Lunedì, 26 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Emma Dante reduce da Venezia: “L’arte, una cura dell’anima”

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Dopo la formazione attoriale all’Accademia di Roma, Emma Dante ha iniziato a calcare le scene. Sicuramente non le mancava il talento ma, racconta, non la rendeva felice. Ha mollato tutto per una vita “normale” – amore e routine – è fuggita per timore di perdersi e poi è tornata sull’isola, una scelta necessaria per elaborare un dolore familiare.

Poteva smarrirsi del tutto, ingoiata dall’oblio, invece da lì, fra le cicatrici e l’aria della sua terra, nel 1999, ha dato vita alla compagnia teatrale Sud Costa Occidentale; così è iniziato il viaggio professionale di Emma Dante che è appena approdata, da regista, alla 77a Mostra del Cinema di Venezia, presentando il suo secondo film, “Le sorelle Macaluso” – prodotto da Rosamont, Minimum Fax e Rai Cinema – , adattamento cinematografico della sua pièce che fa parte di “Bestiario teatrale” (a cura di Anna Barsotti, edito da Rizzoli).

Si tratta di un volume appena pubblicato in cui sono raccolte le opere della drammaturga palermitana, da “mPalermu” (premio Scenario 2001) a “Le pulle” e “Trilogia della famiglia siciliana”, impreziosito dalle analisi di Giorgio Vasta ed Elena Stancanelli (che co-firmano la sceneggiatura della pellicola) e la prefazione di Andrea Camilleri che ne rimarca l’uso della parlata locale, «l’esattezza delle parole scelte per il teatro».

Artista a tutto tondo – drammaturga e attrice, regista di teatro, di cinema e di opere liriche, e si è cimentata pure con le rappresentazioni classiche a Siracusa, mettendo in scena “Eracle” nel 2018 – talento cristallino di questa terra che sa essere avara con i suoi figli, Emma Dante sarà a Palermo, ospite della kermesse “Una Marina di Libri”, il festival letterario diretto da Piero Melati, domani alle 21: «Palermo è casa – dice – . Quando riesco a realizzare un evento nella mia città, sono sempre felice»

La scrittrice Elena Stancanelli descrivendo il suo teatro, dice che tutto ciò che viene scartato la affascina. Cosa intende?

«Quando realizziamo uno spettacolo parto subito dai costumi. In realtà non sono opere sartoriali ma vestiti usati, comprati ai mercatini o abbandonati, già appartenuti a qualcuno. Sono oggetti portatori di storie».

Sei anni dopo lo spettacolo, “Le sorelle Macaluso” approda al festival del cinema in laguna, con una ottima accoglienza. Com’è andata?

«Un’emozione enorme. Non mi aspettavo di riuscire a farlo, questo film è figlio di uno spettacolo molto acclamato che ha avuto una lunga vita. Era pericoloso trasporlo con un altro mezzo espressivo e difatti ero molto in ansia».

Perché?

«Non volevo tradire l’esperienza teatrale. Ma è venuto fuori un film completamente diverso dallo spettacolo e di cui sono molto orgogliosa».

Parlando delle sorelle Macaluso le descrive come uno stormo di uccelli…

«…Capaci di “geometrie esistenziali”, citando una canzone Franco Battiato. All’inizio dello spettacolo le sette sorelle Macaluso affrontano un movimento coreografico che abbiamo chiamato “schiera a stormo”: sono riunite e improvvisamente si aprono e poi si ricompattano, dando l’idea di un’antica intesa e armonia di movimenti. Nel film, invece, ho scelto di guardare al cielo e quindi sono arrivati i colombi bianchi».

Affiancati dai morti accanto ai vivi. Coesistenze e contrasti?

«Proprio così. Nel film c’è una convivenza fra vivi, morti e animali che a me piace tantissimo, in cui proprio gli animali mostrano una naturale accettazione della fine della vita, mantenendosi al confine fra le cose».

Cos’è per lei l’arte? Un modo per sfuggire alla morte o per ricordarsi di vivere?

«Entrambe le cose. Ma non direi sfuggire, piuttosto saper accettare la morte, indagarla, provare ad accettarla anche se nel momento in cui accadrà, fatalmente noi non ci saremo più».

Una visione epicurea.

«Esattamente. L’arte è un modo per superare la solitudine che considero una condizione peggiore della morte, e ci affidiamo proprio all’arte, mediante la musica o la lettura di un libro, per mitigarla. L’arte, per me, è una cura dell’anima».

Ha rivelato d’essere rientrata a Palermo per prendersi cura della famiglia e attraversare un lutto. Sua madre fu un punto di forza?

«Assolutamente. Mi ha aiutato a trovare la mia arte e quando, ancora giovane, è scomparsa, io l’ho accompagnata. Lei aveva bisogno di me, io di lei».

Ma oggi quanto conta la famiglia, al netto di app e algoritmi?

«Tantissimo. La famiglia è sempre il posto in cui facciamo ritorno. Non penso alla famiglia del Mulino Bianco ma un piccolo nucleo sociale di appartenenza. E, soprattutto in Sicilia, la famiglia conta. Ma se penso a quegli uomini che a 50 anni restano con la mamma o fanno ritorno a casa dopo la separazione, la famiglia è sempre rifugio che può assumere anche un’accezione negativa».

Alcuni sono rimasti sorpresi per il fatto che il cast de Le Sorelle Macaluso fosse tutto al femminile. Perché?

«Perché non è una cosa così consueta. Sono più accettate le storie di uomini che fanno la guerra, uomini che giocano a calcetto, storie di spie e supereroi…».

Cos’è osceno per lei?

«La censura mi fa sempre paura e come artista vado alla ricerca dell’oscenità e della volgarità come ingredienti vitali. Ma non dobbiamo necessariamente mescolare la vita con l’arte».

In un’Italia in cui l’acronimo LGBT genera odio, il suo spettacolo “Le pulle” è sempre attuale?

«In alcuni luoghi d’Italia sì, laddove non si sono ancora superati certi tabù. Ma dobbiamo anche tener conto dell’ipocrisia che si annida lì dove c’è una falsa accettazione della diversità, continuando a covare l’odio».

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