Mercoledì, 21 Ottobre 2020
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“Doc, nelle tue mani”. Ma oggi ci vogliamo stare, in quelle mani?

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Riprendiamo da dove avevamo lasciato, perché “Doc, nelle tue mani”, su Raiuno, ha confermato il successo riscosso in pieno lockdown, e giovedì il nuovo appuntamento con questa seconda serie è iniziato con oltre sette milioni di telespettatori.

Anche questa edizione sviluppa la stessa tematica, con una spiccata attenzione ai bisogni del malato. I primi episodi, densi di storie e sottotrame, quindi forse un po’ confusionari, hanno anche fatto tesoro dell’esperienza del caro dr. House, portando gli specializzandi anche ad indagini a casa dei pazienti pur di scoprire cause della malattia. La vastità delle tematiche affrontate, che vanno da quelle sentimentali alle implicazioni familiari, dai diritti dei diversamente abili al rapporto con la fede, passando dal tema portante e, ovviamente, di lenta evoluzione, che riguarda il giallo dell’incidente patito dal protagonista, alla fine rivela una certa bulimia e un’inevitabile superficialità dello sviluppo della trama. Tuttavia, la riflessione che volevamo sottoporvi non è tanto sulla fiction in sé quanto sulla mutevolezza del sentire.

Avevamo attribuito il boom della prima serie al fatto che il protagonista Andrea Fanti a seguito del trauma che gli aveva fatto perdere la memoria aveva abbandonato gli aspetti della sua personalità votati all’ambizione e al carrierismo per votarsi ad una medicina che ricercasse la cura attraverso i problemi del paziente più che nella malattia in sé. Questo mood della fiction, casualmente, sei mesi addietro, si sovrapponeva alla realtà con tutti gli sforzi di medici e infermieri che, curando un virus praticamente sconosciuto, per il quale non c’erano linee guida né protocolli, cercavano di compensare anche con la loro vicinanza l’isolamento al quale erano costretti i tanti ricoverati. Ma è di qualche giorno addietro la notizia che a Milano sono in arrivo centinaia di denunce contro i medici per non aver saputo diagnosticare o curare il Covid19.

Ora, al netto di responsabilità effettive che pure esisteranno e non spetta a noi valutare e considerato che sono stati parecchi i sanitari deceduti proprio a causa del virus contratto durante le visite ai pazienti, sorprende che si sia passati dal lodare “gli eroi da corsia” a una caccia al medico presunto colpevole. Così, una fiction che vuole essere di buoni e apprezzabili sentimenti, alla luce di queste certamente “pindariche” nostre considerazioni, diventa un tantino retorica e stucchevole. Ciò che sei mesi fa corrispondeva casualmente alla realtà non trova più riscontro. A meno che dal medical drama non si passi al genere legal.

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