Sabato, 27 Febbraio 2021
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SEQUESTRO

Bar e pasticcerie nel centro di Roma "targati" mafia, 11 arresti nella capitale

Gruppi legati alla mafia palermitana hanno riciclato nella ristorazione ingenti somme di denaro per aprire locali nella zona di Testaccio e Trastevere

Bar e pasticcerie nel cuore del centro storico di Roma gestite da clan mafiosi palermitani. E' quanto accertato dai carabinieri del Ros nell’operazione, coordinata dalla Dda di Roma, che ha portato all’emissione di una ordinanza cautelare nei confronti di 11 persone. In particolare i gruppi mafiosi hanno, negli anni, riciclato nella ristorazione ingenti somme di denaro per aprire locali nella zona di Testaccio e Trastevere. Le accuse, formulate dal procuratore aggiunto Ilara Calò, sono di trasferimento fraudolento di valori, bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio, reati commessi per agevolare l’associazione mafiosa «Cosa Nostra».

L’operazione di oggi è stata avviata nel novembre del 2018 a seguito della confisca di beni del Tribunale di Palermo per 15 milioni di euro ed eseguita a carico del palermitano Francesco Paolo Maniscalco: figlio di un soggetto contiguo alla famiglia palermitana di Corso dei Mille, è risultato socio occulto delle attività commerciali emerse. Uomo di fiducia del figlio del super boss Totò Riina è stato condannato definitivamente per partecipazione ad associazione mafiosa, nonché per la rapina multimiliardaria alla sede palermitana della «Sicilcassa» del '91.

Nell’indagine romana è emerso anche il ruolo dei fratelli Salvatore e Benedetto Rubino, pure legati a contesti mafiosi palermitani. Il primo «investimento» risale al 2011 con l'apertura del bar-pasticceria «Sicilia e Duci srl" (trasferitosi da Testaccio a Trastevere nel 2015) e ostacolato nel 2016 con l’esecuzione di un sequestro di prevenzione a carico della società. Prima del provvedimento di esecuzione, gli indagati hanno proceduto allo svuotamento del patrimonio della «Sicilia e Duci srl» e creato una nuova società con cui hanno aperto, sempre a Trastevere, il bar da «Da Nina», oggi sottoposto a sequestro preventivo.

Gli approfondimenti investigativi, hanno permesso di accertare che i dipinti oggetto di compravendita illecita erano stati rubati negli anni '90. Ma anche Salvatore Cillari, i cui congiunti vengono indicati come esponenti di rilievo del mandamento mafioso palermitano di Porta Nuova, socio occulto e finanziatore della "Sicilia e Duci"; e poi Giovanna Citarrella, autrice di versamenti in contanti a favore della "Sicilia e Duci srl" per circa 91 mila euro, che secondo gli investigatori sarebbero serviti per far "decollare" l’attività imprenditoriale. Ed ancora Luca Imperatori, imprenditore di Formello, e Roberta Rubino, figlia di Benedetto, ritenuti responsabili di avere concorso nell’occultamento della provenienza illecita dei beni sottratti alla "Sicilia e Duci srl", nonchè Marco Rubino, figlio di Salvatore, indicato come intestatario fittizio di società controllate dagli indagati principali.

Gli indagati, attraverso la neocostituita "Efferre srls", avrebbero aperto, sempre a Trastevere, un ulteriore esercizio commerciale all’insegna "Da Nina", oggi sottoposto a sequestro preventivo (del valore di circa 400 mila euro), in quanto sarebbe stato avviato con il reimpiego di capitali di provenienza illecita. Nell’inchiesta sono finiti anche Antonina Puleo e Federica Rubino, moglie e figlia di Benedetto Rubino, in quanto coinvolte, la prima, nella vendita di dipinti e preziosi di provenienza illecita - il cui ricavato è stato reimpiegato per avviare le attività commerciali a Trastevere - la seconda, nella bancarotta in qualità di amministratore della "Sicilia e Duci".

L'indagato, che a partire dal '92, prima di tornare a Palermo, ha risieduto a Roma per oltre 17 anni, è stato al centro dell’indagine: figlio di un soggetto contiguo alla famiglia palermitana di Corso dei Mille, sarebbe risultato socio occulto delle attività commerciali emerse. Indicato come uomo di fiducia di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del boss defunto Totò, è stato condannato definitivamente per partecipazione ad associazione mafiosa, nonchè per la rapina multimiliardaria alla sede palermitana della "Sicilcassa" del '91. Parte della refurtiva, destinata a Cosa nostra, venne fatta fondere in lingotti d’oro e distribuita, su ordine di Totò Riina, agli esponenti di vertice dei vari mandamenti di Palermo.

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