Domenica, 25 Luglio 2021
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L'INSOLITA PRIMA DELLA SCALA SENZA PUBBLICO

Sì, insieme riusciremo "A riveder le stelle"

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Lo ha detto proprio lui, il regista Davide Livermore alla fine di quello spettacolo globale (né opera né recital né tv né niente di convenzionale) che abbiamo visto ieri dalla Scala di Milano: «L'arte ci rende migliori, dà il senso alla nostra umanità. Ieri come oggi ripartiamo da qui, dalla cultura e dalla Scala. Solo con l’arte si può pensare tutti insieme di ritornare a riveder le stelle». E tutti abbiamo sentito quella scintilla remota di Dante che, assieme a tante altre, compone quel caleidoscopio di luci che chiamiamo “identità” (e che solo la cattiva politica può banalizzare e immiserire).

C’erano Dante e i classici, c’era Gramsci e c’era Verdi, c’era Fedra e c’era Carmen. C’era un superuomo (o era un Uomo Vitruviano? Ma non sono la stessa cosa, solo in tempi diversi?) che danzava dentro la geometria dei laser e c’era una tempesta di piume. C’era Cinecittà e c’era persino lui, l’inno di Mameli, il brutto anatroccolo della musica che sembrava magnifico e ci ha fermato il cuore, con tutti quei lavoratori in mascherina, schierati con la mano sul petto a cantare come cantavamo noi dai balconi durante il primo lockdown, quando pensavano che richiamarci alle cose condivise ci avrebbe resi migliori. Bene, avevamo ragione, anche se non siamo diventati migliori. E richiamarci alle cose condivise, fare un gigantesco appello alla bellezza che condividiamo è stato il filo conduttore di questa “prima” così speciale, così unica.

È cominciata con un coro brechtiano zitto, con le bocche mascherate, di lavoratori dello spettacolo, proprio quelli che stanno soffrendo più di tutti in questi mesi e compongono il corpo vivo di quella che Livermore ha definito «la prima azienda del Paese, la cultura». E mai la parola «azienda» ci è sembrata così giusta da dire, e per nulla fuori posto.
I lavoratori testimoniavano questo corpo immenso, mentre una di loro, una donna delle pulizie, guardava, parola per parola, dentro quello sgraziato inno risorgimentale e ci trovava – miracolo – parole di unità e speranza valide persino oggi. È andata avanti così, questa pazzesca serata – e vederla da tanto lontano, sul divano di casa, pur partecipando del lutto d’un teatro vuoto di pubblico, è stato bellissimo e ci ha resi tutti partecipi, dalle Alpi a Lampedusa (c’è questa cosa doppia e ambigua, bella e brutta, nella virtualità che ci sta legando adesso, e che forse è comunque un patrimonio che non dovremo disperdere...).
«Corpo» è l’altra parola determinante di questa lunga serata: il corpo che, nell’era della pandemia, è il grande accusato ed escluso, si riprende la scena, riafferma la sua bellezza, la sua forza.
Corpo, bellezza, parola, musica: una performance che conteneva e superava tutte le arti, e ci ha resi orgogliosi. Altra parola difficilissima da dire. Sì, siamo grati, oggi, di poterla pronunciare senza scrupoli, senza vergogna.

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