Venerdì, 03 Febbraio 2023
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A COLLOQUIO CON EVELINA SANTANGELO

Dalla frana del presente
la speranza
di un altro futuro

 

Francesco Musolino 
 C’è un’urgenza che tracima dalle pagine del nuovo romanzo della scrittrice palermitana Evelina Santangelo, “Non va sempre così” (Einaudi). In questa storia che fotografa senza fronzoli la società contemporanea italiana la protagonista è specchio dei nostri tempi. Tutto è fin troppo fuggevole nella sua vita, dagli oggetti di casa che le si sfasciano in mano al legame affettivo che si sgretola, dal fin troppo precario incarico d’insegnante di sostegno sino ai ferventi valori che si acquietano, mesti. La Santangelo – già apprezzata editor e traduttrice – porta in pagina il confronto agrodolce e ironico fra tre generazioni; al limbo in cui si trova sospesa la protagonista fanno da contrappeso la fiducia incrollabile nel progresso di suo padre e il ruolo di Matilde, la figlia teenager e i suoi desideri di felicità destinati ad essere disattesi. Finché in questo precariato esistenziale piomba un’idea bizzarra, un progetto ecosostenibile che potrebbe ridare senso e speranze a tutti, creando un nuovo destino condiviso. 
Del resto, come afferma la Santangelo, «la mia protagonista sta come sospesa su una soglia tra un passato eroico impallidito e un futuro pieno di nebbie che fa sentire però la sua urgenza».
 Alla sua protagonista va tutto in frantumi, persino gli oggetti di casa. 
«La caduta degli oggetti, status symbol del nostro benessere economico, con cui si apre il romanzo, mi sembrava rappresentasse molto bene un aspetto della condizione contemporanea. D’altro canto, noi ci siamo accorti in modo incontrovertibile che tutto un universo di valori, conquiste, certezze era andato perduto solo quando la crisi è diventata “crisi economica”, quando abbiamo cominciato a sperimentare la paura di non poterci più permettere quel benessere che credevamo definitivo».  
L'affezione agli oggetti come agli status, la resistenza dinanzi ad un tempo fin troppo liquido può essere un serio problema oggi?
 «All’inizio pensavo di intitolare l’intero romanzo “La caduta delle cose”, perché credevo che il cuore della mia storia stesse lì, nel ratificare l’implosione di un mondo fatto di cose cui ci siamo abbarbicati come ultima spiaggia dinanzi alla deriva di tutto il resto: e cioè quei beni immateriali che definiscono l’identità individuale e collettiva». 
 E invece?
 «Prendere atto della “caduta delle cose” imponeva una scelta tra due possibilità: o ripiegarsi nella sconfitta e accettare il cinismo sterile di chi ritiene tutto perduto e guarda con sufficienza a ogni tentativo di tirarsi fuori da questa asfissia, o invece provare a immaginare le cose come potrebbero essere, cambiando prospettiva, interrogandomi su come la protagonista potesse rimettere insieme i pezzi dispersi della sua vita. Solo quando ho compreso che anche quella riscossa solitaria non bastava più ho cominciato a pensare a “Non va sempre così” come ricerca disperata di un nuovo destino condiviso».  
Perché porta in pagina il confronto fra tre generazioni? 
«Attraverso quelle tre generazioni volevo raccontare in filigrana la storia del nostro Paese a partire dagli anni del boom economico fino ai nostri giorni. Il padre incarna lo spirito di un Paese che dalle macerie, in 15 anni, è diventato il terzo al mondo in grado di lanciare un satellite nello spazio, un Paese capace di vincere uno dei Nobel più prestigiosi, quello per la chimica conferito a Giulio Natta. Lo spirito del padre è quello incarnato dalla famosissima trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che affrancò dall’analfabetismo un milione e mezzo di persone nell’Italia del dopoguerra. Ma quella promessa di progresso, sviluppo e benessere illimitati finisce per scontarla la figlia, espressione di una generazione che si è sentita tradita e che, dopo le conquiste civili, le lotte di emancipazione degli anni Settanta, ha visto frantumarsi tutto. Il suo è il tempo in cui sembra non rimanga altro che amministrare macerie».  
Il ruolo della figlia, Matilde, è determinante.  
«Sì, proprio la consapevolezza che la propria figlia adolescente possa continuare a pagare questo senso di sconfitta radicale tra l’illusione di un benessere diffuso e la realtà di un Paese senza prospettive spingerà la mia protagonista a esigere prima di tutto da se stessa un gesto di riscatto, facendo proprio lo spirito battagliero dei padri e il bisogno disperato di senso, di uno scopo che inaspettatamente germoglia nell’adolescenza confusa, spaesata e piena di desideri della figlia».
«Se uno pensa di riuscire o di fallire, il tempo gli darà ragione». Questa frase potrebbe essere il perfetto corollario al fatto che cresce in Italia la quota di giovani disoccupati che hanno persino smesso di cercare lavoro? 
«La cosa peggiore che sta accadendo qui è il sentimento di resa che serpeggia tra i giovani, e anche tra quella generazione di mezzo cui appartiene la madre. La cosa peggiore è questo esserci adattati e aver trasmesso ai figli quella tiepida ragionevolezza secondo cui bisogna adattarsi alle circostanze, ridimensionare le proprie aspirazioni, complice un’idea sclerotizzata di società che presenta questa condizione come un dato di fatto; invece ogni conquista umana e civile, ogni scatto in avanti è sempre stato accompagnato dall’irragionevolezza di chi ha osato, di chi ha avuto il coraggio di immaginare quel che sembrava inconcepibile».
  Finché all'improvviso arriva un’idea stramba ma possibile. Rappresenta, forse, la spinta ad agire? 
«Carlo, l’operaio disoccupato e geniale artefice dell’invenzione, non è un sognatore ma un uomo che applica il proprio sapere biotecnologico nutrendolo d’immaginazione. Carlo è un visionario. Quel che è importante non è la cosa in sé ma le istanze che si concentrano in quell’idea che ai più sembra balzana e impossibile. In quell’oggetto è concentrata appunto un’idea di accesso ai beni di consumo, un’idea di civiltà e di umanità che ha a che vedere con la consapevolezza di vivere in un mondo radicalmente “diverso” in cui siamo chiamati a ripensare le nostre conquiste sotto il segno della sostenibilità e di un destino comune che va ben oltre i confini di una singola nazione». 

