Sabato, 27 Novembre 2021
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LA RECENSIONE

"L'orizzonte degli eventi", se il tutto e il nulla si toccano

di
Il terzo romanzo di Alessandro Notarstefano

Di fronte all’espressione “orizzonte degli eventi” si sarebbe tentati di pensare all’illusoria linea dell'orizzonte fisico, quella curva ingannevole che ci ispira e ci tranquillizza, eppure non esiste, è un effetto ottico e psicologico. Come certi nessi di causa-effetto, come il concatenarsi delle cose della nostra vita, quando è più che evidente che le emozioni non seguono le leggi della fisica, e dentro di noi – qualunque cosa noi siamo – sta tutto assieme, memoria e percezione, ricordo e giudizio, illusione. Un sorprendente esperimento di letteratura non-lineare, ma ispirata più ai costrutti della fisica quantistica che allo sperimentalismo del Novecento (per quanto i suoi padri nobili, da Robbe-Grillet a Perec, assieme a certo Calvino, vecchi amori dell'autore, si vedano tutti, in controluce), si trova in (appunto) “L'orizzonte degli eventi” (Nardini editore), terzo romanzo di Alessandro Notarstefano, messinese, classe '60, direttore della Gazzetta del Sud.

Non lineare è la storia dell'io narrante, fotoreporter, abitante d’una città mai nominata né definita e che ricorda assieme molti luoghi letterari, spiagge normanne e fondachi da metropoli mediterranea, grattacieli che sembrano di marzapane e piazze di spaccio, lungofiume e case basse. Ma poco importa: il paesaggio qui è tutto interiore, trascorre fra i luoghi e le epoche, che sono soprattutto identificate coi legami, con sette donne che – quasi canone alchemico – accompagnano e segnano la vita del protagonista. Noemi la pattinatrice, Muriel la morbida, Amina la scrutatrice delle stelle (che coniuga l'astrofisica all'etimologia, come se in fondo la poesia potesse essere una funzione della scienza, o viceversa), che sarà madre di suo figlio Eric e quasi si ripeterà in Roxanna, moglie di Eric e appassionata botanica, Leonor divorata dal “male oscuro”, Annette coi suoi giudizi tagliati con l'accetta e le sue verità sotto sale, la formidabile barlady Pussycat che conosce la ricetta della consolazione, e non è alcolica. Ma non ha senso cercare un canone (altre combinazioni sarebbero possibili, altri elenchi), o una linea, men che meno evolutiva, delle relazioni: nell' “orizzonte degli eventi”, così come ce lo racconta la fisica, tutto coesiste, come nei buchi neri, dove – letteralmente – nel collasso della materia non c'è spazio per il tempo né per la luce, e da cui non si può uscire.
Siamo tutto ciò che siamo stati, in ogni attimo, sembra dirci l'autore e certo ce lo dice l'io narrante, che ha vent'anni e sessanta e trenta, e mescola in pagina – con grande abilità e una cifra di preziosa eleganza – ogni attesa e ogni dolore, ogni effetto-affetto randagio che non trova la sua causa o la perde, o la reinveste, perché la natura dell'umano è – ci direbbe Amina, donna-wikipedia che incarna un curioso ottimismo della ragione temperato da un'empatia cosmica – come la luce, «ondulatoria e corpuscolare» assieme, per definizione indefinibile.
Il presente, dimensione liquida che infiltra tutte le altre, sembra l'unico modo per vivere al protagonista, che pure di mestiere, e per passione, fa il fotografo, e dovrebbe essere votato a fermare l'attimo, renderlo assoluto. Ecco che “l'orizzonte degli eventi” potrebbe essere la raccolta di foto, la linea immaginaria costituita da quei singoli punti dello spazio e del tempo (“aoristici”, potrebbe definirli uno dei personaggi, forse l'enciclopedica Amina) che certificano ciò che siamo stati, ciò che saremo per sempre. Ma dovremmo qui riconoscere alla fotografia quella metafisica qualità di farsi autentico frammento di realtà, ontologia, non solo la sua immobile rappresentazione: un'invention de Morel benigna nel male del tempo (che, e questa è l'unica etimologia che Amina non ci svela, per sua natura “taglia”, e allora è solo la Bellezza a potergli sottrarre la falce o l'ascia).
