Lunedì, 01 Giugno 2020
stampa
Dimensione testo

Cultura

Home Cultura In quelle feste antiche la comunità si riconosce
TRADIZIONI

In quelle feste antiche la comunità si riconosce

di
feste locali, festività, tradizioni, Sicilia, Cultura
Festa Sant'Agata

Ieri in tante località della Calabria e della Sicilia si è festeggiata la Madonna della Candelora, oggi si festeggia S. Biagio e il 5 febbraio ci sarà la festa di S. Agata. Si tratta di riti e feste che si svolgono in piccoli centri, in crisi di spopolamento, ma anche in grandi città, come accade a Catania per Sant’Agata. Queste festività, pur non essendo più legate ai ritmi della società agro-pastorale, alla terra e a un periodo di vuoto produttivo e carenza alimentare, resistono, in vario modo, a un’omologazione in atto e spesso reinventano un legame sacro con comunità che conoscono i fenomeni dell’erosione.

Questo è, non a caso, il periodo in cui nei paesi ancora è molto diffusa e attualizzata la “cerimonia delle frittule”, il banchetto festivo a base delle carni del maiale che ancora oggi vengono lavorate nelle case e in famiglia. Nel passato, subito dopo le feste di Natale, spesso dopo il 17 gennaio, giorno di S. Antonio Abate, non a caso chiamato “Sant’Antonio de lu porcu” si procedeva all’uccisione del maiale. Il giovane Alvaro (“Un paese”, a cura di V. Teti, Donzelli) nel 1916 la descriveva così: «Era la festa del maiale, festa di tutti i ghiottoni rispettabili e di tutta la gente del popolo come della borghesia. Non costa nulla allevare un maialino che in capo a un anno arriva anche a pesare un quintale. Verso febbraio, finché dura la stagione fredda, ingrassano in modo da consolare […] tutto febbraio è pieno di grugniti e di cani in faccende per le strade a cercar dove si possano gustare dei buoni rimasugli.

Le bestie, a meno che non siano magre, si ammazzano in pubblica via, il corpo è issato tra gli sforzi esagerati del padrone su una forca e così si comincia il taglio della pancia donde gli intestini scivolano fuori fumando. Le caldaie sono in gran lavoro: le donne, col piacere loro proprio dell’abbondanza e di quel che ha un segno di ricchezza, impastano la poltiglia di carne pepata e fragrante di sale, i ragazzi di casa soffian dentro gli intestini dove l’acqua gorgoglia ed esce con gli escrementi, si picchiano con le vesciche gonfiate; il cuore, il fegato, i polmoni appesi danno al sole note di rosso strazianti, e la bestia è lì, bella, rasata che par di cera, con la pelle tagliata verticalmente di tagli non sanguinosi ma candidi di grasso. Le ragazze girano con le ceste nascoste sotto il grembiule, e recano a parenti e ad amici, una parte dei migliori bocconi in omaggio».

La festa del maiale evoca l’atmosfera dell’apoteosi carnevalesca. Nei paesi e nelle piccole comunità del Sud e della Calabria, la pratica di allevare e macellare il maiale nel proprio orto o nelle campagne è un fatto residuale, molto limitato. Resiste, tuttavia, la pratica di acquistare le carni di maiale “locale”, allevato con prodotti “nostrani” per fare soppressate, salsicce, capicollo, pancetta, frittole e sugna. Soppressate e salsicce costituiscono alimenti graditi e da consumare in occasioni festive e rituali, da offrire agli inviatati, da inviare ai familiari emigrati nelle città del Nord Italia e di Francia, Germania, Belgio.

Spesso la preparazione degli insaccati nelle case diventa un fatto alimentare e anche economico rilevante. Non è, naturalmente, l’ostentazione dell’abbondanza in situazione di precarietà, ma è la messa in scena di un mangiare assieme, di una convivialità anche con riferimento a una “tradizione”, che viene in parte mitizzata.

Il Carnevale è stato realizzato, compiuto, superato, ma resiste quella che Bachtin chiamava la «carnevalizzazione della vita», il sogno di affermare un altro mondo, di rappresentare e risolvere la crisi. Le feste invernali e il “rito del maiale”, nel periodo in cui i paesi sono sempre più vuoti e deserti, hanno una valenza fortemente identitaria in un universo che conosce sconvolgimenti, fughe, abbandoni, ritorni, arrivi. Attorno alle interminabili portate i partecipanti sembrano mettere in scena una sorta di ossessiva e struggente ricerca di senso e l’insopprimibile domanda «che ci faccio qui».

© Riproduzione riservata

Scopri di più nell’edizione digitale

Dalla Gazzetta del Sud in edicola. Per leggere tutto acquista il quotidiano o scarica la versione digitale

LEGGI L’EDIZIONE DIGITALE
* Campi obbligatori

Immagine non superiore a 5Mb (Formati permessi: JPG, JPEG, PNG)
Video non superiore a 10Mb (Formati permessi: MP4, MOV, M4V)

X
ACCEDI

Accedi con il tuo account Facebook

Login con

Login con Facebook