di Francesco Musolino  

 

C’è un’urgenza che tracima dalle pagine del nuovo romanzo della scrittrice palermitana Evelina Santangelo, “Non va sempre così” (Einaudi). In questa storia che fotografa senza fronzoli la società contemporanea italiana la protagonista è specchio dei nostri tempi. Tutto è fin troppo fuggevole nella sua vita, dagli oggetti di casa che le si sfasciano in mano al legame affettivo che si sgretola, dal fin troppo precario incarico d’insegnante di sostegno sino ai ferventi valori che si acquietano, mesti. La Santangelo – già apprezzata editor e traduttrice – porta in pagina il confronto agrodolce e ironico fra tre generazioni; al limbo in cui si trova sospesa la protagonista fanno da contrappeso la fiducia incrollabile nel progresso di suo padre e il ruolo di Matilde, la figlia teenager e i suoi desideri di felicità destinati ad essere disattesi. Finché in questo precariato esistenziale piomba un’idea bizzarra, un progetto ecosostenibile che potrebbe ridare senso e speranze a tutti, creando un nuovo destino condiviso. Del resto, come afferma la Santangelo, «la mia protagonista sta come sospesa su una soglia tra un passato eroico impallidito e un futuro pieno di nebbie che fa sentire però la sua urgenza».

 Alla sua protagonista va tutto in frantumi, persino gli oggetti di casa. 

«La caduta degli oggetti, status symbol del nostro benessere economico, con cui si apre il romanzo, mi sembrava rappresentasse molto bene un aspetto della condizione contemporanea. D’altro canto, noi ci siamo accorti in modo incontrovertibile che tutto un universo di valori, conquiste, certezze era andato perduto solo quando la crisi è diventata “crisi economica”, quando abbiamo cominciato a sperimentare la paura di non poterci più permettere quel benessere che credevamo definitivo».  

L'affezione agli oggetti come agli status, la resistenza dinanzi ad un tempo fin troppo liquido può essere un serio problema oggi? 

«All’inizio pensavo di intitolare l’intero romanzo “La caduta delle cose”, perché credevo che il cuore della mia storia stesse lì, nel ratificare l’implosione di un mondo fatto di cose cui ci siamo abbarbicati come ultima spiaggia dinanzi alla deriva di tutto il resto: e cioè quei beni immateriali che definiscono l’identità individuale e collettiva».