Il protagonista si confronta più volte con le sue foto, preso nel dissidio del reporter che deve documentare e del poeta che deve sentire, cogliere non il fermo immagine ma il flusso, il ritmo, il battito (come fa suo figlio Eric, rapper sopraffino e ingegnere aerospaziale: tutti gli scienziati, nel libro, sono poeti, e l'impianto stesso del romanzo si nutre delle più ardite teorie scientifiche e assume materiale immaginativo dalla fisica e dalla matematica, secondo un gusto molto contemporaneo). Perché ci sono immagini «che raccontano storie» e immagini «che raccontano se stesse», e il protagonista le segue, le persegue entrambe, perché «le cose succedono solo se le fotografo».
Qui, forse, sta la saldatura anche col mestiere dell'Autore, giornalista alle prese con le cronache del mondo, e avvezzo ai temi più sottili della rappresentabilità del reale e della sua etica. Non esiste, d'altronde, la rappresentazione oggettiva, dal momento che tutto è inquadratura, tutto è relazione, e dunque tutto è scelta: «Scavo tra le mille linee mute, cerco forme che abbiano già, tra loro, stabilito un contatto: spesso è un legame misterioso e sottile, e il mio compito è soltanto quello di trovare il filo...». E d'altronde i giornalisti cacciano allo stesso modo verità e verisimiglianze, «inseguono storie vere ma vivono soprattutto di argomentate leggende».
E in questo orizzonte di flussi e di punti arriva, come un fulmine, con un suo maligno potere di riorganizzazione semantica dell'esistenza e dei suoi linguaggi, il cancro. Che il protagonista ravvisa come una forma di vita con suoi propri obiettivi e una sua «buona salute» che non si cura d'altro, nemmeno dell'estinzione del suo ospite, ormai settantenne, che assiste, confinato davanti a uno schermo, assediato dalla morte (ma la morte c'era già nelle spiagge dei suoi vent'anni, nei cocktail dei suoi trenta, nelle avventure di sesso o d’anima di ogni sua età: cos'è la letteratura se non l'unico scudo, l'unico sortilegio per tenerla a bada?), alla missione spaziale del figlio Eric.
Un altro grande asse del romanzo è, tra le relazioni, la paternità, «l'arte della guerra tra padre e figlio». Il protagonista è preso tra un padre normativo ma che gli ha dato il gusto del cinema e degli aquiloni e un figlio che coltiva un'idea dell'amore e dei legami del tutto opposta alla sua, al suo caos sentimentale, alla sua inquietudine programmatica: «Resto colpito quando m'imbatto in qualcuno che gli amori li costruisce», e non si limita a coglierli e collezionarli, trattenendoli poi per sempre nel suo “orizzonte degli eventi” dove tutto consiste e nulla accade. Eric, d'altronde, farà l'astronauta, ovvero sarà l'uomo delle procedure, l'uomo degli obiettivi ad ogni passo che il protagonista non è stato, anche se suo padre lo avrebbe voluto.
Il maschile non si esaurisce in questi legami forti: ci sono i due amici Marcel e Leo, due ancore di buonsenso e certezza a cui il protagonista-aquilone è sempre legato, pur se non ne condivide il realismo, il buonsenso consolatorio, le strategie d’adattamento.
Se la vita è tutto ciò che siamo, il linguaggio è il modo per scoprire che lo siamo in ogni istante per intero, in ogni spazio e in ogni tempo, e nell'istante in cui moriamo «l'intera vita muore». E allora il romanzo, stella collassata, potrà chiudersi solo con il morire della voce. Che è un modo per dire che non morirà mai.

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