Giovedì, 19 Maggio 2022
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L'INTERVISTA

Quella fame (blu) è amore. A colloquio con la scrittrice catanese Viola Di Grado

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Un romanzo spiazzante e lirico, feroce e tenero ambientato in una Cina restituita alla sua spaventosa, contraddittoria bellezza

«Ci piace amare perché è un sentimento commestibile. Ma pure l’odio è un sentimento commestibile. E entrambi, dopo che l’organismo li ha digeriti ed espulsi, possono lasciare scorie terribili di desiderio. E non sempre si può guarire». Così pensa la voce narrante di “Fame blu”, l’ultimo bel romanzo, spiazzante e lirico, feroce e tenero, di Viola Di Grado, catanese ma con tante parti di sé sparse per il mondo, figlia d’arte (la madre scrittrice è Elvira Seminara, il padre italianista e critico letterario è Antonio Di Grado), orientalista e con l’Oriente nella testa, come la protagonista del suo romanzo, una giovane insegnante di italiano a Shanghai, di cui non si pronuncia il nome perché, come recita l’esergo di Octavio Paz, «Amare è spogliarci dei nostri nomi».

Lei ha studiato tutto della Cina, «la storia e la poesia, l’intelligenza della lingua con molti simboli e poca grammatica, astratta e musicale, nata per comunicare con gli dei», e per amore del fratello gemello Ruben prematuramente scomparso e che avrebbe voluto aprire un ristorante a Shanghai, si reca «in questa che era ancora la città più ricca, più arrogante, più favolosa».

Si ritrova così, per ritrovare il suo doppio, Ruben, e se stessa, in una Cina «immensa, cerebrale, sorniona», «il paese della filosofia e delle sex dolls», pieno di contrasti, bellezza e incubi, onnipotenza e miseria, «strade larghe e sconosciute al posto del pensiero», palazzi «così alti per non vedere il lato marcescente della vita in basso». Attraversare, assieme alla lingua, odio, frustrazione, solitudine e amore, un sentimento senza nome, di cui ha una «fame oscura, assoluta, così piena di timore e di speranza da sembrare religiosa». E «sotto un cielo torbido, saturo di esalazioni chimiche e degli aromi delle rosticcerie di strada», rimpicciolirsi in quella metropoli «febbricitante, cumulativa, fastosa e misera», scoprire con la giovane Xu un’idea di futuro e di salvezza, essere finalmente “nominata”.

Viola, “Fame blu” è fame d’amore? Perché blu?
«È in generale la fame di riempire un vuoto affettivo. La storia ha inizio da un lutto e il vuoto lasciato dalla morte del fratello è ciò che la protagonista tenta di colmare. L’amore è solo una parte del materiale con cui cerca di chiudere questa crepa. Blu è il colore dominante di Shanghai, delle sue luci fantasmatiche, e anche il colore degli occhi di Ruben, che nel romanzo esiste solo come fantasma. È anche “triste” in inglese, che è la prima lingua con cui la protagonista tenterà di sconfiggere la propria tristezza, rivolgendo la parola a Xu nel locale (illuminato di blu)».

Tu hai sempre avuto un grande interesse fisico per il linguaggio. In quale rapporto stanno corpo e scrittura?
«La divisione corpo/mente è uno degli errori culturali dell’Occidente. Nel momento in cui la si rifiuta, come accade nel pensiero cinese, la scrittura risulta contigua al corpo. Io tengo particolarmente a questa contiguità, perché uno dei miei scopi è raggiungere l’immediatezza che hanno le altre forme d’arte, come la musica e la pittura. L’immediatezza che si può raggiungere solo con un linguaggio universale e sensoriale, che naturalmente la scrittura non può essere, eppure la tendo come un elastico fino a spaccarla, o la sbuccio per avvicinarmi al nucleo delle cose, sperando di avvicinarmi al mio scopo».

La tua scrittura ha un valore “documentario” insieme a quello narrativo per avvicinare la cultura orientale a quella occidentale.
«Credo sia perché ho ereditato il gene scrittura da mia madre e il gene studioso da mio padre: mi piace che ogni mio romanzo sia anche un deposito di conoscenze, frammenti di nozioni, perché la conoscenza – soprattutto se di culture lontane dalla propria – è la più grande forma di libertà, perché offre il confronto necessario per definire se stessi».

In questo caso racconti una Cina «immensa, cerebrale, sorniona, dove Shanghai era ancora la città più ricca, più arrogante, più favolosa». Noi “occidentali” dovremmo comprenderla meglio, al di là degli stereotipi?
«Ovviamente. Della Cina in Occidente non si sa nulla. E mentre il Giappone, pur essendo altrettanto stereotipato, ha nel nostro immaginario un hype glitterato che porta tutti a desiderarlo, la Cina è appiattita a territorio ostile e alieno, che per molti è sinonimo di violenza. È vergognoso. La Cina è un Paese straordinario, con una cultura millenaria e complessissima, e una filosofia che molto prima della nostra ha detto già tutto. A proposito: la cultura giapponese nasce da quella cinese, non mi stancherò mai di ricordarlo».

Eppure certe contraddizioni o certi usi, l’accumulo nevrotico di questa metropoli sconfinata, tu non manchi di rilevarli.
«La Cina è bella e spaventosa. Fa paura nei suoi estremi e nei suoi contrasti. Ma molte cose belle sono spaventose. I miei sogni più interessanti sono incubi terribili».

Perché due personaggi femminili (il maschile rimane sfumato, comparse oppure un “fantasma” come Ruben) per raccontare l’amore e il dolore e la Cina stessa?
«Perché nella relazione tra due donne, al contrario che in quella tra un uomo e una donna, si tende alla fusione, alla simbiosi, e dunque mi interessava creare in questa doppia immagine femminile un’ampia cassa di risonanza per il trauma (e la sua possibile risoluzione)».

Un luogo, la Cina, dici, dove «il cibo è fantasioso e ti fa stare meglio». E infatti il rapporto quasi ossessivo con il cibo e tutte le metafore ad esso legate è strettamente legato al tema del corpo.
«Il cibo è simbolico, riflette il nostro rapporto con l’affettività. La protagonista si abbuffa, Xu invece osserva il cibo andare a male».

La perdita, la solitudine, l’amore, la disperazione e la speranza sono i temi da te trattati. La tua è una scrittura etica?
«La scrittura non può essere etica. Mi sento piuttosto, come dice Coetzee, una segretaria dell’invisibile. Il mio compito non è giudicare ma prendere nota di ciò che c’è ma non si vede».

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