consiglio e l’accorpamento di tutti i poteri nelle mani di una “Superpresidenza della Repubblica”. Sull’esito finale peseranno molto sia l’atteggiamento dei curdi, sia gli indicatori economici, che mostrano qualche luce e molte ombre. Se il Pil cresce (più del 5%) e la produzione industriale tiene botta (oltre il 5%), inflazione e disoccupazione (circa il 12% e il 10% rispettivamente) preoccupano e penalizzano le categorie più popolari. Mentre commercianti (il “Partito del Bazar”) e imprenditori devono fare i conti con una Lira turca fluttuante e sempre più deprezzata, un rischio-Paese incalzante (i tassi a tre mesi arrivano oltre il 19% e i bond decennali superano il 17%) e con un bilancio import-export in profondo rosso per quasi 90 miliardi di dollari. Insomma, se la Turchia non si dà una mossa, presto le piazze potrebbero tornare a riempirsi non di elettori, ma di rivoltosi. E intanto Erdogan gioca col fuoco. Spreme l’Europa per ottenere lauti sussidi per bloccare la “rotta balcanica” dei migranti; stira la Nato di qua e di là, a convenienza; flirta con la Russia di Putin e guarda all’Asia Centrale; parla e straparla con gli sciiti iraniani e con Trump (che tiene alle basi aeree, da sempre asso nella manica dei turchi); con Israele ha un rapporto schizoide con l’Arabia Saudita è in concorrenza per la leadership del blocco sunnita in Medio Oriente e nel Golfo Persico.

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