Giovedì, 09 Febbraio 2023
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L'INTERVISTA

L'ultimo libro del prof. Caridi: "Vi racconto di quando il potere era al Sud"

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Una lunga serie di saggi per studiare quel Meridione di cui andare orgogliosi

Uscirà domani il nuovo volume del prof. Giuseppe Caridi​ «Ferrante re di Napoli. Quando il potere era al Sud»,​ edito da Rubbettino. Recentemente insignito del Premio letterario “Città di Siderno” per la sezione saggistica con l’opera «Gli Aragonesi di Napoli. Una grande dinastia del Sud nell’Italia delle Signorie», il prof Caridi – già ordinario di Storia moderna a Messina, ora docente di Storia dell'Europa alla Scuola superiore per mediatori linguistici di Reggio – non ha mai smesso ​ di attingere alla fonte della ricerca ​ per nuove indagini e nuovi saperi.

Del suo ultimo saggio dice: «Ho voluto mettere in evidenza, attraverso la biografia di un sovrano che per 36 anni, dal 1458 al 1494, governò il Mezzogiorno d’Italia, come un’egemonia per lunghi tratti dal Sud si esercitasse sul resto della Penisola. Ferrante ebbe strette relazioni con alcuni personaggi di grande rilievo nel panorama politico del tempo, da Lorenzo il Magnifico a Ludovico il Moro, ad Alessandro VI, sui cui potentati riuscì con alterne alleanze a imporre infatti una leadership a volte così accentuata al punto che nel 1480 si era sparsa addirittura la voce che aspirasse a diventare re d’Italia. Durante il suo regno la corte di Napoli, frequentata grazie al suo mecenatismo da alcuni dei maggiori umanisti italiani, come il Panormita, Giovanni Pontano, Iacopo Sannazaro, divenne un importante centro del Rinascimento e non aveva nulla da invidiare in campo culturale alle corti del resto d’Italia».

Aggiunge il prof. Caridi, da oltre vent’anni presidente della Deputazione di Storia Patria della Calabria: «Con il passare dei secoli, il divario tra il Nord e il Sud del Paese, ancora non molto rilevante all’indomani dell’Unità, si è fortemente accentuato determinando in larghe fasce dell’opinione pubblica meridionale un complesso d’inferiorità che ha favorito un nostalgico​ rivendicazionismo antiunitario».

E allora, qual è il ruolo degli intellettuali  nel riportare il Sud al centro della politica nazionale?

«Il loro compito dev’essere di orientamento della pubblica opinione, delle cui esigenze dovrebbero farsi interpreti, e di costante stimolo alla classe politica perché porti avanti iniziative volte a superare la marginalità in cui il nostro Mezzogiorno è stato da secoli confinato, dimostrando, anche attraverso la rievocazione di fasi positive del passato da rivendicare con orgoglio, che la sua subalternità non deve considerarsi una condizione irreversibile».

Passaggio naturale è la questione meridionale. Com’è cambiata?

«Dopo decenni durante i quali è stata al centro del dibattito politico e storiografico nazionale sulla scia di illustri meridionalisti del calibro di Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini e dello stesso Gaetano Cingari, mio compianto maestro, vi è stato un lungo periodo di disinteresse, complice l’avanzata di forze politiche di matrice nordista che solo di recente, in coincidenza di una fase di forte declino, sembravano​ avere cambiato opinione. Evidenti segnali di ulteriore prevaricazione nei confronti delle regioni meridionali, come la ventilata autonomia differenziata, se da un lato sono indicativi della pervicacia di certe posizioni nordiste, dall’altro possono concorrere a risvegliare l’opinione pubblica del Sud. Ciò a condizione ​ di riuscire a fare comprendere i gravi rischi di tale progetto, che penalizzerebbe in modo pressoché irreversibile sotto il profilo economico e dei servizi essenziali un territorio già fragile».

​ Una tematica che ha tenuto viva la sua sete di ricerca; con la Calabria ​ al centro di questo scenario.

«Nel 1996 ho pubblicato, insieme con Pietro Borzomati per la casa editrice SEI di Torino, l’antologia “La questione meridionale. Studi e testi”,​​ in cui si sono passati in rassegna gli scritti​ dei principali meridionalisti classici. Nei miei più recenti volumi ho voluto​ porre in risalto personaggi che hanno operato a lungo nel Sud e nella stessa Calabria e che si sono innalzati a livello europeo, come Carlo III di Borbone, Alfonso il Magnanimo, Ferrante d’Aragona e, in campo ecclesiastico, san Francesco di Paola, patrono della Calabria, che, andato in Francia su richiesta del re Luigi XI, vi è poi rimasto sino alla fine della sua vita quale padre spirituale ma anche a tratti nella veste di consigliere politico dei sovrani Carlo VIII e Luigi XII».

In scenari sempre più globali, cosa possono fare i giovani del Sud, per il Sud?

«I giovani calabresi e meridionali devono prendere coscienza che è necessario un loro impegno anche di carattere politico in modo da spingere le forze politiche a utilizzare parte rilevante dei fondi destinati dal Pnrr all’Italia per attenuare il divario economico tra il Sud e il Nord del Paese, causa principale dell’esodo dai luoghi natii che si prospetta loro alla fine dei corsi di studio. Da un recente studio risulta infatti che, in termini di occupazione, con lo stesso numero di abitanti (circa 20 milioni), la macroarea comprendente Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Liguria conta 9.300.000 addetti laddove, invece, nel Mezzogiorno l’occupazione si limita a 6.200,000 unità. Una marcata differenza che, se non si inverte la tendenza, costringerà i giovani meridionali, spesso in possesso di laurea specialistica, a trovare sbocchi lavorativi solo attraverso l’emigrazione. Ciò porterebbe ad un ulteriore drenaggio di risorse dal Sud, dove si sono formati con notevoli costi, verso il Centro-Nord o all’estero. Lo studio del passato di un Sud e una Calabria che in campo politico, economico e culturale non avevano nulla da invidiare al resto del Paese può servire a rendere le giovani generazioni orgogliose della loro appartenenza territoriale e considerare che il divario attuale non è ineluttabile ma è grazie anche al loro impegno che si può attenuare questa annosa disuguaglianza»

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