Domenica, 17 Novembre 2019
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CHE CI FACCIO QUI

La nostra ricchezza sono tutte quelle assenze

di
defunti, rubrica che ci faccio qui, Vito Teti, Sicilia, Cultura
L'unico modo per far rivivere gli antenati e i defunti è quello di ricordarli e di nominarli.

Oggi la rubrica del prof. Vito Teti è dedicata alla madre, la signora Caterina Iozzo, morta nei giorni scorsi a 105 anni. Da sempre ispiratrice di racconti, pensieri, parole e dell'amore necessario per formularli, crederci e farli vivere.


Non ricordo quando mi accorsi la prima volta che, tra i tanti paesi di collina che si scorgono dal treno, quasi come sentinelle lungo un confine, uno di questi era morto, abbandonato. Non so quando il mio sguardo incrociò quello dei fantasmi che mi sembrava continuassero a vivere tra le rovine ma, dall'istante in cui mi accorsi dell'esistenza di Cirella, tutte le volte che mi avvicinavo, partendo o tornando, affacciato dal finestrino del treno in corsa, cercavo le sue immagini, le sue ombre. Le cercavo quasi per ridare loro vita, come se con il mio sguardo potessi trasferire ad esse senso e importanza. Fu molto tardi, negli anni, che cominciai a pensare che a custodia del luogo Calabria, di questa sorta di «Motel Calabria», c'era anche un paese abbandonato.

Una sera, all'imbrunire, avevo quasi trent'anni, viaggiavo in treno con mia madre. L'accompagnavo a Roma per una visita medica specialistica. Ero pensieroso e guardavo mia madre. Mia madre era pensierosa e mi guardava. Abbiamo sempre parlato anche col silenzio, io e lei. Era il primo viaggio che io facevo con lei fuori della Calabria. Per meglio dire, è il primo viaggio che ricordo...

Quando, in questo viaggio consapevole, stavamo giungendo in vicinanza di Cirella, pensai di distrarre mia madre indicandole l'isola e i ruderi del vecchio paese. Mi alzai e andai al finestrino. Dissi: «Mamma, vieni, che ti mostro un paese lassù, guarda in direzione di quella collinetta... Lì c'era un paese con chiese e case, ma poi venne abbandonato. Non è abitato da quasi due secoli... Perché lo hanno bombardato e lo hanno incendiato». «Quante ne succedono, quante dobbiamo patirne», disse mia madre con il suo sentimento religioso e pietoso che affiora ogni volta che si parla delle sventure altrui, e girò lo sguardo verso il mare appena in tempo per vedere l'isola che scompariva. Tornò il silenzio.

Sentivo che pensava alla sua malattia e, più che al suo dolore, a quello che, secondo lei, provocava a noi familiari. Le parlai: «Lo sai cosa dicono gli abitanti dei paesi vicini e anche i discendenti degli antichi abitanti? Che le persone di quel paese abbandonato se le sono mangiate le formiche. Forse il paese aveva una brutta maledizione. Così si racconta». Avevo detto queste cose per allontanarla dai suoi pensieri, ma adesso ero curioso di ascoltare il suo commento. «Guarda tu, quante ne raccontano… Ma forse hanno ragione…». La guardai attento, come quando so che sta per dire qualcosa di importante. «Forse hanno ragione, prima o poi a tutti ci mangiano le formiche. Poveri noi». «Cosa pensi che ci succeda dopo che moriamo?», le chiesi avviando uno di quei discorsi che ci avrebbe condotto lontani, che poi si sarebbe concluso con un «Mah» dopo uno o mille minuti. «E chi lo sa, nessuno è mai tornato per dircelo…».

La fissavo attentamente pronunciare quelle parole che mi restituivano una persona profondamente religiosa, ma sempre pensosa e dubbiosa, poco indulgente alla credulità... «Lo sa solo Dio dove andiamo. Al Paradiso, all'Inferno… chi lo sa?». «Tu dici che nessuno è mai tornato, ma da noi, nel paese, non si parla altro che di morti che tornano», dico a mia madre con l'aria di chi vuole appurare qualcosa. Sento lo sguardo di mia madre più delle sue parole: «Tornano però soltanto nei sogni… e nemmeno sempre. Quant'è che non sogno la nonna, mamma mia bella, pare che non sei stata mai…» e parla come se la nonna fosse morta ieri.

Ho conosciuto poche donne con lo stesso culto dei morti, con una tale memoria dei defunti e senso del tempo che passa. Quando abitavo sopra la casa dei miei genitori e scendevo a salutare mia madre, c'era spesso un anniversario da ricordare, e il ritornello era: «Come oggi è morta tua nonna… dieci anni fa, come oggi moriva tuo nonno…». Per lungo tempo, il suo costante sentimento melanconico mi ha lasciato un po' sgomento, pensando quasi a un lutto che non passa mai, a dolori sempre rinnovati. Soltanto più tardi avrei capito che l'unico modo per far rivivere gli antenati e i defunti è quello di ricordarli e di nominarli. Avrei capito che sono più melanconiche e depresse le società che non ricordano i defunti e che rimuovono la morte.

Ho imparato, col tempo, a comprendere e a condividere la nostalgia della vita di mia madre, quel sentire sempre vivi e presenti gli assenti. Ho imparato ad apprezzare la verticalità di un universo antico rispetto all'orizzontalità piatta e monotona dove tutto si consuma nell'arco di una generazione.

 

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