Mercoledì, 12 Agosto 2020
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A COLLOQUIO CON L'ANTROPOLOGO CALABRESE VITO TETI SUL SUO ULTIMO, SUGGESTIVO SAGGIO

Riprendiamoci i "nostri" luoghi

di
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Riprendiamoci i "nostri" luoghi

E se gli antropologi fossero i poeti-salvatori che aspettavamo? Proprio in questi tempi, in cui l’oscurità s’addensa e rischia di spegnere anche i “lumi” più faticosamente conquistati; in cui ampie zone del mondo, il nostro più intimo e antico – specie per noi del Sud – , si spopolano e lentamente muoiono, ma l’emergenza sembra invece essere l’affollamento, l’arrivo dei “nuovi” che risalgono il mondo e i mondi cercando un loro posto; in cui i non-luoghi rischiano d’inghiottirci, spaesati come siamo, forse incapaci di riconoscere e riconoscerci in un nostro “luogo originario”. In un momento di tale confusione giunge un bel libro, che è un saggio d’antropologia di estremo rigore scientifico ma nello stesso tempo – tramato com’è da memorie ed emozioni, costruito su un fitto andirivieni personale sui luoghi, tra le persone, attorno e dentro i legami – un’opera di grande poesia e, assieme, un’opera profondamente e nobilmente “politica”. “Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni” dell’antropologo calabrese Vito Teti (Donzelli, con una bellissima prefazione di Claudio Magris) è compendio di anni di ricerche, studi, riflessioni attorno alla Calabria spopolata e abbandonata, “diversamente moderna”, e in qualche modo “paradigma” del nostro presente: terra di emigrazioni e partenze, ma anche di “restanze” e ritorni, di legami con chi parte e chi resta e chi – nuovo – arriva che impongono di definire e ridefinire il rapporto coi luoghi, ma anche con la propria storia e memoria, per non chiudersi nella sterile contemplazione d’un passato irreale e ricostruito come edenico, ma partire dalla propria “nostalgia”, dalla “malinconia” (proprio quella accusata d’essere alla base dell’indole “deteriore” del meridionale) per “rappaesarsi”, per costruire un nuovo senso di sé e del proprio mondo.
Con una visione lucida ma accorata, sulla scorta di un’abbondantissima e molto meditata letteratura scientifica (e non solo: Corrado Alvaro è nume tutelare di queste pagine), ma soprattutto d’un grande sentimento – tanto che Magris parla di «libro di scienza e di poesia» – Teti propone un’antropologia dell’andare che è tornare, del restare che è “andare verso”, aprirsi, guardare. Alla ricerca di «un diverso senso dei luoghi, del tempo, delle rovine»: perché la nostra missione nel mondo – dicono i poeti, e pure i “diversamente poeti” – è conoscere e cercare la “forma” del mondo che vogliamo, di cui dobbiamo renderci capaci.

Il tuo libro giunge alla fine di un lungo ragionare sul «senso dei luoghi», partendo proprio da dove sembra che i luoghi stiano sparendo o siano spariti, inghiottiti dalla solitudine, dal nulla e dal buio. Quanto è importante «rifondare un diverso senso dei luoghi» per salvarci dalla solitudine, dal nulla e dal buio del mondo d’oggi?
«Noi siamo il nostro corpo, il nostro volto, la nostra mente, la nostra lingua, il nostro senso dello spazio che si “formano” e si “definiscono” nei luoghi in cui siamo nati e cresciuti e che poi si “affermano” e si ridefiniscono, si rinnovano nei nuovi luoghi in cui andiamo ad abitare o anche nei luoghi in cui restiamo. Noi siamo i nostri luoghi, anche quelli sognati e inventati, che hanno una storia e un’anima. Rifondare un diverso senso dei luoghi significa innanzitutto capire quanto i luoghi, il paesaggio, la natura ci segnino e ci disegnano, ma questo senso comporta responsabilità etica e pratiche di attenzione e di rispetto. Se amiamo il nostro corpo e le persone con cui ci relazioniamo dobbiamo rendere vivibili e abitabili i luoghi, curarli, averne riguardo, riconoscerne la bellezza e l’anima».

