Sabato, 04 Luglio 2020
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L'INTERVISTA

"7 ore per farti innamorare" è il film rivelazione della quarantena

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L’innamoramento: enigma indecifrabile o realtà a portata di mano? Nella monotona quotidianità dell’isolamento domestico, una commedia dei sentimenti – disponibile on demand su Sky Primafila Premiere, Infinity, Tim Vision e altre piattaforme – sembra dare una risposta agli eterni interrogativi sull’amore, svelando regole e comportamenti dell’approccio amoroso. Film italiano più visto della scorsa settimana, già noleggiato da milioni di utenti nel giorno del debutto, “7 ore per farti innamorare”, esordio alla regia di Giampaolo Morelli – tratto dal suo romanzo omonimo (Edizioni Piemme) e adattato con Gianluca Ansanelli – svela infatti le strategie del “rimorchio sicuro”, raccontando la figura del “love coach”, il guru che insegna a soggetti di tutte le età i segreti per farsi amare.

«Navigando in Rete, mi sono imbattuto per caso nel banner pubblicitario di un signore che si proponeva come maestro di seduzione. Incuriosito, contattai lui e altri tre guru italiani, chiedendo loro di mostrarmi se queste tecniche funzionassero davvero», racconta Giampaolo Morelli, «autore per caso» del libro cui è ispirato il film che lo vede anche protagonista nei panni del giornalista napoletano Giulio, redattore di una prestigiosa rivista di economia, che dopo aver perso in un solo colpo lavoro e fidanzata (Diana Del Bufalo), comincia a scrivere per il magazine “Macho Man”, dai contenuti alquanto lontani dalle sue competenze. Per esigenza di lavoro si troverà a frequentare un “Corso di rimorchio” per single tenuto dall’affascinante Valeria (Serena Rossi), maestra di seduzione, dispensatrice di strategie e frasi ad effetto per conquistare una donna, e di regole per superare limiti e timidezze.

Cosa hai scoperto di interessante su questo insolito addottrinamento, al punto da farne un libro?

«I guru della seduzione vanno a rimorchiare in librerie, supermercati, bar, e nella maggior parte dei casi tornano col numero di telefono in tasca. La peculiarità che mi ha incuriosito riguarda gli allievi. Come si vede nel film, i maestri si portano dietro un codazzo di persone per dimostrare le tecniche sul campo: un pubblico fatto spesso di ragazzi che vogliono solo rimorchiare, ma anche di uomini di una certa età, intelligenti e colti, paralizzati all’idea di approcciare una sconosciuta. È stato questo l’elemento che non mi sarei aspettato. Tramite alcune regole gli insicuri, forse incoraggiati dal fatto di essere in gruppo, riuscivano a vincere la timidezza e si davano l’opportunità di farsi conoscere. Da qui l’idea di fondere quelle “tecniche” con una storia romantica. Sebbene io abbia scritto il libro con una struttura da sceneggiatura, non avevo mai pensato di curarne la regia, perché una commedia romantica deve piacere a tutti. Ma quando ho fatto leggere il testo a Federica Lucisano, mi ha detto che avrei potuto dirigerlo ed ho accolto la sfida».

Il film è ambientato a Napoli, quale volto dei napoletani emerge nel film?

«La Napoli che fa da sfondo al racconto è una città vera, anche borghese. Ma è facile scadere nel luogo comune di Napoli, dove tutto è bello e il cuore è grande; per cui io ho di proposito evitato la classica caricatura. Ho raccontato Napoli per quello che è, una città bella e vera, che si farà apprezzare ancora una volta da chi non vive lì ogni giorno».

Dopo “Un figlio di nome Erasmus”, il tuo è il secondo film italiano uscito on demand dopo il lockdown. Ci sono progetti concreti per far ripartire il settore spettacolo nella fase 2?

«Il virus ha messo in ginocchio il nostro settore: le sale non si sa quando riapriranno e neanche come affronteranno il lungo periodo di crisi che seguirà, perché la gente dovrà ritrovare la fiducia e il coraggio di entrarci. Anche i set sono bloccati e nella fase 2 vedo molto difficile che si possa riprendere, perché noi facciamo un lavoro promiscuo, in cui non è possibile mantenere il metro di distanza: spesso siamo in cento in una stanza, gli attori hanno bisogno di toccarsi e baciarsi e ci sono scene in discoteche e bar. E poi, girare film indossando mascherine e guanti, sarebbe alienante».

L'articolo nell'edizione di oggi della Gazzetta del Sud

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