Mercoledì, 23 Ottobre 2019
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DOPO IL FESTIVAL

Il punto su Sanremo vetrina e cantina

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Baglioni consegna il premio a Mahmood

Sanremo, tre punti: “Soldi” ha vinto il 69. Festival della canzone italiana. Rappresenterà con onore e merito l'Italia all'Eurovision Song Contest di Tel Aviv. Intanto ha esordito al primo posto in ogni classifica (Fimi, Spotify, Apple Music, iTunes, Earone e brano italiano con l'ingresso più alto di sempre nella Global Chart).

Gli italiani votano Ultimo ma ascoltano Mahmood. Pace (e bene). Era già bastato il day after a smontare la critica nei confronti dei critici. Cioè verso coloro che, anche al netto di pesi e misure da riconsiderare, hanno di fatto pre immaginato la vita di “Soldi” fuori da Sanremo o quantomeno hanno suggerito che c'è vita fuori da Sanremo. Figuriamoci sapere che nella settimana della vittoria ha sempre o dovunque guidato lui. Su YouTube (dove a seguire, staccati da lui ma vicini tra loro, ci sono Ultimo e Irama e appena sotto Federica Carta e Shade). Idem su Spotify (qui quarto appare Achille Lauro). Nella classifica iTunes (in cui terza è la Bertè, che su Amazon scala un altro gradino, posizionandosi tra un Mahmood sempre primo e Ultimo al terzo posto). Tutti dati sott’occhio a partire dalla notte delle polemiche e ora riscontrati definitivamente nella Top Singoli Fimi fresca di settimana. In cui “Soldi” continua a viaggiare alla sua velocità e tutte le prime sette posizioni sono monopolio sanremese (nell'ordine: “I tuoi particolari”, “La ragazza col cuore di latta”, “Rolls Royce”, “Senza farlo apposta”, “Cosa ti aspetti da me” e “Per un milione”). Tradotto: nel particolare fanno meglio Federica Carta e Shade (5.) che “Abbi cura di me” di Cristicchi (13.), sono più vitali i Boomdabash (7.) che “Argentovivo” di Silvestri & Co (15.), non male il “Nonno Holliwood” di Nigiotti (11.), molto più giù Il Volo (16.), Arisa (17.) e Ghemon (19.), in fondo Turci con Renga, Motta e Zen Circus; in generale vi si legge di un Festival di Sanremo che ha senz'altro incontrato la Canzone Italiana, anche quella un po' barbona un po' sbruffona che preferisce vivere fuori casa e per la strada. Ora ci sono le prove.

Così i Sanremo Giovani di Baglioni dimostrano la propria potenza di master class sui talent di primo livello. Perché Mahmood (direttamente da Area, assieme a Einar, figlio di Amici) aveva già vinto a dicembre con “Gioventù bruciata” (che poi sarà il titolo anche del suo primo disco, in uscita l'1 marzo). Perché a Ultimo è bastato vincere con “Il ballo delle incertezze” dello scorso anno (bella oltre “I tuoi particolari” di questo) per riempire l'Olimpico (l’Olimpico!) l'anno dopo.

Storie di somme “tirate”. La classifica integrata delle giurie nella 5. serata dice che primo è Mahmood, secondo Ultimo e terza Loredana Bertè. Il Volo è quarto, ma grazie alle percentuali precedenti sale sul gradino di bronzo. Come se il voto di diploma facesse media con la pagella del quarto ginnasio. Un metodo che risponde tanto alla gara (che ufficialmente comincia la prima serata e i nodi delle classifiche, anche se non noti, alla fine vengono al pettine) quanto al rispetto (non sospetto) che si deve al voto a pagamento. Ma che può penalizzare i brani diesel che crescono all'ascolto di tutte le giurie (meno di quella della Sala Stampa che, tra anteprima e prove, ha assimilato prima i brani) più di altri calcoli e contribuire a creare “presunzioni” di vittoria con reazioni annesse e sconnesse.

E di una che non vince i premi, li suscita. I successi estivi l'hanno avvicinata al pubblico mobile e un brano assoluto com'è “Cosa ti aspetti da me” (penna di Curreri, linee di Vasco) l'ha legata a tutti. È stata la chiave di volta del cast. E il taser che ha costantemente scaricato il “pubblico in sala” su dalle sedie. Aggiungi i fischi all'annuncio del suo fuori podio: premio Teatro Ariston a Loredana Bertè. In famiglia era già accaduto, con il Premio della Critica intitolato a Mia Martini.

Il retro obiettivo del Festival. Usare la propria attrattiva per sconfinare tra presente e passato, concepire una tratta andata e ritorno tra generazioni, dirlo alla suocera perché lo senta la nuora. E che sei brani di Mimì (“Almeno tu nell'Universo”, “Minuetto” anche in versione originale, “Piccolo Uomo”, “Gli uomini non cambiano”, “E non finisce mica il cielo”) siano comparsi nella Top50, parlando di musica, è un bel retro risultato.

Ma un premio lo hanno vinto tutti. Anche i rapper e trapper che sono saliti sul palco perché sono saliti su quel palco, anche i bravi cantanti (chi lo è e chi lo è stato molto) che non smettono di farlo. Anche quelli che ora si prendono la soddisfazione di andare meglio in altre classifiche. Anche la Rai che una prima rete così giovane non si era mai vista. Anche Baglioni, che in due anni ha evidentemente creato interazioni “scandalose” tra la musica e il cambio di posizionamento dei gusti e degli strumenti del pubblico (su Spotify oltre 28mln di streaming, prima anche la playlist Sanremo 2019 e la complilation, ad esempio), intercettando i flussi migratori degli italiani, popolo di navigatori. Anche lo stato dell'arte che sarà: probabilmente con quattro proposte in meno, forse con qualche riconoscimento in più. Magari con classifiche svelate in corsa (anche senza eliminazioni) per evitare le polemiche in coda e una rispolveratina alle cover per far cambiare l'aria. Scorporando i premi in ancora più categorie, per autorappresentarne il più possibile ma senza esagerare. Perché tra la musica di questa edizione che difficilmente farà cambiare stazione, i concerti che andremo a sentire, nuove classifiche da misurare, prospererà sempre il talento di parlare e sparlare. Di Sanremo, perché è Sanremo. Punto e basta.

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