Venerdì, 27 Gennaio 2023
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A COLLOQUIO CON LA REGISTA EMMA DANTE, CHE IL 10 A SIRACUSA APRIRÀ IL FESTIVAL DEL TEATRO GRECO DELL'INDA

«Qui, dove gli dei ancora posano lo sguardo»

di
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«Qui, dove gli dei ancora posano lo sguardo»

E' lì, in questi giorni, Emma Dante: nello spazio mozzafiato del Teatro Greco di Siracusa, a dialogare coi fantasmi. Ma non fantasmi disincarnati: fantasmi potenti e risonanti, che colmano fino all'orlo lo spazio sacro della cavea, che come ogni anno attende solo il passo degli spettatori, e poi quel momento irreale, quando il sole impercettibilmente declina oltre il crinale e il rito comincia, qualunque cosa sia. Tragedia, cerimonia, spettacolo, sacrificio, rappresentazione sacra.  
Lei, la siciliana, la magnogreca Emma Dante, per adesso è lì, sul colle Temenite (dove il ciclo di rappresentazioni classiche dell'Inda si aprirà proprio con l' “Eracle” di Euripide diretto da Emma Dante il 10 maggio) a confrontarsi con gli echi immensi di quel luogo.  «Non è un teatro, è un luogo. Un luogo unico al mondo. Un luogo in cui gli dei ancora posano lo sguardo. È un convegno di fantasmi, dove sento la presenza di qualcosa di più grande. E sì, fa un po' paura».
 Curioso, «paura» è un'emozione che talora si associa al suo teatro, così astratto e così carnale, sempre così diretto, forte, perturbante.  
«Sì, ma stavolta ad avere paura sono io. Non ci dormo la notte...» ride con la sua risata di ragazza, ma piena e profonda.  
«Mi sento attraversata da una grande inquietudine, perché in questo luogo diventi piccolissimo, e il rischio è volare via. Ma è anche eccitazione, perché è un'impresa grande, lavorare qui. Questo teatro è un tritacarne, è un luogo mistico, un tempio, una chiesa. Questo teatro prende lo spettacolo e lo fa suo: noi registi di oggi non siamo abituati, a questo. Dobbiamo essere umili, adattarci, accettare che questo luogo mistico crei un ponte con l'Olimpo. Onestà e umiltà, ci vogliono. Se ci vai con arroganza, con presunzione, vieni punito da questo teatro. Forse Zeus ti tira una folgore proprio in testa». E ridiamo assieme sulla parola «hybris»: l'arroganza sempre punita dagli dei – i tirannici dei che secondo gli antichi dominano le vite umane, ma laddove per Eschilo la scelta dell'uomo non può che essere sottomissione e compimento del destino tragico, per Euripide siamo già oltre. E Anfitrione, padre “umano” di Eracle, addirittura lo dice nella tragedia, riferendosi a Zeus: «Sei un dio stupido. Oppure un dio ingiusto». D'altronde, anche nella sua struttura, l'Eracle è una tragedia particolare.
«La tragedia – dice Emma Dante – per essere tragedia deve avere un punto, un'acme che scatena nell'animo dello spettatore la catarsi. Questo punto, del cortocircuito, in questa tragedia manca, o è solo nel momento della strage: io ho lavorato moltissimo sui tre figli di Eracle e Megara, che pure non parlano, non hanno battute». I tre piccoli che saranno uccisi dal padre, preda della follia scatenata per volere della dea Era, follemente gelosa. E c’è sempre, nel teatro antico, quella contesa – quella sfida – tra il contenuto tragico, che non si mostra agli occhi, e la sua narrazione potente, che deve invece smuovere gli animi. 
Sfida, impresa: termini che si addicono al teatro di Emma Dante, che lavora sempre ai confini, cercando un'ulteriore cifra, un'altra emozione che sparigli le carte, che tocchi dentro lo spettatore: «La tragedia è quella che ti dà un pugno», dice. 
E anche quella del pubblico, in qualche modo, è una sfida e una scommessa, a Siracusa, dove il pubblico è vario e vastissimo, dai più raffinati amatori a chi non va abitualmente a teatro ma non rinuncia all'esperienza unica e speciale delle rappresentazioni classiche. 
«Il mio pubblico è un pubblico che sceglie, qui è diverso: il pubblico non sceglie strettamente lo spettacolo, ma il luogo, l'esperienza. Ecco perché bisogna arrivarci sommessamente, e prima di tutto bisogna incontrare questo luogo e capire come connettersi con questo luogo». 
