Venerdì, 22 Ottobre 2021
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L'INTERVISTA

Calenda, la vita dentro la commedia: “I problemi dell'uomo sempre gli stessi”

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Uno dei più grandi registi italiani che stasera debutta con Nuvole di Aristofane al Teatro greco di Siracusa
Antonio Calenda, Sicilia, Cultura
Antonio Calenda dirige la compagnia (foto Michele Pantano)

«Imbattersi nella commedia è stata un’epifania: mi sono trovato in ambiti che non conoscevo e grazie al Covid, mi sono isolato: ho potuto studiare la commedia antica che è stata un insieme di rivelazioni. Non finisce mai il percorso della conoscenza. Si apprendono sempre cose nuove». A dirlo è Antonio Calenda, 82 primavere, considerato uno dei più grandi registi italiani e anche dei più prolifici, oltre 150 spettacoli al suo attivo, e anche uno dei più eclettici: la commedia dell’arte italiana, l’avanspettacolo, il teatro del ’900 da Beckett a Brecht, classici e sperimentazioni. Un record lo ha battuto anche al Teatro greco di Siracusa, dove dopo aver diretto sette tragedie (da Aiace di Sofocle nel 1988 a Baccanti di Euripide nel 2012), debutterà stasera con la commedia Nuvole di Aristofane con la traduzione di Nicola Cadoni. Cappello di paglia in testa, sempre sorridente, dirige la sua compagnia fino alle 5 del mattino.
Come si sente?
«Con grande fatica lavoriamo intensamente notte e giorno. Col caldo che c’è non è facile. Stiamo lavorando anche fino a tarda notte, ma fa parte della magia dell’Inda».
Le mancava la commedia al teatro greco dopo sette splendide tragedie?
«Mi è stata proposta e per me è stato un itinerario di conoscenza. Io sono un cultore del teatro antico avendo vissuto un pezzo della mia vita sommerso dalle emozioni che mi derivavano dalla cultura antica. Orestea è il testo con il quale mi sono laureato e l’ho messa in scena due volte. È il testo sacro non solo sul teatro ma anche sul divenire dell’esistenza. La cultura dell’antico mi ha segnato. Anche se ho battuto altre strade: nei miei 156 spettacoli ho alternato sempre stili e forme. Ma il regista non deve avere solo uno stile essendo un intermediario. Recentemente con il grande Roberto Herliska ho fatto Enrico IV di Pirandello. Ho concluso molti itinerari che mi ero prefissato. A Siracusa per me è un’avventura, perché la commedia è una delle grandi aperture di avanguardia dell’epoca. Perché nasce in un momento in cui la tragedia è in auge e la commedia porta le considerazioni sull’essere che sono peculiarità della tragedia, porta alla riflessione sull’esistere. La tragedia si occupa dell’essere, dei grandi problemi della vita, dell’inconoscenza della vita. I grandi traumi dell’abisso mentale, il senso di fragilità dell’uomo, basti pensare ad Antigone, a Edipo. Invece la commedia porta gli spettatori nel vivo delle problematiche della società ateniese: una società in crisi devastata dalla guerra del Peloponneso, in parte dalle querelle morbose e antinomie pericolose che si producono in questo contesto politico perché morto Pericle c’è una specie di aberrazione nella politica. Non ci sono posizioni uniche, ferme e illuminanti, ma soprattutto decade il senso costitutivo della polis. La raggiunta luminosità della democrazia. Il mercimonio governa incontrastato. Tutti pensano al proprio particolare e Aristofane, che è un conservatore illuminato, inventa queste commedie che sono parabole metaforiche sulla vita di Atene di quegli anni, sul basso livello della politica e come nel caso di Nuvole sulla precarietà delle nuove posizioni filosofiche. Lui, anche se capisce l’importanza della sofistica, la prende di mira come abbassamento del livello conoscitivo della filosofia. Le Nuvole sono un traguardo importantissimo perché mi sono immerso nella realtà cocente e dilaniata, nella dialettica forte della società ateniese del 400 a.C.».
Una commedia che ci riporta all’oggi?
«Aristofane è un nostro contemporaneo. I problemi dell’uomo, soprattutto se riferiti alla politica, sono sempre gli stessi. Le problematiche delle Nuvole sono riferibili alla società d’oggi in maniera assoluta. I classici sono eloquenti perché ci parlano dell’oggi pur essendo di ieri».
Strepsiade è un padre pieno di debiti a causa dei vizi del figlio, giocatore e nullafacente, che cerca di rifarsi alle dottrine nuove della sofistica rivolgendosi a Socrate. Perché Aristofane è contro Socrate?
«È un dibattito che ha coinvolto grandi pensatori: nel convivio di Platone, Aristofane e Socrate sono amici. Addirittura Socrate dice ad Aristofane che il teatro deve essere tragico e comico allo stesso tempo. Eppure Aristofane lo sberleffa. Socrate de Le Nuvole è la proiezione di Strepsiade: di come il contadino vede la filosofia cioè uno strumento per ingannare il prossimo. E questo la dice lunga sull’abbassamento etico della società ateniese dove anche la conoscenza filosofica viene ritenuta strumento di malaffare».
Che Nuvole si dovrà aspettare il suo pubblico?
«Una commedia comica e colma di pensiero allo stesso tempo. Ho cercato di fare uno spettacolo molto comico perché ho attori capaci. Secondo un mio stile. Io ho lavorato con i comici dell’avanspettacolo che erano quelli che nel 600 portavano il teatro della commedia dell’arte a Parigi. Ho messo tutte le strategie drammaturgiche del ’900. C’è dentro un riferimento a Wanda Osiris. È uno spettacolo variegato in cui convivono molti stili. Alla fine c’è momento di tragedia. Quando Strepsiade si accorge dell’inganno subito da Socrate, capo di una filosofia immortale, brucia tutto e tutti. È un finale drammatico e imprevedibile».
Non le piace considerarsi un maestro, ma in ogni sua parola c’è un insegnamento, soprattutto ai più giovani.
«A una certa età l’ambizione è quella di non vedere morire le cose che uno ha acquisito. Nella cultura di oggi purtroppo la memoria ha bassa considerazione. E il teatro vive nella memoria. Io ho lavorato con Gassmann o Albertazzi e molti giovani non sanno chi sono: c’è un radicalizzazione della eliminazione del senso prospettico all’indietro della memoria. Bisogna insegnare ai giovani la tecnica della costruzione della parola. Perché il teatro ha uno strumento solo che è la parola detta. Che è il grande sortilegio antico. Grazie al quale si scriveva la tragedia. La parola detta diventa azione e visione. Agli attori bisogna insegnare come si dice una parola, che diventa sortilegio altissimo e misterioso».
Sarà bello avere un teatro con 3mila spettatori.
«È un bel numero per rendere i nostri spettacoli vitali. Certo se penso che alla prima del Prometeo nel ’94 con Herlitzka avevamo 7mila persone! Uno stadio …».

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