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Le anticipazioni sull'attesissima biografia di Roth firmata Blake Bailey: "Non riabilitatemi"

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Un racconto franco e senza sconti, dove contraddizioni, antipatie e ossessioni non vengono celati. Anzi...
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"Piuttosto rendimi interessante". Il lascito di Philip Roth, scomparso nel 2018 a 85 anni, al suo biografo

«Non voglio che mi riabiliti. Piuttosto, rendimi interessante». Questa è la frase chiave che Philip Roth disse a Blake Bailey nel 2012 quando gli affidò il compito di scrivere la sua biografia. Nove anni dopo, ecco “Philip Roth: The Biography” (W.W. Norton & Company, pp. 912) un progetto titanico che rivoluziona l’immagine dello scrittore di Newark, «perennemente frainteso» e bersagliato dalle accuse del #MeToo. E questa biografia aizzerà il fuoco. Blake Bailey – che ha già raccontato maestri del calibro di John Cheever e Richard Yates – ha il grande merito di porre tutte le domande scottanti a Philip Roth («ho avuto accesso a qualsiasi cosa, dovevo solo chiedere», ha dichiarato) guadagnandosene la fiducia sul campo, con una biografia esaustiva che è uscita sugli scaffali americani e in Italia giungerà l’anno prossimo (edita da Einaudi, che pubblica tutte le opere dello scrittore morto nel 2018, a 85 anni).

Ambiguità, ego e donne sono centrali nel raccontare la vita di questo figlio di una famiglia ebrea di classe medio-bassa, l’autore di romanzi come “Pastorale Americana” e “Il Teatro di Sabbath” che attingevano dalla sua formazione con una forza d’urto in grado di sconvolgere la morale, forgiando una prosa asciutta che non ha eguali. Eppure, Stoccolma gli ha sempre negato il Nobel in maniera ostinata e ottusamente politicamente corretta. Anche per questo la biografia si apre con l’apposizione di una targa per celebrarlo nella sua città natale e Roth, assistendo, dirà: «Oggi Newark è la mia Stoccolma».

Bailey racconta che l’amore per le donne nacque – come spesso accade – dalla devozione della madre Bess, una casalinga che lo coccolava, tanto che Roth amava dire: «Chi è amato dai suoi genitori è un conquistador». A 23 anni conobbe Maggie Martinson, prima moglie: i suoi due matrimoni li chiamava «catastrofi coniugali». Dopo il successo del primo libro, “Goodbye Columbus” (1959) Roth racconta che la donna lo convinse con uno stratagemma a sposarla – «fece fare la pipì in un barattolo ad una donna incinta e la usò per un test di gravidanza» – e solo dopo tre anni lui scoprì il misfatto. «Il nostro matrimonio era stato tre anni di costante fastidio e irritazione, e ora ho imparato che il matrimonio stesso era basato su una grottesca bugia» e chiese il divorzio. Poco dopo lei morì in un incidente stradale e Roth rivela al suo biografo: «Il tassista mi chiese se era una bella giornata, mi accorsi che avevo fischiettato per tutto il tragitto verso la cerimonia funebre». Ecco, Bailey non nasconde nulla e fu per Roth anche una sorta di confessore laico, ma leggendolo si ha l’impressione che seppe condurre il gioco con fermezza. Del resto, racconta che uno dei suoi motti era «Lascia che sia repellente», ovvero per raccontare il desiderio senza pudore, bisogna scrivere senza rimorsi, come quasi nessuno – forse solo Henry Miller – ha avuto mai il coraggio di fare. E chi va in cerca di corsi di scrittura online, tenga in mente il suo mantra forgiato durante “Operazione Shylock” (1993): «NON GIUDICARLO / NON PROVARE A CAPIRLO / NON CENSURARLO».

Il secondo matrimonio con Claire Bloom fu foriero di alcuni capolavori, ma crollò miseramente e la Bloom si vendicò in un libro memorie guerrafondaio (“Leaving a Doll’s House”, 1996), denunciando la misoginia, il carattere scorbutico e le ripetute infedeltà del marito. Roth era celebre anche per non saper lasciar correre (Benjamin Taylor, un suo caro amico, scrisse: «L'appetito di vendetta era insaziabile. Philip non ne ha mai abbastanza») e, difatti, fra i documenti che Bailey ricevette c’era anche “Notes for My Biographer”, una controreplica di 295 pagine al libro dell’ex moglie, dalla quale Bailey ha tratto alcuni passaggi.

Roth ebbe tante amicizie celebri – Jackie Kennedy, Ava Gardner e Barbra Streisand – e molte amanti, spesso assai più giovani. Aveva una teoria secondo cui l'interesse sessuale svanisce dopo due anni, confidò a Bailey che «le erezioni del 1950 erano le stesse del 2012 ma quelle del 1950 non andavano da nessuna parte» e la pin-up di Playboy Alice Denham (Miss July, 1956), lo definì «un demone del sesso». Inteso come un complimento.

Ma che tipo era Philip Roth? Nient’affatto semplice e pieno di umane contraddizioni. Bailey rivela che spesso si scontrava proprio con amici, editor, agenti e altri autori di cui aveva maggiore stima. Mise in pratica la lezione di Flaubert – «Sii ordinato e regolare nella tua vita come un borghese» – seguiva una dieta rigorosa, faceva esercizio fisico e aveva orari rigidi come un monaco; del resto, ricordiamo che scrisse ben 31 libri ed ebbe una carriera lunga 55 anni ma ciò, per dirlo con parole sue, «ha significato sgobbare senza fine». Si guardò bene dal far figli ma adorava quelli altrui e se ci sono grandi autrici che lo stimano apertamente – incluse Zadie Smith e Nicole Krauss – già quarant’anni fa arrivarono le prime accuse per le scene di sesso ne “Il Lamento di Portnoy” (1969), il suo libro della svolta, e “La macchia umana” (2000). Bailey scrive che Roth si arrabbiò e chiuse fuori il mondo. La sua eredità erano i libri, sentirsi frainteso da lettori che sovrapponevano l’autore con la fiction, lo rabbuiò.

Infine, Bailey ricorda con tenerezza gli ultimi anni di Roth. Ritirarsi dalla scrittura significò «vagare felicemente nell’oblio». «Prese con grande ironia» l’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan, continuò a combattere con il mal di schiena ma approvò che Lisa Halliday, l’ex compagna di molti anni più giovane, scrivesse della loro storia nel romanzo “Asimmetria” (Feltrinelli, 2018), celandolo sotto l’alias Ezra Blazer.

Roth ha sempre cercato di controllare la sua reputazione postuma (nel 2012 scrisse una lettera a Wikipedia per correggere alcuni refusi) e mentre Charles Dickens e Sylvia Plath gettarono nel fuoco i propri diari, la scelta di Bailey come biografo lo ripaga postumo con un libro schietto. Finalmente ecco una biografia che si legge come un romanzo e, potete scommetterci, farà parecchio discutere.

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