Martedì, 07 Dicembre 2021
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PERCHÉ NON MI È PIACIUTO "THE YOUNG POPE"

Narcisismo anche se in confezione extralusso

di
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Narcisismo anche se in confezione extralusso

L’acme è stata l’apparizione del canguro. Quando Papa Pio XIII fa uscire dalla gabbia – e tutti attorno hanno un trasalimento – un animale che ancora noi spettatori (che di solito nei film di Sorrentino non siamo onniscienti ma ci sentiamo piuttosto onniscemi) non riusciamo a identificare, e dopo un frame brevissimo in cui vediamo solo una sagoma alta con grandi orecchie che ai più antichi di noi ricorda il mitologico Harvey, il coniglio a grandezza umana che nessuno poteva vedere se non il suo amico James Stewart, appare in tutta la sua grande bellezza il canguro, e stanno vicini, il Papa e il canguro, per una lunga inquadratura. Allora abbiamo capito tutto.
Passi il cardinale Voiello (che già è Silvio Orlando che recita con la faccia e l'accento di Silvio Orlando, poi si chiama pure Voiello e tifa Napoli). Passi il tabagismo compulsivo, insistito di quasi tutti i protagonisti. Passino le monache calciatrici, che dopo la partita a pallavolo dei cardinali messa in scena in “Habemus Papam” di Nanni Moretti in effetti mancava, per una questione, se non altro, di par condicio sportiva. Passi l'intreccio edipico con suor Mary, e soprattutto la maglietta di suor Mary (c'è scritto “I'm a Virgin, but this is just a t-shirt”). Passi persino il fulmine che apre (o chiude) i cieli sopra il Vaticano quando il Papa conclude la sua prima omelia (che viene da pensare: ecco, sarà quella, secondo Paolo Sorrentino, un'efficace rappresentazione del potere... temporale). Ma il canguro, ah il canguro.
Il canguro compie la saldatura concettuale. Coi fenicotteri e la giraffa de “La grande bellezza”. Che sono stati – a nostro modestissimo avviso – il punto più alto della supercazzola cinematografica sorrentiniana, in splendida confezione extralusso, con tanto d’innegabili inquadrature magistrali, scenografie mozzafiato e stupenda direzione degli attori.
Il punto più alto d’una sceneggiatura piena di punti oscuri, declamazioni incongrue, ermetismi spiccioli che certamente rompono con la convenzione dei dialoghi televisivi (ma sommessamente vorremmo dire che serie come “True Detective” o “Westworld” si muovono allo stesso livello senza per forza rivaleggiare coi responsi della Sibilla Cumana, tanto per restare in zona Voiello), ma onestamente non si capisce dove vadano a parare e soprattutto perché. Perché sia necessario un tale sfoggio di mezzi, una tale escalation di effetti speciali, un tale compiacimento dell’oscurità da sfociare nell’autoconsistenza, nell’autoreferenzialità, nella sorrentinoreferenzialità.
Ormai ci pare chiaro che le pellicole di Sorrentino sono altrettanti thriller: bisogna scoprire quale sia il disturbo del protagonista. Che invece sul disturbo del film, in questo caso della serie tv, non abbiamo dubbi: è narcisismo.
Agli americani piacerà un sacco: loro pensano che tutto quello che non capiscono sia cultura europea, sia grande bellezza. Non togliamo loro quest’illusione.

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