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IL LIBRO

La perfezione? Esiste, ha un suono: quello di Benedetti Michelangeli

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Roberto Cotroneo, giornalista scrittore musicista fotografo e recentemente editor della narrativa italiana per Neri Pozza, nel centenario della nascita di Arturo Benedetti Michelangeli, acclamato genio dell’arte pianistica del Novecento, lo racconta nel libro “Il Demone della perfezione”, sottotitolo “L’ultimo dei romantici” (Neri Pozza), affascinato dall’idea che ABM (l’acronimo di Arturo Benedetti Michelangeli, che compare nel volume) fosse il genio della perfezione; assoluto, eccentrico, invidiato e incomprensibile persino ai pianisti: «Che il suo suono fosse perfetto, e la sua tecnica inarrivabile, è la verità – dice Cotroneo – nonostante l’idiosincrasia dei pianisti dell’epoca di riconoscere la sua straordinaria capacità di riportare in superficie la musica scritta nelle partiture, senza un’esitazione, senza una nota vagamente opaca, senza un passaggio che non avesse la chiarezza e la nitidezza più sorprendenti».

Nel libro racconti che il grande Maurice Ravel, dopo averlo ascoltato in un concerto, disse: «Non sapevo di aver composto pezzi così belli»...

«Esattamente. L’episodio avvenne a Parigi, nel 1937. Sembra che Benedetti Michelangeli, che allora aveva solo diciassette anni, abbia suonato “Gaspard de la nuit”, un’opera per pianoforte solista che tutti i pianisti sanno quanto sia terrificante, per difficoltà tecnica. Fu un azzardo riuscito, ma lui era così, imprevedibile, temerario, metteva le mani prodigiose sulla tastiere e ne usciva una luce astrale; aveva un’idea molto viva del pianoforte, gli parlava, lo riteneva un interlocutore».

È vero, sai, Roberto, preparandomi per questa intervista, sono andato a cercare una vecchia rivista del 1962, “Panorama”, che allora era mensile, ricordavo di un’intervista dove ABM, come lo chiami tu nel libro, ad un certo punto dice: «Il pianoforte è una belva da domare, ma credo che abbia paura di me»; e poi quando gli chiedono che cosa di più desideri dal futuro, risponde: «Vorrei morire in fretta e farla finita», aggiungendo, subito dopo, «la musica è la ragione della mia vita».

«Il disagio nelle interviste, rare, di ABM è noto. Era un uomo dell’Ottocento, col culto della perfezione, sempre rivolto a cercare quei valori che per lui erano tutto, e per molti altri poca cosa, a mano a mano che i tempi cambiavano. Fu una sorta di cavaliere medioevale della musica».

Come sarebbe stato Arturo Benedetti Michelangeli, nel mondo di oggi?

«Quando morì, nel 1995, molte cose erano già quelle di oggi. Il declino dei costumi culturali, la crisi delle competenze e una certa superficialità erano già in atto, ma non c’è una parola di ABM sulla sua Italia, sul cammino del nostro Paese, una parola a favore o una parola polemica. Solo musica, solo quella».

Quasi contemporaneamente al saggio su Benedetti Michelangeli ripubblichi dopo venticinque anni “Presto con fuoco” (La Nave di Teseo) romanzo del 1996, allora pubblicato da Mondadori, un viaggio nella musica romantica, un giallo con protagonista l’ultimo interprete di un’epoca destinata a estinguersi con lui, che sembra ABM; tieni una mostra fotografica al Teatro dell’Arte di Palazzo Reale a Milano frutto di scatti realizzati osservando il pubblico nei teatri italiani, mentre è ancora in libreria “Niente di personale” (La Nave di Teseo), romanzo in cui il protagonista ti assomiglia: uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura e si si accorge d’un tratto di essere stato testimone di un tempo ormai perduto; poi, recentemente, sei diventato editor per un’antica casa editrice, Neri Pozza. Niente male, per uno che dice di aver scelto la lentezza, come modello di vita intellettuale, e di inseguire il silenzio, sempre più prezioso per difendersi da questo tempo approssimativo che stiamo vivendo.

«Sembra una contraddizione, ma non lo è. Il silenzio è un intervallo di lavoro. È fondamentale quando non si ha nulla da dire ed è giusto sospenderlo solo se necessario, senza cedere all’idea che se non ti esprimi continuamente non esisti, soprattutto oggi in tempo di social e di esibizionismi. Il lavoro culturale non è l’opinionismo di esperti veri o presunti. Facendo il nostro mestiere non si può soccombere a questo marketing aggressivo, di cui siamo tutti vittime, con l’idea che le cose che vanno bene sono le cose che devono piacere a tutti e chi non sta dentro il sistema è solo un elitario, che non conta niente e non ha capito niente».

Adesso, però, sei diventato editor e puoi mettere in pratica i tuoi buoni propositi e le tue idee per fare buona letteratura, non solo roba da marketing.

«Sì, è vero, questo impegno per me è culturalmente cruciale, è qualcosa che mi appassiona moltissimo, e spero che possa poi continuare a lungo e dare quei risultati che tutti vorremmo. Lo considero il mio impegno dei prossimi anni. Sono certo che questa avventura, nel senso migliore, stevensoniano, del termine, darà buoni frutti attraverso tenacia, metodo e ascolto».

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