Domenica, 21 Luglio 2019
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IL CASO

La Sea Watch rifiuta di approdare a Tripoli: "Non è un porto sicuro". Salvini: "Sta sequestrando i migranti"

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La nave Sea Watch

La nave Sea Watch rifiuta di approdare a Tripoli per sbarcare i 52 migranti soccorsi ieri al largo delle coste libiche, come offerto, per la prima volta, dalle autorità del paese nordafricano. Il porto libico, secondo la Ong, non è sicuro. Per questo la nave ha virato dapprima verso la Tunisia, per poi dirigere decisamente verso Lampedusa, da cui la separano un centinaio di miglia.

Una scelta, quella di non sbarcare i migranti in Libia, che ha suscitato in mattinata l’ira del ministro Matteo Salvini: «La nave illegale, dopo aver imbarcato 52 immigrati in acque libiche, si trova ora a 38 miglia dalle coste libiche, a 125 miglia da Lampedusa, a 78 miglia dalla Tunisia e a 170 miglia da Malta. Le autorità libiche hanno assegnato ufficialmente Tripoli come porto più vicino per lo sbarco. Se la nave illegale Ong disubbidirà, mettendo a rischio la vita degli immigrati, ne risponderà pienamente».

Le ore passate al largo della Libia senza sbarcare hanno poi suscitato l’allarme del Viminale: «Inutili sofferenze per gli immigrati a bordo della Sea Watch: da ore - senza motivo - sono fermi in mezzo al Mediterraneo». Malgrado avesse chiesto e ottenuto da Tripoli un permesso allo sbarco, sottolineavano in mattinata fonti del ministero, la nave «ha appena modificato la rotta dirigendosi verso la Tunisia anzichè verso Sud. Si trova a 69 miglia da Zarzis, a 48 da Tripoli, a 124 da Lampedusa e a 176 da Malta. C'è preoccupazione per le persone a bordo - aggiungono le stesse fonti - tra cui alcuni bambini che potrebbero sbarcare al più presto come richiesto dalla stessa Sea Watch».

Infine, il nuovo cambio di rotta: la nave da ovest si dirige ora verso nord, ossia verso Lampedusa. Si evince dal monitoraggio radar della rotta.

«Tripoli non è un porto sicuro. Riportare coattivamente le persone soccorse in un Paese in guerra, farle imprigionare e torturare, è un crimine.  È vergognoso che l’Italia promuova queste atrocità e che i governi Ue ne siano complici». Lo dice Sea Watch. Alla Guardia costiera libica che indicava alla Sea Watch 3 Tripoli come porto dove sbarcare i migranti soccorsi, la nave umanitaria ha risposto picche. In una comunicazione postata su twitter e diretta un paio d’ore fa alla Marina libica, il capitano della Sea Watch fa presente che la nave «batte bandiera olandese ed è obbligata ad aderire alle leggi olandesi ed internazionali riguardanti la ricerca e soccorso di persone in mare». E secondo le norme, «noi siamo obbligati a trasportare le persone soccorse in un posto sicuro»; ma un posto dove «le persone soccorse sono sotto una fondata minaccia di persecuzione o maltrattamento non può essere considerato un porto sicuro secondo la legge internazionale del mare». Dunque, aggiunge, «non possiamo sbarcare le persone soccorse in un porto libico nè indirettamente ad un’altra nave diretta in Libia».

A Tripoli, prosegue il comandante della Sea Watch 3, «dopo lo sbarco i migranti vengono portati nei centri di detenzione dove essi affrontano arbitraria e illimitata detenzione, dove i diritti umani di base non sono rispettati e dove è ampiamente documentato che essi sono esposti ad alto rischio di abuso, incluso maltrattamenti, tortura, lavori forzati, sfruttamento sessuale». Il capitano chiede dunque che sia fornita un’opzione di sbarco che assicuri «la salvezza dei migranti, senza ulteriormente prorogare il loro viaggio in mare».

«Sea Watch non vuole portarli in Libia? Allora spieghi perché ha chiesto a Tripoli un porto sicuro. E perché, dopo la risposta positiva, ha atteso per ore davanti alla costa africana. Aveva il via libera allo sbarco, l'atteggiamento della Sea Watch sembra un vero e proprio sequestro di persona per motivi politici. Polemizza col Viminale sulla pelle degli immigrati». Lo dice il ministro dell’Interno Matteo Salvini, replicando alla ong tedesca.

 

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