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Almarina, l'anima dolente che si accende alla luce

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Quando si richiude alle sue spalle la sbarra del carcere minorile di Nisida dove insegna, Elisabetta Maiorano, professoressa di matematica, vedova, si sente più libera, e lì, nel carcere, prova uno strano sollievo nell'aver lasciato la città con le ansie che sono anche le sue. Salire con la macchina per il tornante che porta al carcere è come scalare la montagna del purgatorio con i suoi gironi, ma quando si scende non si è più gli stessi.

Perché ogni volta che entra a Nisida Elisabetta deve continuamente ricollocarsi, riposizionarsi, dare un senso alla relazione con l'altro, a quei giovani ai quali porge con amore gesti e parole, e l'umanità della matematica, ma senza registro e senza programma. Poi un giorno in classe c'è una ragazza nuova, la giovanissima Almarina, un vissuto di dolore indicibile, che nel carcere, «anch'esso dolore che non finisce, da cui non puoi mai distrarti», trova un senso, insieme alla speranza.

Una sintonia di anime, Elisabetta e Almarina, che Valeria Parrella, fine scrittrice e drammaturga che nei suoi romanzi trasferisce ciò che impara dal variegato universo femminile, racconta nel suo romanzo “Almarina” (Einaudi), candidato al Premio Strega 2020 e finalista nella cinquina del Premio Lattes Grinzane 2020, con il lirismo proprio della sua distillata scrittura, con la musicalità della prosa che con le sue delicate cadenze napoletane sembra cullare la speranza. Di dimenticare, ricominciare, vivere.

Valeria, quando e come è nato “Almarina”?

«Almarina è nato un giorno mentre uscivo da Nisida dove tengo un corso di scrittura creativa. Lo stesso Almarina che è un nome femminile albanese e contiene in sé sia la parola “alma”, anima, che la parola “marina”, si addice perfettamente a quel luogo. Ai ragazzi avevo chiesto di raccontare un ricordo del loro passato. E un ragazzo, credo fosse algerino, si era bloccato sul foglio, mentre gli altri scrivevano alacremente; allora io mi avvicinai per aiutarlo a scrivere, e invece lui mi disse che sapeva benissimo cosa doveva scrivere. Raccontò quando in una casa famiglia dove si trovava, un giorno, gli avevano detto che fuori c'era la madre, così era corso fuori credendo di trovare la sua vera madre biologica, e invece c'era un'altra donna, la madre affidataria. Così, piangendo, mentre andavo a casa mi chiedevo come fosse possibile tutta questa sofferenza per dei ragazzi. Per liberarmi di questo pensiero decisi di scrivere».

«Ci sono dei luoghi che sanno aspettare», lei scrive in un passaggio del libro. Nisida aspettava lei per diventare narrazione viva, che entra nel corpo delle cose?

«Nisida è stata descritta tantissimo. Se si fa una ricerca su Google, Nisida si trova ben raccontata, quando era sede carcere, e poi quando non lo era, e ancora altro; anzi a Nisida proprio in questo momento c'è una passeggiata letteraria con tante panchine sulle quali ci sono i nomi di tutti gli scrittori che hanno parlato di Nisida. Diciamo che Nisida non aspetta, va veloce».

Il suo romanzo è una storia d'amore, ma lei scava nella complessità dell'amore, anche di quello che non procede per gradi, perché come lei dice «il cuore è opalino».

«Il mio romanzo è sì un romanzo d'amore, ma più che altro, secondo me, è un romanzo sul desiderio. Il desiderio che a un certo punto erompe su ordine del cuore delle persone e al quale non si sa dare nome, tanto è vero che la burocrazia con i suoi labirinti, uno dei temi del libro, non sa rispondere: desiderio di adozione, di affido, di maternità, di affetti verso i congiunti (e c'è molto da riflettere sui congiunti). Il cuore è opalino perché la verità non la fa vedere manco a chi sente. E comunque io non sono per la trasparenza dei sentimenti».