È la sua prima volta a Siracusa, dove pure, da ragazzina, ebbe l'esperienza determinante per la sua scelta di vita: un luogo in qualche modo fondativo, per la donna di teatro Emma Dante: «È cominciato tutto lì, fu la prima volta in assoluto che vedevo uno spettacolo, un'Antigone, e ho capito che volevo fare quello». 
Maneggiare archetipi, modellare emozioni. Occuparsi di miti, di eroi.
 Ma cos'è un eroe? E oggi, chi sarebbe un eroe? 
«Oggi non c'è. Eracle non è un eroe, o meglio lo è prima del suo arrivo, poi diventa altro. E dopo la strage, invece di punirsi, se ne va, accetta di essere salvato. È un eroe quando non c'è, quando viene narrato: la sua fama è più grande di lui. Io lo farò arrivare come una superstar, quella a cui si chiedono gli autografi. Ma quando è in scena, quando agisce è un pupiddu, un burattino nelle mani degli dei. Più che tragedia, direi che è un dramma della riconciliazione: Eracle non si uccide, non si mutila, rimane integro e trova una via d'uscita, decide di non andare incontro alla sua tragedia. E in questo è fondamentale Teseo, che è il vero politico: è lui a trovare la via, a offrire a Eracle il modo di continuare. In questo somiglia ai tanti politici che sbagliano, eppure continuano a stare al potere. Ecco, Eracle non si dimette.  Oggi, nella contemporaneità, eroe  potrebbe essere qualcuno di cui parlano tutti, e che, nonostante io non lo ami, e non capisco come possa accadere, continua a stare dentro le nostre parole, la nostra immaginazione, i nostri film: Berlusconi». 
Ha visto Sorrentino, e cita le scene “bucoliche” in cui Silvio (o la sua maschera, indistinguibile dall'uomo) cerca la riconciliazione con la moglie, parla di sé. L’eroe – non necessariamente positivo e salvatore – che colonizza la nostra immaginazione. 
Quindi un concetto problematico dell' “eroe”, molto lontano dall'iconografia tradizionale. Che poi per Eracle è particolarmente greve e muscolare: nella tradizione classica Eracle è un omaccione con la clava, il più popolare degli eroi, protagonista ideale, più che delle tragedie, dei drammi satireschi, dove è presente con tutta la sua fisicità ingombrante e guascona. Stavolta, come sappiamo, Emma Dante ha fatto una scelta molto particolare: il suo Eracle sarà interpretato da una donna (Mariagiulia Colace). E saranno donne anche le interpreti degli altri personaggi (Serena Barone sarà Anfitrione, Patricia Zanco sarà Lico, Carlotta Viscovo sarà Teseo, Katia Mirabella sarà il Messaggero, e anche i tre figli di Eracle: Sena Lippi, Arianna Pozzoli e Isabella Sciortino), in un gioco speculare a quello del teatro antico, dove tutte le parti erano interpretate da uomini, perché la “persona” teatrale non ha un genere. E anche questa scelta, ci tiene a sottolineare la regista, nulla ha a che fare col genere, ma è «un gioco teatrale all'inverso».
L'attore sarà femmina, dunque, ma Eracle sarà Eracle. Che Eracle sarà? 
«Non sarà per nulla come nelle commedie. Sarà attraversato sempre dal suo furore, ma non risponderà a quel tipo di iconografia. Anzi, andrà al rovesciamento di quel canone, con un'interpretazione più delicata, persino seducente, pur senza perdere la sua fisicità, la sua potenza fisica che comunque sarà richiamata. Ma le sue movenze saranno quasi da pupo siciliano. D’altronde, chi conosce il mio teatro sa che non c’è niente di naturalistico, che è astratto...». 
  Come la materia densa del mito, che contiene tutte le narrazioni. E l'ultima domanda è sul mito: cos’è per Emma Dante, il mito? 
«Il mito è il posto dove io voglio stare. Il posto giusto dove sviluppare le domande da farsi, il luogo della riflessione, dove c'è tutto». 
 Dunque a Siracusa, sul colle sacro, interrogandosi e interrogando gli dei che ancora abitano qui. E che, siamo certi, guarderanno anche loro, golosi, questo “Eracle” dei prodigi.   

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