
Un colpo sordo, un silenzio spezzato, una vita recisa da più coltellate nel cuore di un’abitazione. Il corpo di Ilaria Sula, 24 anni, studentessa originaria di Terni, è stato ritrovato senza vita, abbandonato in un dirupo dopo essere stato chiuso in una valigia. L’ex fidanzato, Mark Antony Samson, 23 anni, ha ammesso il delitto e l’occultamento del cadavere, ma durante l’interrogatorio si è fermato, lasciando sospese nel vuoto le parole, i dettagli, la verità piena.
Secondo le prime ricostruzioni, il femminicidio si è consumato nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano di Roma. Una scena che gela il sangue: lì, mentre Ilaria veniva uccisa a coltellate, erano presenti anche i genitori del ragazzo. La loro posizione, al momento, non è oggetto di indagine, ma resta al vaglio degli inquirenti.
Dopo l’omicidio, Samson avrebbe caricato il corpo della giovane in auto, nascosto in una valigia, per poi abbandonarlo in un dirupo fuori città. Il coltello usato per l’aggressione sarebbe stato gettato in un cassonetto a Montesacro, mentre il telefono di Ilaria sarebbe stato buttato in un tombino. Entrambi, ad oggi, non sono ancora stati ritrovati.
Diverse macchie di sangue, soprattutto nella camera da letto sono state trovate dai poliziotti della Squadra Mobile di Roma intervenuti per una perquisizione, nella giornata di ieri, nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano, dove Ilaria Sula sarebbe stata colpita e uccisa con un coltello dall’ex fidanzato. Il materiale ematico è stato poi acquisito dai biologi delle forze dell’ordine che lo analizzeranno nelle prossime ore.
“Non possiamo più permettere che accada”
Le parole di Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria, arrivano come uno schiaffo alla coscienza collettiva:
«La comunità di Terni e l’intera Umbria sono sconvolte dalla tragica notizia. Non possiamo più permettere che ciò avvenga, perché la violenza sulle donne non conosce più confini sociali e culturali. Richiede azioni concrete, ora.»
Una condanna netta, ma anche un richiamo alla responsabilità educativa, sociale e istituzionale. Perché, come osserva la presidente, “il caso di Ilaria è emblematico di come il femminicidio non sia solo un atto criminale, ma un dramma radicato in dinamiche profonde, relazionali, culturali, sistemiche”.
La violenza sulle donne, ancora una volta, affiora come frutto marcio di relazioni tossiche, di squilibri di potere, di una cultura che spesso tollera il controllo e l’oggettivazione anziché educare al rispetto e alla parità.
Educare al rispetto, spezzare il silenzio
Nel suo appello, Proietti rilancia l’urgenza di intensificare gli interventi nelle scuole e nelle università:
«Serve una cultura del rispetto che parta dai giovani. E servono servizi di supporto che aiutino le vittime a uscire dal silenzio prima che sia troppo tardi. Ogni segnale deve essere ascoltato.»
È l’ennesimo appello che segue l’ennesimo nome, l’ennesima giovane donna che non tornerà più a casa. Una lunga lista che si allunga di settimana in settimana, e che oggi porta il nome di Ilaria.
Un’Italia che deve scegliere da che parte stare
Ilaria Sula aveva sogni, progetti, una vita davanti. Quel che resta è un vuoto che grida giustizia. Ma anche un interrogativo amaro: quante altre volte ancora? Quanti altri corpi dovranno essere trovati in silenzio, abbandonati in una valigia o in un sacco, prima che questo Paese si fermi a guardarsi allo specchio?
Il femminicidio non è una notizia di cronaca nera: è una questione nazionale, culturale, educativa. E finché resterà sommerso nella narrazione dell’“ennesimo caso”, continuerà a colpire con la stessa ferocia.
Ancora nessun commento