E invece? 

«Prendere atto della “caduta delle cose” imponeva una scelta tra due possibilità: o ripiegarsi nella sconfitta e accettare il cinismo sterile di chi ritiene tutto perduto e guarda con sufficienza a ogni tentativo di tirarsi fuori da questa asfissia, o invece provare a immaginare le cose come potrebbero essere, cambiando prospettiva, interrogandomi su come la protagonista potesse rimettere insieme i pezzi dispersi della sua vita. Solo quando ho compreso che anche quella riscossa solitaria non bastava più ho cominciato a pensare a “Non va sempre così” come ricerca disperata di un nuovo destino condiviso».  

Perché porta in pagina il confronto fra tre generazioni?

 «Attraverso quelle tre generazioni volevo raccontare in filigrana la storia del nostro Paese a partire dagli anni del boom economico fino ai nostri giorni. Il padre incarna lo spirito di un Paese che dalle macerie, in 15 anni, è diventato il terzo al mondo in grado di lanciare un satellite nello spazio, un Paese capace di vincere uno dei Nobel più prestigiosi, quello per la chimica conferito a Giulio Natta. Lo spirito del padre è quello incarnato dalla famosissima trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che affrancò dall’analfabetismo un milione e mezzo di persone nell’Italia del dopoguerra. Ma quella promessa di progresso, sviluppo e benessere illimitati finisce per scontarla la figlia, espressione di una generazione che si è sentita tradita e che, dopo le conquiste civili, le lotte di emancipazione degli anni Settanta, ha visto frantumarsi tutto. Il suo è il tempo in cui sembra non rimanga altro che amministrare macerie». 

Il ruolo della figlia, Matilde, è determinante.  

«Sì, proprio la consapevolezza che la propria figlia adolescente possa continuare a pagare questo senso di sconfitta radicale tra l’illusione di un benessere diffuso e la realtà di un Paese senza prospettive spingerà la mia protagonista a esigere prima di tutto da se stessa un gesto di riscatto, facendo proprio lo spirito battagliero dei padri e il bisogno disperato di senso, di uno scopo che inaspettatamente germoglia nell’adolescenza confusa, spaesata e piena di desideri della figlia».

«Se uno pensa di riuscire o di fallire, il tempo gli darà ragione». Questa frase potrebbe essere il perfetto corollario al fatto che cresce in Italia la quota di giovani disoccupati che hanno persino smesso di cercare lavoro? 

«La cosa peggiore che sta accadendo qui è il sentimento di resa che serpeggia tra i giovani, e anche tra quella generazione di mezzo cui appartiene la madre. La cosa peggiore è questo esserci adattati e aver trasmesso ai figli quella tiepida ragionevolezza secondo cui bisogna adattarsi alle circostanze, ridimensionare le proprie aspirazioni, complice un’idea sclerotizzata di società che presenta questa condizione come un dato di fatto; invece ogni conquista umana e civile, ogni scatto in avanti è sempre stato accompagnato dall’irragionevolezza di chi ha osato, di chi ha avuto il coraggio di immaginare quel che sembrava inconcepibile».  

Finché all'improvviso arriva un’idea stramba ma possibile. Rappresenta, forse, la spinta ad agire? 

«Carlo, l’operaio disoccupato e geniale artefice dell’invenzione, non è un sognatore ma un uomo che applica il proprio sapere biotecnologico nutrendolo d’immaginazione. Carlo è un visionario. Quel che è importante non è la cosa in sé ma le istanze che si concentrano in quell’idea che ai più sembra balzana e impossibile. In quell’oggetto è concentrata appunto un’idea di accesso ai beni di consumo, un’idea di civiltà e di umanità che ha a che vedere con la consapevolezza di vivere in un mondo radicalmente “diverso” in cui siamo chiamati a ripensare le nostre conquiste sotto il segno della sostenibilità e di un destino comune che va ben oltre i confini di una singola nazione». 

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Il libro

Perdere
per... ritrovare

Protagonista è una donna che ha perso tutto, dentro un Paese che sta perdendo se stesso. Una donna, suo padre, sua figlia. Ma ecco che arriva una bizzarra invenzione, un progetto eccentrico, improbabile. Ma rivoluzionario.

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