Lunedì, 25 Gennaio 2021
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L'INTERVISTA

Valerie Perrin racconta la resilienza: “Immagino che la mia Violette abbia commosso i lettori”

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Il 2020 sarà un anno indimenticabile per tutti ma per Valérie Perrin ancora di più. La scrittrice francese è la vincitrice assoluta del passaparola, conquistando librai e lettori durante (e dopo) il lockdown, al punto che oggi il suo secondo e ultimo romanzo, “Cambiare l’acqua ai fiori” (E/O, traduzione di Alberto Bracci Testasecca) è primo in classifica nazionale; ma nel frattempo, il suo romanzo d’esordio, “Il quaderno dell’amore perduto” è stato pubblicato da Nord (traduzione di Giuseppe Maugeri), balzando subito decimo posto in classifica. Il segreto del suo successo? Raccontare la resilienza al dolore attraverso la vita semplice di due protagoniste – Violette e Justine – due donne diverse ma entrambe affamate di emozioni, predicando il carpe diem e l’amore in ogni sua declinazione, rimanendo sempre fedele al proprio credo «scrivere quei libri che vorrei leggere». Facile a dirsi, non a farsi.

Madame Perrin, durante il lockdown il suo romanzo, “Cambiare l’acqua ai fiori” è stato tra i più letti. Il successo editoriale si può spiegare in modo razionale?

«Credo che i valori di Violette, la semplicità, la campagna, l'orto, l'amore per gli animali, il legame con la terra abbiano parlato al cuore dei lettori durante il lockdown. E poiché il romanzo è costruito un po’ come un thriller e un po’ come un romanzo rosa, la magia ha funzionato. Tuttavia, no, non esiste alcuna ricetta. Immagino che Violette abbia commosso i lettori, come ha commosso me mentre la raccontavo. Lo stesso è accaduto con gli altri personaggi, Philippe, Sasha, Léonine...».

Oggi è in top ten italiana con ben due romanzi. Sono davvero pochi gli autori hanno raggiunto un simile traguardo. Ci sono punti di contatto fra i due libri?

«È accaduto un miracolo, una vera favola! Sono libri in cui l'amore si esprime in tutte le sue forme: l’amore proibito, l’amore confessato, quello appassionato o filiale. E sì, credo che fondamentalmente i miei due romanzi abbiano due elementi in comune: godersi la vita, qui e ora. E saper prestare attenzione alle apparenze, perché nessuno è tutto bianco o tutto nero. Abbiamo tutti luci e ombre dentro di noi».

Con “Il quaderno dell’amore perduto” lei pone gli anziani al centro della narrazione. Le sembra che la nostra società voglia far scomparire la terza età dal contesto narrativo?

«È proprio così. Le nostre società rifiutano l'invecchiamento; vogliamo nascondere la vecchiaia quando dovrebbe essere al centro della nostra vita e dei nostri interessi. Si dice sempre che quando muore un anziano una biblioteca brucia. Ho voluto rendere omaggio alla terza età, per rivelare la bellezza della vecchiaia vista da una giovanissima badante in una casa di riposo. “Il quaderno dell’amore perduto” è un romanzo intergenerazionale in cui si intersecano segreti di famiglia».

Ma “Il quaderno dell’amore perduto” è stato scritto nel 2015 e nel frattempo sono usciti altri romanzi sulla terza età e in una società economicamente fragile i nonni sono sempre più importanti. La società di domani sarà più gentile o ancora più arrabbiata e divisa?

«Sono un’eterna ottimista che ha fede nell'umanità. Tenderei a dire che sarà così. E soprattutto spero che accadano cose belle in una società che tende a costruire tutto intorno al denaro. In Francia, Alain Souchon canta: "Ci fanno credere che la felicità sia avere i nostri armadi pieni". Non sputo sui soldi perché credo che un salario dignitoso ti permetta di vivere con dignità e di aiutare chi ami. Ma non credo che i soldi possano comprare il vero amore».

La parola "resiliente" coglie il cuore delle sue protagoniste?

«La resilienza è caratteristica di Violette, la protagonista di “Cambiare l’acqua ai fiori”. Lei è proprio questo: resilienza. Ci si chiede come questa donna stia ancora in piedi e sia preda dell’amarezza. Ma la vita stessa le ha insegnato a essere una filosofa. Inoltre, è la custode del cimitero e la stanza al piano terra in cui riceve i visitatori funge quasi da confessionale, da studio di una psicologa. Per quanto riguarda Justine, invece, si tratta più di un desiderio di vivere, di continuare, di accettare la verità della famiglia. La resilienza la preoccupa meno».

In effetti Violette è una donna semplice, raccoglie storie e si gode i piccoli piaceri della vita. È la sua ricetta contro l'ansia capitalista?

«Volevo ritrarre una donna che potesse essere tutte le donne, cioè piena di paradossi, contraddizioni, benevola, amorevole, sospettosa, intelligente, lungimirante. E sì, questa donna è felice di quel poco che ha. Sì, dal mio punto di vista credo che abbia capito il senso della vita. Molti lettori mi scrivono: “Vorrei vivere con Violette in questo cimitero, nella sua loggia che profuma di tè e rose” ...Ecco, siamo molto, molto lontani da Wall Street».

Con suo marito, il regista Claude Lelouch, scrive sceneggiature. Le parole cambiano il loro peso in base al pubblico a cui sono destinate?

«Non scrivo per un pubblico specifico. Scrivo per il lettore, per me stessa. Scrivo i romanzi che mi piacerebbe leggere. Scrivo sempre per i miei lettori, gioco con loro. Scrivere una sceneggiatura con Claude è rispondere alla sua richiesta, realizzare ciò che desidera. Scrivere per i miei lettori è scrivere ciò che voglio, quando lo voglio. Insomma, se scrivere per un regista è scrivere per una dittatura, scrivere un romanzo è scrivere per il dittatore che rappresento! E soprattutto, scrivere una sceneggiatura significa anche lavorare per il capo operatore, il costumista, il decoratore, l'intera troupe di un film. Scrivere un romanzo, invece, significa includere tutto nel testo. Sono io che creo la luce, il vento, il freddo o il caldo, la notte o il giorno».

Ma che cosa sono le storie? Sono fossili da scoprire o sono il frutto della fantasia?

«Tutti e due. Per “Il quaderno dell’amore perduto” ho sentito il bisogno assoluto di raccontare la storia di un uccello che collegasse uomini e donne. Sono partito da fatti reali, da persone reali (mio nonno paterno, mia nonna materna, mia figlia, mio figlio) che ho romanzato. Per “Cambiare l’acqua ai fiori”, invece, volevo scrivere di un cimitero, così è nata Violette. E sono stata ispirata da un becchino che ho incontrato, un becchino che ho anche intervistato e un avvocato che ho visto supplicare, persone vicine che erano state toccate dal lutto. E tutto questo l'ho mescolato all'immaginazione. Ecco cosa sono le storie».

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