Domenica, 17 Novembre 2019
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LETTERATURA

Addio al Maestro Andrea Camilleri scrittore e profeta di tutta l'Italia

di
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Andrea Camilleri con il Montalbano dello schermo, Luca Zingaretti

«Credo nell'umanità e ho fiducia nell'uomo», questo è il messaggio più bello che Andrea Camilleri - morto ieri a 93 anni dopo settimane di ricovero (per volontà sua e della famiglia le esequie saranno riservate, e solo dopo verrà reso noto dove portare un ultimo omaggio) - ha affidato ad un libretto-breviario (che adesso assume il valore di un nobile testamento) in forma di lunga lettera dedicato alla pronipotina Matilda. “Ora dimmi di te. Lettera a Matilda” (Bompiani, 2018). Come usare la propria vita lo si impara solo vivendola, scrive il bisnonno-Tiresia novantatreenne alla bimba di quattro anni (e un fantastico Tiresia è stato lo scrittore nella conversazione messa in scena al teatro greco di Siracusa lo scorso giugno), con la speranza che possa leggerlo nel pieno della sua giovinezza. Il bisnonno lo ha deciso un giorno in cui Matilda, nipotina di sua figlia Alessandra, si è intrufolata a giocare sotto il tavolo e lui ha pensato che voleva raccontarle di sé e non desiderava che un giorno fossero altri a farlo.

Dunque, il Maestro Camilleri inizia a raccontarsi anche perché si ritiene un contastorie, uno che non ha avuto l'ambizione di creare cattedrali, ma di costruire piccole disadorne chiesette di campagna. E tanto gli è bastato. Del resto il piacere della narrazione, già presente nel ragazzo un po' ribelle ma creativo che era, lo aveva raccolto in quanto erede di un padre che poco prima di morire gli aveva chiesto di raccontargli qualche storia e lo aveva invitato a scrivere un romanzo. Mantenne la promessa il figlio-erede e l'anno dopo, nel '68, scrisse il suo primo romanzo, “Il corso delle cose”.

Scrivere forse non salva, ma guarisce, e il giovane Andrea Camilleri ne ha fatto la piattaforma sentimentale per basarvi tutto uno stile di vita rivolto ai valori dell'onestà intellettuale e morale, orientato sempre verso la custodia dell'umano. Cosa che gli ha consentito, nella sua lunga vita, di affrontare i giorni (di affetti, di lavoro, di relazioni umane) con passione e distacco, con ironia e saggezza. Perciò è necessario, nella lettera a Matilda, riandare all' “archeologia” biografica siciliana, scavare in quelle fondamenta, a cominciare dalla nascita, e raccontarsi con pudore e umiltà.

Intanto, tra le pagine scorre l'Italia del regime, della guerra, delle difficoltà economiche, delle ideologie, e poi del risveglio economico e culturale, della politica sentita dallo scrittore come un dovere (anche se non ha mai voluto fare il politico) e quella dei “nuovi”, odierni pregiudizi, dei nuovi occhiuti egoismi, di altri muri. E poi c'è la sua parabola di intellettuale, lettore assiduo di Montaigne, poeta negli anni giovanili, uomo di teatro che possiede talmente il testo che i personaggi si alzavano dalla pagina e cominciavano a girare per la stanza come creature in carne e ossa. Ma che ad un certo punto inizia ad avvertire «una certa stanchezza, non di far teatro, ma di raccontare storie concepite da altri e scritte con parole di altri».

E così, mentre la vena poetica e narrativa apparentemente interrata si rivela essere una sorta di fiume carsico, nasceva, ancor prima di Montalbano, il mondo letterario di Camilleri (un occhio rivolto a Sciascia e l'altro a Pirandello), con “Il corso delle cose” (Lalli, 1978, ma scritto dieci anni prima, poi Sellerio, 1998) ambientato in un luogo che adombrava Porto Empedocle e non era ancora Vigàta: in scena un maresciallo dei carabinieri, Corbo (il cui nome ripete quello del padre, maresciallo, di un compagno d'infanzia), una sorta di nonno o di zio del futuro Montalbano, che sa già metterci «il carico da undici» e gestire «farfanterie» quando è necessario, per muoversi tra cadaveri e maschere, realtà e finzioni, mistificazioni e “verità”, farsa e tragedia, omertà e loquacità, un filo rosso politico e civile, con sotteso e vivo il senso della giustizia che attraversa tutto il ponderoso corpus narrativo camilleriano.

E poi, con “Un filo di fumo” (Garzanti, 1980, Sellerio, 1997) inizia a prendere forma Vigàta, morbida e feroce, con il suo scialo di tristi fatti e le sue bellezze assolute nell'ambientazione ottocentesca: un paese nell'aspetto, ma un osservatorio-mondo di cui è metafora e metonimia per lo sguardo largo dell'autore. Che dal “fiume carsico” emerge con un corso d'acqua già di grande portata, tra romanzo sociale e di costume e romanzo-inchiesta, con gli “ottocenteschi” “La strage dimenticata” (Sellerio, come anche tutti gli altri, 1984, più un saggio che un romanzo), “La stagione della caccia” (1992), “La bolla di componenda” (1993), in cui il grottesco storico assume le sfumature del giallo tragico ma senza che ne venga sminuita la valenza documentaria da parte di un Camilleri che conosce bene e consulta archivi e “carte”, mentre interroga la memoria dei luoghi e delle persone.

