Domenica, 19 Settembre 2021
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NOSTRA INTERVISTA

La bacchetta, la paletta, la penna. Il Maestro Sinopoli che non t'aspetti nel ricordo del figlio

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Musicista, scrittore, medico, archeologo: "Mio padre aveva la capacità, come un uomo del Rinascimento, di creare connessioni tra i diversi campi della conoscenza"
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Il Maestro Giuseppe Sinopoli in Egitto nel 1994 (foto Andrea Andermann)

«Si scava nella musica, si scava nella psiche degli uomini, si scava sotto terra, insomma si scava. Cambia l’oggetto, ma la posizione mentale è quella». C’è tutto l’orgoglio di figlio, mentre conversiamo con Giovanni Sinopoli (a Lipari, nella casa di famiglia “Aristaios”), nel ricordare le parole del padre Giuseppe Sinopoli, direttore d’orchestra, compositore, scrittore, medico e archeologo, stroncato da un infarto nel 2001 (era nato nel 1946) mentre dirigeva l’Aida alla Deutsche Oper di Berlino. Un padre custode di bellezza, di cui Giovanni, regista e sceneggiatore, presenterà per la prima volta oggi nel Giardino delle rose del Parco archeologico di Naxos, introdotto da Maria Grazia Vanaria, archeologa del Parco, nell’ambito della XI edizione della rassegna Naxos Legge, il volume “Il re e il palazzo. Studi sull’architettura del Vicino Oriente: il bit-hilani” (Felici editore), la tesi di laurea in archeologia che Giuseppe Sinopoli avrebbe dovuto discutere, proprio nel giorno del suo funerale, con il professore Paolo Matthiae, lo scopritore dell’antica Ebla.

«Uno studio sugli aspetti figurativi, rituali e simbolici di alcune tipologie architettoniche tra Siria, Palestina e Mesopotamia nel secondo e primo millennio avanti Cristo, scritto – ci dice Giovanni – durante le sue lunghe tournée in giro per il mondo».

«La bacchetta che batte il tempo, la paletta che aiuta a scavare, e la penna stilografica. Mio padre aveva la capacità, come un uomo del Rinascimento, di creare connessioni tra i diversi campi della conoscenza. Una tesi in psichiatria, la composizione e la direzione d’orchestra senza aver mai ottenuto alcun titolo ufficiale in questo settore, autore dei libri “Parsifal a Venezia” e i “Racconti dell’isola” e poi la facoltà di Archeologia alla Sapienza di Roma. Aveva imparato a leggere i geroglifici, a tradurre studi scientifici dal tedesco all’italiano, il vicino Oriente aveva conquistato la sua attenzione, tanto che aveva deciso di ridurre la sua attività di musicista per dedicarsi all’archeologia».

L’archeologo quando scava porta alla luce vite e storie, non solo oggetti. E se dell’illustre musicista sappiamo, qual era lo sguardo di suo padre umanista e archeologo?
«In una delle sue ultime interviste a Roberto Sinigaglia, mio padre disse: “Sono tre le maniere di ricercare il cuore degli uomini. Quello della medicina è il cuore fisiologico, anatomico, la base, il corpo. Lo studio della musica è sempre ancora alla ricerca dell’uomo, nel mistero che lega la massima astrazione della musica con la massima espressione umana. Che può portarti dallo stupore alla commozione, e tutto questo però in un sistema di relazioni quantitative e geometriche sorprendenti. Il terzo, quello dell’archeologia, è la ricerca del cuore e dell’uomo lontano. Di quel cuore che guardava le stelle e capiva molto di più di quanto possiamo capire oggi».

Suo padre aveva vivo il senso della comunità. In quale modo ha messo a disposizione degli altri le sue conoscenze, le sue ricerche e le sue collezioni?
«Era un uomo buono, sensibile, generoso, lontano da forme di divismo e da giochi di salotto, con un’incrollabile fiducia nell’essere umano. Fare musica era per lui condividere un pensiero, un’esperienza. Credeva nei giovani e faceva il possibile per aiutarli. Aveva istituito l’Associazione Music for Archaeology per promuovere attraverso la musica le ricerche archeologiche in Italia e all’estero. Sponsorizzò personalmente, attraverso la propria attività concertistica, gli scavi di Populonia diretti da Antonella Romualdi, quelli di Tell Barri in Siria diretti da Paolo Emilio Pecorella e il restauro di una tomba egizia rinvenuta da Sergio Donadoni. Ideò la Musica negli ospedali con i giovani musicisti dei conservatori impegnati a realizzare concerti in ospedale per gli ammalati. Aveva in progetto la realizzazione di una villa a Luxor, in Egitto, per ospitare la missione archeologica italiana, e così anche in Siria. Voleva mettere a disposizione di tutti la sua collezione privata. Non fece in tempo, ma noi, la sua famiglia, abbiamo portato a termine questa sua volontà. Oggi, al Parco della Musica di Roma c’è una bellissima esposizione permanente e gratuita al pubblico della sua Collezione Aristaios: “non colleziono oggetti, ma idee”».

La passione della musica e quella dell’archeologia hanno in comune l’attenzione per la bellezza, soprattutto quella del passato, un patrimonio che diventa memoria.  
«Rispondo con le sue parole, scritte per il progetto Musica negli Ospedali: “La musica è quantità, misura, nel periodo in cui viene scritta o nell’attimo in cui lo strumento, stimolato dal musicista, la produce. Qui si compie un salto misterioso: quello che noi ascoltiamo è immateriale e nell’attimo in cui lo percepiamo sparisce per diventare memoria. La musica è il segno più sublime della nostra transitorietà. La Musica, come la Bellezza, risplende e passa per diventare la memoria, la nostra più profonda natura. Noi siamo la nostra memoria».

Suo padre era innamorato della grecità che ritrovava in Sicilia e legato alla Sicilia stessa.
«La scoperta del mondo antico è nata nel periodo degli studi liceali. A Venezia, con il grecista e latinista Enrico Turolla si appassionò alla lettura dei classici e del mito. Poi ci fu la composizione, ma anche nelle sue partiture c’era sempre un riferimento al mondo classico. In “Sintassi Teatrale”, composta tra il 1966 e il 1968, prima sua composizione eseguita in pubblico, i testi sono tratti da Saffo, Sofocle e Alcmane. Nella composizione per nastro magnetico Archeology city Requiem, eseguita per l’inaugurazione del Centre Pompidou di Parigi, il riferimento al mondo antico è immediato. Viaggiò per tutta l’Europa, ma l’esperienza siciliana, legata alla sua gioventù, lo accompagnò per tutta la vita. Diceva: “Sono un siciliano che, nel suo modo di pensare, è vecchio di 4000 anni”».

E, infatti, profondo era il suo rapporto con Messina e con Taormina...
«Era nato a Venezia, ma nel 1951 la sua famiglia si trasferì per dieci anni a Messina, dove mio padre scoprì la musica, ascoltando le bande che suonavano ai funerali. Vi ritornò in veste di direttore d’orchestra per l’inaugurazione del Teatro Vittorio Emanuele, nel 1985, con la Philharmonia Orchestra. Trent’anni dopo, aveva ritrovato i luoghi della sua infanzia! Seguì l’esperienza taorminese, decisiva per lui. A Taormina presentò al pubblico un progetto nuovo per quel tempo: il rapporto tra opera e mito. Per quelle proposte culturali giungevano turisti da tutte le parti del mondo. Voleva fare di Taormina un centro culturale internazionale».

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