Giovedì, 29 Ottobre 2020
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IL PERSONAGGIO

Il viaggio del poeta cercando l'altra Italia: Franco Arminio tra Calabria e Sicilia

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«Le mie sorelle stavano aiutando mia madre a vestirmi. Poi è arrivato mio padre. È venuto vicino e mentre mi guardava a me è venuta voglia di tornare viva e abbracciarlo solo per un momento». Vedere Franco Arminio leggere poesie sulle tombe del Gran Camposanto di Messina, in una mattina d'un novembre marzolino che alterna gocce di pioggia a lame di sole, è un'esperienza metafisica.

Leggeva ai morti alcune delle “Cartoline dai morti” (Nottetempo, 2010: uno dei suoi 24 libri, di cui l’ultimo, uscito a maggio, è “Resteranno i canti”, Bompiani), in una delle parti più belle del Cimitero Monumentale, quello che è la metafora perfetta di Messina, così fitto e sovraffollato, con i colombari uno sull'altro e orrende lapidi lucide mescolati a cappelle gentilizie, angeli liberty e architetture d'un fascinoso gotico mediterraneo che parlano di altre epoche, di trascorse grandezze, in un arrampicarsi sempre più compresso fino al colonnato del Famedio, che fronteggia lo Stretto, laggiù in fondo, e svetta nella luce. Un luogo bifronte, un ossimoro di pietra e marmo.

Un luogo così non poteva non attrarre il Poeta Itinerante, il Poeta Cercatore, il Poeta Paesologo che è Franco Arminio, il più singolare dei poeti del nostro tempo, che a Messina è passato per girare frammenti del suo prossimo film, “Nuovo Cinema Paralitico”.

«Paralitico perché la scena è fissa. Non è fiction, non è corto, non è docu – dice Arminio con la sua dolce parlata irpina – è la mia idea di cinema che coglie la vita ordinaria, che è già meravigliosa. Tutto l'opposto del cinema muscolare. Questo semmai – sorride – è un cinema convalescente, con la telecamera che non si muove».

Tanto, è il mondo che si muove e ci passa dentro. E specialmente il mondo che si fa il torto di pensare morto, estinto, immobile. Quel mondo che è il soggetto principale dell'attività di Franco Arminio paesologo, Franco Arminio fotografo e documentarista. I suoi scatti accompagnano ogni giorno i frammenti della sua opera, che è vasta e non sta solo nelle parole e nei versi che scrive: è piuttosto un modo di rifondare lo sguardo sui luoghi, sulle persone, sull'Altro.

La sua pagina Facebook è assieme la vetrina e la fucina, dà conto minuziosamente delle peregrinazioni del poeta, delle suggestioni in cui s’imbatte, e testimonia la propagazione viva della poesia, che non deve stare sugli scaffali ma sulle labbra, tra le mani, nei cuori. Nel mondo delle persone, delle cose, dei paesi, che è il vero protagonista di questo film e del lavoro tutto di Arminio, che nella sua tappa è stato anche in Calabria, tra Riace, Africo, Roghudi. «La Calabria mi commuove», dice. Ai suoi lettori ha subito scritto: «Andate in Calabria. È la regione più sottovalutata d’Italia». Dunque, la Calabria sta a pieno titolo in questo grande progetto.

«È in continuità col mio lavoro – dice Arminio – : portare la poesia fuori dalla pagina. L'arte è un canale per far passare l'energia dei luoghi». E mentre una pioggerella finissima cade sulle tombe bianche («il cimitero di una città che trema ancora») e la troupe comincia a smontare cavalletti e macchine, ci raggiunge il regista Davide Ferrario. Il compagno di viaggio, d'avventura e di visione. «Lui ci mette il suo sguardo – dice Arminio – io le mie parole. Non vogliamo andare a Cannes, ma a incontrare la gente». Ferrario sorride, annuisce, parla del potere di quel luogo «dove la memoria è stratificata», da vero archeologo di storie e cercatore d'immagini. Ed è così: il Gran Camposanto è stratificato come la città, che ripete, nella sua mappa, come una città invisibile inscritta dentro un'altra.

Arminio e Ferrario sono cacciatori dell'invisibile, ma quell'invisibile che è sotto gli occhi di tutti. Il giorno prima erano stati a Capo Faro, sulla spiaggia sacra del punto più stretto dello Stretto: «Abbiamo girato una scena bellissima. Sentivamo la straordinaria energia di quel luogo». Un’energia restituita, poco dopo – nel dialogo quotidiano del poeta col suo pubblico, che è piuttosto una “comunità provvisoria”, ogni volta aggregata dal potere della poesia – dalle foto di qualcuno colto lì, sul bordo di quel mare vertiginoso che pure sembra così domestico, chiuso, mansueto. Un po' come la poesia di Arminio, così sommessa, che sembra nascere da un nonnulla, da un colpo di tosse: «Abbiamo girato una scena con un signore incontrato lì che vendeva capocollo» raccontano. Perché la vera sceneggiatrice è sempre la vita, il suo meraviglioso caos.

«Quello che mi continua a stupire – dice Arminio – è che l'Italia c'è, resiste, ed è piena di bellezza. Noi vorremmo far vedere le tante Italie che abbiamo». Intanto posta a caldo i versi ispirati dallo Stretto: «Il Nord del mondo/ è un crimine contro l’umanità/ e invece di fermarlo/ siamo tutti di corsa/ ad imitarlo. Solo gli alberi e gli animali/ resistono all’inganno./ Ora io credo solo alla luce,/ alle rondini e ai cardi./ Quando sfioriscono le rose/ annuso i sassi/ sulla spiaggia».

E non c’è solo la bellezza: la prossima tappa è Giampilieri, il territorio ferito, «l’Italia delle frane», quello per cui Arminio suggerisce «una nuova alleanza con gli animali e le piante. Usare le nostre invenzioni tecnologiche non per isolarci dalla natura, ma per abitarla meglio».

“Nuovo Cinema Paralitico” – che è in effetti il sesto film di Arminio – sarà una raccolta di queste “istantanee” in giro per tutta l'Italia, dal Sud al Nord. Prodotto da Rossofuoco, che è la casa di produzione di Ferrario e Francesca Bocca (la cui missione è di fare il cinema «indipendente, imprevedibile, fuori dagli schemi. Ma mai per pochi cinefili o addetti ai lavori») con cui Arminio ha girato lo scorso anno “Cento anni”, viaggio nelle Caporetto d'Italia, questo affresco di decine di “istantanee” dovrebbe anche essere trasmesso dalla Rai in forma di “flash”.

«Cerco sempre di non perdere il contatto coi luoghi. Questo film è al servizio del mio guardare ai luoghi», dice. Una continuazione della poesia con altri mezzi. Perché la poesia è un utensile: serve a forzare le porte chiuse. La poesia è uno scambio, un baratto, una semina, per il poeta più anticonvenzionale, quello che da solo contraddice ogni regola del marketing: regala le sue poesie, le baratta, le pubblica ogni giorno e ne parla coi lettori, di continuo. Eppure i suoi libri si vendono, la gente corre a vederlo.

Sì, quella che lui ha inventato e fa circolare è un “economia sentimentale” i cui capitali sono le contrade più nascoste, le esistenze più silenziose, le città invisibili sotto gli occhi di tutti. Come Messina, le sue acque, i suoi morti, in un giorno di novembre.

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