È il 1994 quando avviene l'epifania di Salvo Montalbano (un nome-omaggio allo scrittore spagnolo Montalbán) con “La forma dell'acqua” (Sellerio) in cui il più celebre commissario d'Italia è ancora «più una funzione che un personaggio», del quale però già si delinea la struttura etica e la condizione anagrafica: nato a Catania, a Vigàta da un paio di anni, portatore sano di una sua laica religione, uomo più di ragionamento che di azione, sempre attraversato dal dubbio pascaliano, integro servitore dello Stato ma anche “eretico”, capace di “disobbedire” alla legge quando a prevalere è la pietas che lo distingue. Senso cristiano di pietà che non oscura, tuttavia, la razionalità dello sbirro, che con la ragione e l'onestà del sentire non può accettare “la forma dell'acqua”, cioè di quella «virità aggiustata che convinci sempre chiossà della virità nuda e cruda».

C'è già il fidato e intelligente Fazio in questo esordio montalbaniano che fa prevedere un sequel; e, infatti, dopo la parentesi del bellissimo romanzo storico-thriller “Il birraio di Preston” (Sellerio, 1995) con cui Camilleri mostra la sua capacità di “giocare” con generi e linguaggi, e “Il gioco della mosca” (Sellerio, 1995), raccolta di apoftegmi, detti e proverbi propri della cultura empedoclina, storie e “degnità” di sapore demopsicologico, ecco ancora il caro commissario in “Il cane di terracotta” (Sellerio, 1996), primo di una “trilogia” che sarebbe stata completata con “Il ladro di merendine”(1996) e “La voce del violino” (1997).

Il nonno-maestro non avrebbe più voluto continuare con Montalbano, confida alla nipotina Matilda, perché credeva di essere incapace di «reggere ad un personaggio seriale», in quanto mantenere la serialità presuppone «una sorta di atletismo da maratoneta e invece lo scrittore si riteneva a malapena un cortometrista». E, invece, arrivò il successo, ma nessun guasto per il senso della misura dell'uomo che rivela a Matilda di aver imparato soprattutto questo: avere idee, chiamiamole ideali, significa attenervisi senza faziosità, ascoltando sempre le idee diverse dalle proprie, sostenendo le proprie con fermezza ma con l'umiltà di spiegarle e rispiegarle e magari, perché no, anche di cambiarle.

Intanto Montalbano acquista una fisionomia sempre più decisa (e complessa): ancora giovane, senza le ubbie o le fobie della avanzata maturità che non mancheranno di intristirlo nel futuro, è una sorta di soldato solitario della legge che vince le sue battaglie facendo lavorare la materia grigia. Affezionato a certi riti, tra puntate gastronomiche nelle trattorie veraci e la buona, profumatissima cucina della “cammarera” Adelina, adagiato in una bella storia sentimentale con la fidanzata Livia che vive lontano, in Liguria, assieme ai suoi collaboratori, il “fimminaro” e sveglio Mimì Augello, il fido Fazio e l'eccezionale Catarella, porta avanti le sue indagini, non senza scontri con il potere istituzionale o con l'informazione asservita. Perciò si serve spesso di “sfunnapedi” che ne mettono in luce le attitudini “teatrali”, da tragediatore siciliano capace di far cadere nei suoi saltafossi sia mafiosi, sia ottusi rappresentanti dello Stato.

A partire dalla trilogia, dopo la parentesi storica dei romanzi ottocenteschi “La concessione del telefono” (Sellerio, 1998), romanzo “sperimentale” (con generi trasversali che s'intersecano, tra diaristica, epistolografia, articoli giornalistici e rappresentazione teatrale), “La mossa del cavallo” ambientato tra Montelusa e Vigàta (Rizzoli, 1999) e “La scomparsa di Patò” (Mondadori, 2000), con una Sicilia in cui la logica del potere è quella giunta sino ad oggi, la saga di Montalbano, illuminata, a partire dalla fine degli anni Novanta, dalla serie televisiva diretta dal regista Alberto Sironi che riscuote un enorme successo presso il grande pubblico, diventa un lungo romanzo, una costellazione di titoli sempre caratterizzata da una struttura sintagmatica, divenuta anch'essa proverbiale, da “La gita a Tindari” all'ultimo, “Il cuoco dell'Alcyon”, appena pubblicato e in vetta alle classifiche da settimane: una galleria di indimenticabili personaggi maschili e femminili, pronti a balzare dalle pagine e dalla bellissima fotografia delle serie televisive, tra drammi esistenziali, intrighi politico-economici-familiari che strumentalizzano persino la morte e temi sociali che si aprono alle più stringenti vicende della nostra attualità: l'odissea dei migranti, la disoccupazione, la corruzione, il crimine con la terribile piaga dei trafficanti di droga. E, naturalmente, la mafia che tutto pervade e nel cui “rizzaglio” cadono i pesci meno “sperti” (“La rizzagliata”, Sellerio, 2009, è il titolo italiano di un romanzo spagnolo di Camilleri, “La muerte de Amalia Sacerdote”, pubblicato prima in Spagna che in Italia), pur senza mai abbandonare né la produzione saggistica né gli esercizi di romanzi altri.

Come si può stare dentro la Sicilia senza fantasia? si chiedeva Sciascia, e nella Sicilia-mondo Camilleri, che comunque va ben oltre il sicilianismo sciasciano, c'è stato sia con la forza dell'immaginazione sia con la rivoluzione linguistica della sua scrittura, un ibrido che vuole alludere ad una sorta di ideale koinè siciliana, tra dialetto e diglossia, un laboratorio sperimentale divenuto un vero e proprio “dizionario”. In uso, ora, in tutta Italia.

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