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INTERVISTA AL REGISTA DELLA SECONDA TRAGEDIA IN SCENA A SIRACUSA, VALERIO BINASCO

"Fenicie", il mito antico che ci racconta il presente

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"Fenicie", il mito antico che ci racconta il presente

«Non ho mai pensato ad un messaggio da consegnare: dobbiamo avere molta pietà della guerra e degli uomini. Le tragedie vogliono farci vedere umanità dilaniata dall’odio e dalla necessita di dare sfogo al dolore. Ma c’è anche la bellezza con cui sono state scritte e l’amore con cui sono state rappresentate. C’è una pietà e una bellezza per i sentimenti. Il teatro è festa dell’umanità anche quando metti in scena i suoi lati più oscuri apparentemente privi di speranza. Le Fenicie più che mai vogliono dire questo. C’è qualcosa di misterioso e di bello nell’essere uomini e donne sotto il cielo anche quando i sentimenti legati alle nostre vite sono orribili». “Le Fenicie” raccontate da Valerio Binasco sono la seconda tragedia in cartellone al teatro greco di Siracusa per il 53esimo ciclo di spettacoli classici (debutto domenica 7 maggio alle 18,45, poi in scena a giorni alterni, eccetto il lunedì, fino al 25 giugno).

Dopo “Sette contro Tebe” di Eschilo, torna l’opera di Euripide che manca dalle scene da 49 anni. Tragedia dalla dimensione familiare: Giocasta (Isa Danieli), mette in piazza le sue angosce, i suoi sensi di colpa, racconta l’orribile vicenda dell’incesto involontario col figlio Edipo ed è certa che l’intera famiglia debba soccombere, che gli dei non vorranno risparmiare nessuno dei suoi figli. C’è un coro di donne straniere, le Fenicie, simbolo di una Grecia arcaica.

«Ci si chiede come mai non è stata molto rappresentata: è tra le meno forti dal punto di vista dell’offerta dei protagonisti. Non c’è un antagonista che raccoglie su di sé il peso del dramma, ma diversi che si susseguono. C’è un coro che non offre possibilità di spettacolarizzazione: è fermo e si limita ad un commento mistico di ciò che accade. Questi “difetti” mi hanno permesso di offrire uno spettacolo al riparo da quell’enfasi e quella sorta di eccessiva ricerca della ricostruzione del mondo arcaico, ma grazie ad un linguaggio di frammentazione narrativa simile al cinema e ad una scrittura non particolarmente alta mi hanno permesso una traduzione comprensibile: mi permettono di fare spettacolo dove posso concentrarmi sul racconto commovente e violento di una bella storia senza pensare che devo fare a tutti i costi cultura o identificarmi con uno stile». 

La traduzione è di Enrico Medda, scene e costumi di Carlo Sala, le musiche di Arturo Annecchino e il cast composto da Guido Caprino (Eteocle), Isa Danieli (Giocasta), Gianmaria Martini (Polinice), Giordana Faggiano (Antigone), Michele Di Mauro (Creonte), Simone Luglio (pedagogo), Alarico Salaroli (Tiresia), Matteo Francomano (Meneceo), Massimo Cagnina (araldo), Yamanuchi Hal (Edipo), Simonetta Cartia (prima corifea) e la pianista Eugenia Tamburri. Il coro sarà composto dagli allievi dell’Accademia d’arte del dramma antico.

Secondo Binasco l’umanità «vive di due o tre miti, in realtà ne hanno identificati sette: e su queste sette hanno fondato l’autoracconto dell’umanità moderna».

Giocasta è eroina e madre. Abbiamo più bisogno di madri o di eroine?

«Abbiamo più bisogno di madri. Anche se arriva sempre il momento in cui le due parole si confondono una nell’altra. Una grande madre è anche capace di essere un eroe. Non è un caso che nel mondo moderno entrambe le parole sono in “convalescenza”, c’è una latitanza del senso dell’essere madre e padri. Ciò che rende Giocasta un eroe è il suo essere madre fino in fondo anche di fronte alla schietta impossibilità di portare a termine la sua missione. I figli credono di essere eroi ma sono solo invasati. Euripide permette di guardare ai miti con un occhio talmente disincantato che sembra che Edipo, Eteocle, Giocasta siano persone a noi contemporanee, ma non perché si incontrano per strada ma perché sono dentro di noi. Le loro paure, i loro desideri e le loro sconfitte sono le stesse che attraversiamo noi».

Il richiamo all’oggi sembra evidente: le fenicie sono profughe?

«Io non l’ho sottolineato in modo didascalico. Ho cercato di dare loro un doppio aspetto: sembrano nell’abito e nel comportamento delle profughe straniere, ma poi indossano delle maschere che sembrano dell’antica Grecia. Quest’associazione del nostro contemporaneo nei confronti della tragedia andrebbe fatto con delicatezza. Non voglio dire che loro sono profughe siriane, afgane. Non mi piace il teatro che indica con il dito la strada da prendere all’immaginazione».

Ha timore del Teatro Greco?

«È uno spazio nel quale è molto difficile lavorare. Fa paura: la sua maestà, la sua misteriosa e imponente bellezza. Mi ha chiesto con uno sguardo severo di essere rispettato».

Le musiche saranno dal vivo con la pianista Eugenia Tamburri. «Le ho chiesto di stare dentro la recitazione, di aiutare gli attori ad avere una base morbida, novecentesca perché le musiche di Annichino si ispirano a Philip Glass o a quelle atmosfere e che permette alla violenza della scene di essere sostenuta da un velo di malinconia, tenuto conto che io non so bene cosa sia il tragico».

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