Da insegnante, Elisabetta Maiorano fa quel che ogni insegnante dovrebbe fare: mettere in relazione il tu dell'alunno con l'io del docente, capire che il problema dell'altro «è uguale al suo», come diceva don Milani. Perciò non rinuncia alla capacità di immaginare il dolore degli altri. Chi è Elisabetta Maiorano?

«Elisabetta Maiorano è un mix di tre persone. Una è un'insegnante della scuola elementare di mio figlio, un'altra è un'insegnante che veramente ho osservato a Nisida e la terza è una delle mie migliori amiche, rimasta vedova, e che una volta, in una chat di amiche, quando noi ci lamentavamo del Natale, disse con grande spirito: Non vi lamentate, che a me mi mancano pure quelle cesse delle mie cognate. Una frase che ho riportato nel libro, dopo averglielo chiesto, ovviamente. Da lì ho capito che lei ce l'avrebbe fatta, nel senso che appunto era una donna che stava attraversando il lutto, ma che l'ironia l'avrebbe salvata. Quella di Elisabetta Maiorano è, appunto, la storia di una che ce la fa, ma per farcela bisogna entrare in relazione con l'altro. È una delle chiavi secondo me. Quindi c'è molto di don Milani».

Tra i tanti temi che affiorano dal racconto - l'educazione, la famiglia, la genitorialità, il valore dei maestri, il dolore, la relazione con l'altro - c'è quello dell'etica della responsabilità. Secondo lei, qual è la responsabilità dello scrittore? A cosa deve rispondere, cosa deve promettere?

«La responsabilità dello scrittore non c'è in senso etico. Le faccio un esempio. “Viaggio al termine della notte” di Céline, è un libro in cui a pagina tre si legge “gli ebrei sono stronzi”. E per questo, allora, non si continua a leggere? No, si continua, perché la responsabilità dello scrittore dovrebbe essere quella di scrivere un libro bellissimo. Io credo invece al valore dell'intellettuale, che va oltre il valore dello scrittore. Perché ci sono scrittori che fanno solo gli scrittori e possono essere antipatici, dire cose sgradevoli purché siano bravi, e ci sono scrittori che vogliono stare nel loro tempo, esprimendo un giudizio sul loro tempo, agendo se è possibile, dando un contributo con la loro parola. Quelli sono gli intellettuali, e loro hanno una responsabilità morale, etica, molto alta, che è quella di nominare le cose, illuminarle con lo sguardo attraverso la letteratura o il giornalismo fatti bene, una responsabilità che però scelgono».

Nella sua scrittura lei predilige l'universo femminile come un giacimento in cui scavare e racconta di donne che devono imporsi anche nella libertà di lasciarsi andare, di perdersi e poi di risalire, di sognare. Questa è una lezione di speranza, oltre che di amore?

«Io, devo dire, me ne sto più con le donne che con gli uomini. Ho delle amicizie maschili e poi voglio molto bene a mio marito, mio figlio e mio padre, però non ho molte frequentazioni con gli uomini, mentre credo moltissimo alla solidarietà femminile, e credo sia basilare nella mia vita il rapporto con le donne. E quindi dalle donne imparo, ascolto le loro storie e su di loro scrivo. Mi interessano molto più le donne che gli uomini, questa è la verità. E poi le donne sono anche molto varie, hanno questo di bellissimo. Ovviamente, io non do lezioni quando scrivo, però ci conto molto. E la parola speranza che lei usa la voglio usare anche io, perché veramente credo sia un motivo di fondo di tutti i miei libri. I miei libri non vanno a finire in maniera eclatante, cioè non finiscono bene, però manco male, perché da qualche parte deve passare la luce. Bisogna sapere aprire quella finestra».

L'articolo nell'edizione di oggi della Gazzetta del Sud

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