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Ma quindi Woody Allen dice tutta la verità su Woody Allen? L'autobiografia del geniale regista

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Se volete migliorare la vostra attuale condizione esistenziale, ma non siete in grado di farlo recandovi a Las Vegas e vincendo il jackpot, una piccola svolta alla vostra vita potrete comunque darla andandovi a comprare “A proposito di niente”, l’autobiografia di Woody Allen (La Nave di Teseo, traduzione di Alberto Pezzotta). Raccontare se stessi sembra la cosa più semplice del mondo. Non è così. In Festa mobile Hemingway dà il suo consiglio per iniziare a scrivere un romanzo: «Tutto quello che dovete fare è scrivere una frase vera. Scrivete la frase più vera che sapete». Sembra la cosa più semplice del mondo. Non è così. Rousseau si spinge molto più in là e, all’inizio delle Confessioni scrive: «M’impegno in un’impresa senza esempio, e la cui esecuzione non avrà imitatori. Voglio mostrare ai miei simili un uomo nella nuda verità della sua natura; e quest’uomo sarò io». Salvo poi lasciarsi scappare qualche inevitabile “licenza poetica”. Licenza che lo storico Jean Guéhenno “assolve” con queste parole: «Nessuno, è certo, potrebbe sopportare tutta la verità su se medesimo. La sincerità non è la verità».

È affascinante poter entrare nel dietro-le-quinte di un mondo così impalpabile e ambito come quello del cinema. Allen – regista, del resto, autobiografico per eccellenza – ci avverte subito: «Dopo tanti anni, la mia teoria è che il problema sta sempre nella sceneggiatura». E ancora, a rimarcare che per lui come autore la cosa più importante sia la scrittura: «Se dovessi finanziare un film, per prima cosa mi assicurerei di avere una sceneggiatura che funzioni». D’altra parte è lui stesso a chiarirci quanto il suo mestiere sia vicino a quello di un buon artigiano: «Naturalmente nessuno vuole che il regista sia un incapace e che gli attori siano dei pesci lessi, ma per una sceneggiatura ben scritta basta un bravo artigiano». Quanto avrebbe da imparare il cinema italiano dei nostri giorni – Sorrentino a parte – da semplici insegnamenti di questo tipo...

Certo il libro scorre via che è una bellezza, farcito com’è di battute e di confessioni, anche se Woody Allen ha ottantacinque anni, per cui il suo racconto – affollato da una ridda di nomi e da una serie infinita di aneddoti – sembra uscire spiccicato dalla bocca del nonno dei Simpson. Se non s’addormenta lui, mentre dà voce ai propri ricordi, s’addormenta chi lo sta a sentire. Tuttavia, di sicuro avere un Maestro del cinema che ti racconta i suoi segreti, beh, devo dire che non è male. Dai suoi autori preferiti – Bergman, Altman & co. – alle rigide modalità scaramantiche con cui si accinge ogni volta a mettere su la “macchina” di un nuovo film; dai critici che l’hanno sostenuto da sempre – e del cui giudizio Allen sa benissimo fare a meno – all’autocritica spietata di cui si serve quando si guarda davanti allo specchio della pagina bianca. Certo è che non si può fare a meno di pensare, a un certo punto della lettura, come quell’ “A proposito di niente” del titolo non sia affatto... a proposito di niente. Chiacchiere, battute, memoirs, temps perdu, giudizi severi, ma sempre divertiti e divertenti, disavventure esilaranti del bel mondo hollywoodiano (a cui Allen, in fondo, deve comunque molto) alla fine vanno inevitabilmente a condurre noi lettori in un luogo il più possibile lontano proprio da quello che Allen stesso avrebbe voluto narrarci inizialmente e noi avremmo voluto leggere.

Alla fine, se abbiamo questo libro in mano e, soprattutto, se Woody Allen ha scelto di scriverlo, il motivo autentico è che volevamo saperne di più, e lui voleva dirne di più, sulla storiaccia con Mia Farrow. Dalle battaglie legali, alle aule dei tribunali, alle accuse di molestie nei confronti dei figli – accuse rivolte da lei a lui – alle confessioni, le ritorsioni, gli smarrimenti di quei poveri figli di cui sopra, con uno speciale riferimento alle deposizioni di questi ultimi, inevitabilmente manipolati da entrambi i genitori. Fino all’inevitabile confronto, da parte del lettore, con la relazione, poi sfociata in matrimonio, dell’allora cinquantaseienne Woody con l’allora ventunenne Soon-Yi Previn, figliastra di Mia. Mi tornano in mente le parole con cui Polonio ammonisce Amleto: «Capita a tutti noi di meritar la corda, quando, con aria di compunzione e a collo torto, cerchiamo di sbolognare il diavolo per zucchero filato».

Già, che fine hanno fatto quelle confessioni che avrebbero dovuto mostrarci «un uomo nella nuda verità della sua natura»? L’autore di un’autobiografia, a volte, ti dà l’impressione di essere come un illusionista, un prestigiatore: signori, a me gli occhi, please! Con una mano ti distrae, mentre con l’altra cambia la carta che hai scelto. E il trucco riesce sempre. O quasi. «Se giri la scena di una commedia – racconta Allen – o meglio ancora di una farsa, non devi pensare alle sfumature, ma solo alla velocità e alla chiarezza. La velocità è la migliore amica del regista».

Ecco il punto: il racconto di Allen si muove al confine fra limpidezza e torbidezza, in certi momenti anche in modo irritante, ma la sua “velocità”, la sua destrezza, il suo mestiere riescono ad ammaliare, a ingannare, a incantare lo sguardo di noi lettori. Solo che a ottantacinque anni è diventato molto più lento e legnoso nei “movimenti”, ci accorgiamo di tutti i suoi trucchetti. E non glieli perdoniamo.

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