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"Sciascia L'Eretico", le profezie di un siciliano scomodo nel libro di Felice Cavallaro

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Ci vuole una granitica consapevolezza per avventurarsi nel pianeta letterario di Leonardo Sciascia, dove non esiste angolo che sia sfuggito all'esplorazione ciclica, interpretazione, indagine o all'esegesi di un'analisi che sembrava compiuta. E allora ti chiedi quale può essere la chiave di lettura di “Sciascia L'Eretico - Storia e profezie di un siciliano scomodo” (Solferino), scritto da Felice Cavallaro, giornalista del Corriere della Sera che in Sicilia ha costruito la sua militanza professionale.

In superficie le pagine del libro fanno scorrere la summa dell'opera del maestro di Regalpetra, il suo impatto civile dirompente nell'Italia che spegne le lucciole e promuove il compromesso. Ma è nel cammino delle vite familiari il seme del valore aggiunto, dello sguardo profondo che estrae linfa dalla memoria e si fa testimonianza originale: quella dell'autore che ha vissuto i suoi primi anni a Racalmuto, di suo padre Emanuele e di suo cugino Aldo Scimè, amici di Leonardo Sciascia. Un patrimonio di vita che Felice Cavallaro scompone, come un tagliatore di gemme, in preziosi aneddoti che ricompongono lo spirito eretico dello scrittore siciliano, partendo da una radice familiare, dalla campagna della Noce, «a duecento metri da casa Sciascia e da quella di mio padre». Quello che Montaigne - filosofo francese amato da Sciascia - indicava come «dietrobottega, rifugio solitario in cui possa riporsi la nostra vera libertà».

Dalla campagna della Noce, epicentro fisico e metaforico, si dipana l'opera dello scrittore siciliano. Ed è da questo osservatorio intimistico che l'autore del libro alza lo sguardo per raccontare le battaglie civili di Leonardo Sciascia, nel solco di un'etica illuministica che faceva da binocolo alle sue profezie. Come quella sui «professionisti dell'antimafia»: «Sciascia avverte il pericolo di una strumentalizzazione - scrive Cavallaro - il rischio di usare l'antimafia per pompare l'immagine di una parte politica, avvantaggiare qualche personalità pubblica, ipotizzare scorciatoie nelle carriere degli apparati investigativi e giudiziari, fuori dalle regole date. E mette in guardia. Anche contro il mancato rispetto di norme e principi cristallizzati all'interno del Csm, cardine costituzionale offeso da tanti magistrati, ignari della lezione di Sciascia». Per un credente sarebbe stato un vaticinio, ma fu il suo scetticismo a ispirargli una profezia che a distanza di 33 anni si sarebbe rivelata nel caso Montante e nelle trame dei magistrati per conquistare i vertici delle procure.

Giustizia e lotta alla mafia (comprese le divergenze mai subdole con Falcone e Borsellino) coesistevano senza mediazioni nello spirito dello scrittore siciliano, capace di mettere fuoco i buchi neri del caso Moro e invocare - anticipando di 22 anni la legge Rognoni-La Torre attraverso “Il Giorno della civetta” - le indagini sui flussi economici. Ma anche di indicare all'orizzonte «la desertificazione ideologica e ideale che in Italia è solo agli inizi», pubblicando nel 1971 “Il contesto”, manifesto del potere che fagocita il dissenso, l'opposizione.

Omologazione e finzione da cui Sciascia prende le distanze con uno sfogo raccolto dal Giornale di Sicilia per riflettere sul ruolo dell'intellettuale come coscienza critica della società, come coscienza democratica: «L'intellettuale era uno che metteva le firme. Per Cuba, per il Vietnam, per dichiarare il voto a sinistra nelle elezioni politiche. E qualche firma l'ho messa anch'io. Sei contro l'imperialismo americano? Ma certo. Sei per la libertà della Spagna? Ma si capisce. Però sono per tante altre cose, contro tante altre cose. Anche noi, ma ne parliamo dopo. Dopo Budapest, dopo Praga, dopo Danzica? Non è venuto il momento di parlarne? No, non ancora. E dunque non più…».

Analisi deflagrante che riflette il rapporto conflittuale di Sciascia, avversario implacabile del conformismo culturale, con la politica, la sinistra e il Pci. A costo di rotture traumatiche, come quella con Renato Guttuso. Prevale il diritto a coltivare la diversità, rifiutando verità costituite. È il filo conduttore che lega “L'affaire Moro” e il caso Tortora. Ma qui non si tratta di chiaroveggenza. Sciascia ricompone fatti e legge in filigrana, acquisendo le prove che gli consentiranno, ancora una volta, di muoversi controcorrente, incassando sospetti e pregiudizi che nel tempo mostreranno i volti del legittimo interrogativo e della ragione. «È questa sua capacità di vedere oltre che finiva spesso per rendere difficoltoso tenere il passo con lo scrittore scomodo. E il caso Moro ne fu prova», scrive Felice Cavallaro. Perché in fin dei conti per lo scrittore siciliano non si tratta di schierarsi secondo uno schema manicheo, ma scegliere «semplicemente di amare o non amare la verità». E sul caso Moro bugie e depistaggi non si contano.

Sciascia amò la verità anche su Enzo Tortora, sul quale preconizzò sentenza ed effetti distorti nella gestione dei collaboratori di giustizia (oggi il processo su via D'Amelio docet), come ricorda l'autore del libro:

«Il calvario di Enzo Tortora era stato ulteriore conferma della necessità di utilizzare ogni informatore con un distacco professionale, talvolta assente in alcuni magistrati. Sciascia sente il bisogno di sorreggere Tortora «per difendere il nostro diritto, il diritto di ogni cittadino, a non essere privato della libertà e a non essere esposto al pubblico ludibrio senza convincenti prove della sua colpevolezza». Ancora un tema che guarda lontano, agli avvisi di garanzia convertiti in sentenze tombali, con corollario «l'agghiacciante copione da gogna mediatica», sottolinea Cavallaro. Pericolo avvertito anche da Giovanni Falcone.

Il giudizio di Sciascia, con l'istruttoria in corso, «anticipa tutti», mentre le mistificazioni si fanno corrente impetuosa, convenienze istituzionali. E nel suo testamento “A futura memoria”, nel novembre del 1989, si scaglia contro il trasformismo all'italiana: «Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici, son tanti - scrive il maestro di Regalpetra - godono di una buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all'altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell'eterno fascismo italico…».

La futura memoria riverbera, ricorda Felice Cavallaro, «l'impegno e il senso di una vita che si chiude»: «Io ho dovuto fare i conti... prima con coloro che non credevano o non volevano credere all'esistenza della mafia, e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile; ma credo di avere detto qualche inoppugnabile verità».

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