Lunedì, 06 Febbraio 2023
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L’“altro Rinascimento” nell’opera di Bosch. La mostra a Milano

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Coi suoi mostri fantastici, diverso e lontano da quello legato al mito della classicità

Partiamo da un presupposto: in tutto il mondo e sparse per vari musei, le opere sicuramente attribuite a Jheronimus Bosch (1453 – 1516) sono appena una ventina. E allora trovarne tre, tutte insieme e di provenienze diverse, all’inizio del percorso di una mostra suscita un’emozione forte e particolare. I dipinti visibili con un unico colpo d’occhio, hanno un effetto molteplice: immergono nello stile visionario del pittore olandese; impegnano in un viaggio onirico e fantastico, frutto anche della lettura personale di chi guarda; riportano in un altro tempo, che non è banalmente solo il Cinquecento in cui operò l’artista, ma quello a varie dimensioni che ciascuno di noi ha nella mente se sollecitato; rinnovano l’entusiasmo per la capacità creativa dell’uomo, sopravvissuta nei secoli a qualunque guerra e a qualunque regime. Tanto più se l’allestimento, che fa muovere i visitatori in penombra, centra poi con la luce ogni singolo millimetro delle opere, riuscendo a dare rilievo a ogni particolare in quell’apparente caos di creature, umane e non, che volano, camminano, strisciano, incombono.
Il linguaggio figurativo di Bosch rimane quindi vincente e predominante nonostante un’esposizione a tesi – molto interessanti e scientificamente dimostrate – e a una ricchezza di opere (non solo pittoriche) di altri artisti che a lui si sono ispirati, che ci dà un quadro complessivo, quasi esaustivo, di tutto un mondo, in cui sono stati coinvolti anche gli artigiani.
Allestita con la direzione artistica di Palazzo Reale (che la ospita fino al 12 marzo) e Castello Sforzesco, promossa da Comune di Milano-Cultura e realizzata da 24 Ore Cultura, la mostra «Bosch e un altro Rinascimento» si presenta con un progetto inedito e un’idea affascinante (non del tutto nuova, ma qui sviluppata per la prima volta in maniera approfondita): Bosch rappresenterebbe «l’emblema di un Rinascimento alternativo, lontano da quello governato dal mito della classicità, ed è la prova dell’esistenza di una pluralità di Rinascimenti, con centri artistici diffusi in tutta Europa». Tre sono i curatori: l’olandese Bernard Aikema, già professore di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Verona, lo spagnolo Fernando Checa Cremades, professore di Storia dell’Arte all’Università Complutense di Madrid e già direttore del Museo del Prado, e Claudio Salsi, direttore Castello Sforzesco, Musei Archeologici e Musei Storici e docente di storia dell’incisione all’Università Cattolica di Milano.
Un progetto che, per la difficoltà di spostare opere che raramente hanno lasciato le loro sedi (tanto che alcune dovranno rientrare prima della chiusura della mostra), ha richiesto cinque anni di preparazione, l’intervento decisivo delle Ambasciate italiane a Lisbona e a Bruxelles, la concessione in cambio di prestiti importanti. Il risultato finale premia questo enorme sforzo.
Quello proposto non è un Anti Rinascimento, che qualcuno aveva teorizzato in passato, ma un insieme di Rinascimenti, in chiave europea, in un’ottica di scambio di esperienze, sottolineato dal fatto che il successo di Bosch sia nato nella parte mediterranea del Vecchio Continente, soprattutto in Italia e in Spagna. Del resto le “strane” figure di Bosch si sono prestate nel corso dei secoli a interpretazioni diverse, legate alle varie temperie culturali. Se certamente l’Umanesimo vi vedeva messaggi simbolici, legati alla religione come anche alle incongruenze svelate del mondo interiore, subito dopo l’arte del pittore fiammingo divenne pretesto per riprendere la moda delle «grottesche», in cui coincidevano fantasie e mostruosità.
E ancora: se l’Illuminismo con i suoi eccessi di Ragione aveva messo da parte le “bizzarrie” di Bosch, il Novecento lo ha rivalutato, come scrivono i curatori nel catalogo, «questa volta come precursore del culto dell’irrazionale, del subconscio, del surrealismo». Del resto, nel «primo manifesto surrealista», André Breton elesse l’artista come «il padre fondatore del Surrealismo». Questo ci fa capire perché – ed è quello che succede in questa mostra – viviamo Bosch anche come nostro contemporaneo. Prendiamo, per esempio, il «Trittico delle tentazioni di Sant’Antonio», l’opera che apre il percorso espositivo insieme con «Trittico dei santi eremiti» e «Meditazioni di San Giovanni Battista». C’è uno spettacolo (parola molto specifica in questo caso) «di mostri e creature inverosimili di ogni sorta, costruzioni architettoniche improbabili e un allucinante incendio notturno sullo fondo». Ma ci sono anche esempi del mondo diabolico. I curatori sottolineano quello del «gruppo a destra nella tavola centrale, che presenta un vecchio che accompagna una strana figura di donna-pesce con un bambino, montata su un topo gigantesco: il riferimento, irriverente, provocatorio e “alla rovescia” è alla fuga in Egitto». Un modo per denunciare la falsità di Satana.
La mostra poi mette a confronto il pittore fiammingo e importanti dipinti della sua Bottega con la «moda delle immagini alla Bosch», una serie di spettacolari opere d’arte realizzate in molteplici tecniche, tra cui si distingue lo straordinario ciclo dei quattro arazzi dell’Escorial e quello con l’elefante del pittore francese Antoine Caron, per la prima volta esposti tutti insieme. Queste creazioni, a loro volta, stimolarono un nutrito numero di pittori e incisori di spicco. In particolare diffondevano il linguaggio boschiano le stampe, tra cui emerge l’opera di Pieter Bruegel il Vecchio (il più importante seguace di Bosch) presente in mostra, oltre che con dipinti, con una decina di incisioni.
E fra le altre ne basterebbe una, il «Mostro marino» di AlbrechtDürer, per capire quanto – pur “oscurato” da Bosch – ci sia da vedere in questa mostra. Che si conclude con un altro capolavoro, posteriore e italiano, che nella sua diversità tecnica e sostanziale, ci ricorda come la misura della fantasia sia inesauribile: è il famoso «Vertumnus», dipinto da Giuseppe Arcimboldo nel 1590. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo è ritratto attraverso una composizione di fiori e frutti. Come dire: a ognuno il suo Rinascimento e ogni Rinascimento è fondamentale. Oggi forse ne avremmo bisogno di un altro.

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