Sabato, 20 Luglio 2019
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"La nuda verità" di Gaja Cenciarelli: il dolore non è misura dell'intelligenza

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Gaja Cenciarelli negli scatti di una fotografa d'eccezione, Sabrina Manfredi.jpe

Attraversando la tematica del corpo e il delicatissimo confronto con fra i medici e i pazienti – fra chi patisce e chi dovrebbe prendersi cura delle pene altrui – la scrittrice romana doc Gaja Cenciarelli ha costruito uno dei più interessanti romanzi di questa stagione, “La nuda verità” (pubblicato da Marsilio, pp. 247 €16,50).

Volto notissimo sui social, autoironica e caustica, Cenciarelli è anche una stimata traduttrice, vera esperta dell’universo narrativo distopico e visionario di Margaret Atwood. In questo romanzo, ambientato nella sua amatissima Roma, Cenciarelli porta in pagina Donatella Mugghiani, un medico che lavora in un grande ospedale pubblico della Capitale, ha uno studio privato, non ama cucinare, non beve e da sempre è disinteressata al concetto di contatto fisico. La dottoressa Donatella dovrà fare i conti con l’imprevedibilità delle cose nell’incontro – solo apparentemente fortuito – con Stefano, un autentico divoratore di vita.

Intanto esplode un’indagine sulla Malaumanità negli ospedali della Capitale, che delinea il marciume di quel mondo e mette in luce un concetto di cura cinicamente spersonalizzato, interessato solo al business. Tutto ciò in un romanzo sul potere – e decisamente non sull’amore – esercitato soprattutto da una terza donna che manipola nell’ombra e ordisce un piano di rivalsa, sino al colpo di scena finale.

Lei scrive: «Il dolore non è la misura dell’intelligenza». Cosa intende?

«Per molto tempo abbiamo consegnato al dolore la misura della nostra sensibilità, della nostra intelligenza emotiva. Personalmente mi sono stufata di questa retorica intorno al dolore».

Auspica un ritorno alla felicità?

«Non dico questo, ma credo che sia giunto il momento di abbandonare questa visione retorica. La sofferenza non ci rende necessariamente migliori o più profondi, ammettiamolo. Anzi, forse chi riesce a sorridere ha una migliore comprensione del mondo».

Scrivere non è necessariamente un gesto catartico con cui espiare colpe e dolore?

«Esattamente. Dobbiamo lasciarci alle spalle tutti i luoghi comuni sui libri come fonte di salvezza che ci renderebbero migliori. Non credo sia vero. Scrivere è un’urgenza espressiva, un bisogno personale. Chi scrive, come diceva Karl Kraus, non riesce a trovare la forza per non farlo. Ma ammetto che anche io anni or sono pensavo che la scrittura avesse questa sorta di sovrastruttura culturale».

E poi?

«La vita, quella reale, ti insegna la sua lezione. E aggiungo: dietro tutto questo dolore esposto c’è tanto teatro. Chi soffre veramente non lo dice ai quattro venti».

La fisicità ha un peso rilevante in questo romanzo?

«Per me è un vanto. Credo sia un libro complicato poiché non ci sono ammiccamenti verso il lettore, né conforto o consolazione. Questo è un libro realistico all’estremo che declina la tematica del corpo, associandola al ruolo dei medici, di coloro che dovrebbero aver cura dei corpi altrui, proprio come Donatella che finisce per negare il proprio corpo finché la vita reale esige un dazio».

Ruota attorno alla vicenda, sino a divenire il nucleo pulsante del libro, un’inchiesta sulla malasanità. Perché?

«L’unico elemento autobiografico di questo libro riguarda il fatto che, purtroppo, nella nostra famiglia abbiamo avuto a che fare con una dottoressa come la Mugghiani, un’oncologa anaffettiva e priva di empatia che ha deciso di privare di qualsiasi attenzione umana una malata terminale, abbandonandola completamente al suo triste ed inevitabile destino. Comprendo il fatto che i medici non possano prendersi il carico di tutte le sofferenze del mondo, ma tutto ciò mi ha colpito e le vicende che riguardano il personaggio di Donatella hanno preso una piega diversa da ciò che credevo, in un romanzo che ruota attorno al concetto di vendetta. Non si tratta di una storia d’amore piuttosto di un romanzo sul potere, su chi lo esercita e su chi ne è schiavo».

Donatella è una sorta di moderna vestale, perfetto collegamento con un’altra sua ossessione ovvero Margaret Atwood?

«Decisamente. Donatella non si sente un essere umano normale. Esercita un potere, somministra le cure, dona e sottrae le prospettive del futuro ai pazienti e anche per tale motivo è così distante, razionalmente lontana dai bisogni fisici del proprio corpo. La Atwood cerca sempre di raccontare i corpi e la sua scrittura è decisamente fisica, una scia creativa sulla quale mi ritrovo».

Se Donatella ha il potere dei soldi, Francesca, la sua assistente in studio, possiede il fascino dell’eros.

«Sono due nemesi. Lei ha avuto una vita travagliata, vive in un matriarcato e pensa sempre di poter svoltare appoggiandosi ad un uomo ricco. Al contrario di Donatella, usa il proprio corpo nei confronti di Stefano ma anche in questo caso non ci sarà nulla di scontato».

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