Sabato, 26 Settembre 2020
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IL PERSONAGGIO

Fenomenologia di Achille Lauro: metafora, icona, scandalo, censura

di
Achille Lauro, Sicilia, Cultura
Achille Lauro

No, non è un cantante. Biascica parole in quel romanesco più vicino al coatto di strada che a quel retaggio teatrale di bel canto che imbriglia (e imbroglia) noi italiani. No, non è questione di belle canzoni, non è nemmeno questione di canzoni. Delle sue chissà quante ne resteranno, se ne resteranno, sicuramente le successive ci faranno scordare le precedenti e così via. E chissà che non sia proprio questo lo scopo. Sparigliare, disordinare, anche confondere, essere qualcuno senza essere qualcosa.

Achille Lauro è qualcosa che sta accadendo, qualcuno che ha trovato il modo di intervenire. Un artista musicale di plastica, resistente, inquinante, riciclabile all’infinito. Che ha sovvertito a suo modo l’ordine nazionalpopolare andando a pungere dove altri hanno anestetizzato, uno che ai momenti di oppressione di quella massa informe che ci passa per le orecchie, alterna spazi di libertà, «incantato e respinto dall'inesauribile varietà della vita». In testa una corona di lauro, mentre scopre il tallone di Achille. In bocca citazioni di radici, in vista un futuro che su una certa incertezza costruisce stabilità.

Uso e abuso, certo. E pure frizione degli opposti che, smontando e rimontando sezioni auree precostituite (dogmatiche più che altro), genera fermento. Metafora, immagine, icona, scandalo, censura. La prova? Arrivare a Sanremo (a Sanremo!) in Rolls Royce, dando un passaggio a miti incastonati (eppure travisati) e tornarci, lasciare senza parole (chi non ha trattenuto il fiato quando ha tirato giù il mantello??) per poi monopolizzare il dibattito. Scomodando persino Dio, esorcizzandolo (lo aveva già fatto nel suo primo album, “Achille Idol Immortale”, pubblicato nel 2014, lì alla fine di ogni canzone c’è una lettura riletta di un verso del Vangelo) o chiamandolo in causa nello sfogo della sua 25esima ora. Laddove i buoni coglievano tutto il male nascosto tra patine di lusso e ritornelli luccicanti, forse di quella macchina del tempo contava solo il paraurti, quella coda tra le gambe inginocchiate per chiedere «Dio ti prego salvaci da questi giorni/tieni da parte un posto e segnati ‘sti nomi».

Eppure c’è equilibrio d’animo nelle sue promesse sfrenate. L’equilibrio urtante di un soggetto che non si assoggetta, che perciò deve per forza essere finto come le Barbie, i benpensanti queste cose le capiscono subito. I giusti non li freghi, che quelli non dormono mai, sempre lì a giustiziare i manifesti. C’è visione nella capacità di inventarsi altre topiche su strade già tracciate, come in “1990” (il primo disco prodotto da Chief Director della Elektra Records -la stessa che ha curato gente tipo AC/DC, i Doors, I Queen- posto che occupa dallo scorso 17 febbraio, primo italiano ad avere un ruolo creativo in una music company multinazionale. Vabbè, e che sarà mai…). Un disco di cover alla maniera dell’inedito: la pre-traccia scivolosa, parlata su un sottofondo di classico e poi il pezzo tonico, ristrutturato nel testo e negli arrangiamenti, persino nei titoli.

Cambi d’abito che riguardano anche i singoli, tra ballate, rock, twist e dintorni anche un paio di libri (nel 2020 “16 marzo: l’ultima notte”, l’anno prima la sua autobiografia: “Sono io Amleto”). A breve “Maleducata” (in rotazione da domani, anteprima oggi, parte della colonna sonora di “Baby3”, il teen drama di Netflix sulle “baby squillo di Roma), poi il prossimo lavoro in studio che, dice, «rivoluzionerà la musica italiana».

Da quando il Festival più tradizionale del mondo ce lo ha catapultato addosso, chi ha fatto in tempo a scansarsi si è salvato, chi si è preso la pena di ascoltare finalmente ha potuto perdersi. Sacro fuoco dell’arte? Fuoco di paglia? Fiamma dell’inferno? Francamente… Me ne frego.

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