Sei lo scrittore (più che antropologo, diversamente poeta) della «malinconia attiva» e della «nostalgia creativa». Questo è un messaggio che ha anche un grande valore politico, oltre a sovvertire tutta una tradizione di stereotipi, molto consolidati, nella visione della gente del Sud. Un esempio di «malinconia» e «nostalgia» che salvano?
«Melanconia e nostalgia hanno avuto uno “statuto” doppio, ambiguo, ambivalente: negativo e positivo. I militari svizzeri del XVII secolo a cui viene attribuita da un giovane medico alsaziano (Hofer) la patologia nostalgica (che riprende i tratti dell’antica affezione melanconica) potevano anche morire di nostalgia, ma proprio per molti emigrati la nostalgia è diventata orientamento, punto di riferimento, strategia per vivere in un nuovo mondo. Pasolini a chi lo accusava di nostalgia per un mondo scomparso rivendicava una nostalgia sovversiva, capace di ribaltare lo status quo. Una melanconia e una nostalgia che salvano sono quelle che non portano indietro l’individio, gli fanno capire che non “si torna” al punto di partenza, e che quindi bisogna affrontare il mondo con una nuova consapevolezza, con un’ energia vitale che deriva proprio dal suo sentirsi ancorato a una patria di riferimento e a un villaggio nella memoria (per dirla con Ernesto De Martino). Penso che una nostalgia e melanconia che non si traducano in lamentela e in apatia possono avere un carattere sovversivo: termini antichi da scandire in maniera nuova – nel mondo della solitudine– come pietas, misericordia, tenerezza possano creare una nuova “convivialità”, nuove forme di vicinanza”. Quel che resta è quel che abbiamo, il materiale e il simbolo da adoperare per inventare un diverso presente, con una memoria del passato».

Libri come il tuo sono fondamentali per impostare a tutti i livelli - personali e politici - un «progetto per il Sud», come luogo reale e non immaginario, esaltato nella memoria e ricostruito all'indietro in una contemplazione romantica ed estetizzante d'un paradiso perduto. Come possiamo sostenere questo progetto?
«Non lo so se ci sia davvero un “progetto per il Sud”, ma è bello che tu riscontrandolo in qualche modo me lo indichi e ce lo indichi. Bisogna ripartire da questo Sud, bello, plurale, ma anche devastato e degradato, amato e odiato, negato ed esaltato – senza, dici bene, alcuna tendenza estetizzante che non porta da nessuna parte, ma solo alla chiusura di tante porte e di tante strade – e questo progetto deve essere ambizioso e minimalista, utopico e concreto, veloce e lento e ha bisogno delle ragazze e dei ragazzi che “resistono”, restano, partono, ritornano, creano legami nuovi, cercano di riscattare il passato restituendogli un nuovo senso. Un progetto ha bisogno di élites culturali, intellettuali generose e credibili, di case editrici e giornali liberi, di un’idea della terra in cui si abita. Avrebbe bisogno di un ceto politico con un altro passo e con un’altra anima… Noi non dovremmo avere più pazienza, il tempo è scaduto, dobbiamo guardare avanti, camminare con chi ha voglia di farlo con convinzione, con fatica, con persuasione».

Hai inventato il concetto di «restanza», che non è abbandonarsi al declino e all'abbandono ma il suo opposto. Sei anche tu andato e tornato e «restato». Qual è il “tuo” luogo?
«In maniera profonda, mentale ed epidermica, il mio “luogo” (quello dove provo certe emozioni, riconosco i colori delle nuvole, il rumore del vento, i morsi del sole, la consistenza dell’acqua, le somiglianze tra padri e figli, i nomi delle strade e dei sentieri). Attenzione, però, che quel luogo era il frutto di una lunga storia di viaggi e di arrivi. Quel luogo comprendeva anche il Canada, dove si trovava mio padre, e le cui strade (College, Dundas, Lesgar) mi sembravano una continuazione delle vie del mio paese. Quel luogo, ormai, non in senso spaziale, ma in senso antropologico, non esiste più, è cambiato, magari si è svuotato. Il rischio è di sentirti esule e straniero in patria ed ecco allora che senti come tuo luogo Roma e Parigi, Toronto e New York, le mille città del mondo che hai abitato e immaginato. Alla fine, la sensazione è che sia tu stesso il tuo luogo, che il luogo sia il tuo corpo, il posto in cui ti riconosci, e cui ti senti a tuo agio. A volte mi sento “fuori luogo” dovunque, altre volte penso che il mio luogo sia sempre da trovare. Forse il nostro luogo, ma questa è una conquista della “vecchiaia” che arriva, è quello dove sono sepolti i nostri genitori e quello che noi scegliamo per restare per sempre».

Quali libri sul Sud e del Sud consiglieresti a un ragazzo che volesse cominciare a studiare, a capire, a non perdersi?
«È stato ripubblicato da Rubbettino, con una mia prefazione, “Un treno nel Sud” del 1958. Partirei da quello non solo per conoscere Alvaro, ma anche il Sud nel periodo in cui esce fuori da se stesso, è sospeso tra tradizione e modernità. Le coordinate letterarie che Alvaro fornisce sono gli autori meridionalisti e gli scrittori meridionali, la grande tradizione utopica della Calabria (Gioacchino, Telesio, Campanella ecc.), la letteratura di tradizione orale. E poi un grande scrittore del Sud, che non conosce quasi nessuno: Giuseppe Occhiato di Mileto, la cui opera reggerà alla prova del tempo».

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