Venerdì, 30 Ottobre 2020
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Il Coronavirus ha cancellato 17mila matrimoni, così "crolla" una filiera da 40 miliardi

È stato tenero vedere in tv le immagini delle rare coppie che sono andate a sposarsi con la mascherina, sole, senza invitati, private anche del bacio di rito, per non parlare del pranzo di nozze, delle foto di gruppo e degli invitati. Quasi da commedia romantica in versione coronavirus, poi, le nozze celebrate, per ora solo negli Usa e nel Regno Unito su Zoom party, con gli sposi collegati in video davanti agli invitati vestiti a festa a casa loro.

Ma a fronte dei pochi decisi a dirsi implacabilmente «sì» nella data fissata quando il coronavirus era uno sconosciuto, la stragrande maggioranza di chi doveva sposarsi, di fronte a limiti, regole, divieto di assembramenti e quindi di emozioni, abbracci e baci davanti alle torte a tre piani, ha preferito tirare il freno a mano e procrastinare: sono 17mila i matrimoni cancellati tra marzo e aprile, 50 mila quelli che secondo le stime salteranno tra maggio e giugno.

Se per spose, sposi, madri delle spose e invitati si tratta di un frustrante cambio di piano, chi di matrimoni ci vive sta messo molto peggio. La filiera fatta di imprese di abiti nuziali, catering, wedding planner, fioristi, organizzatori di eventi, fotografi, location matrimoniali, musicisti, noleggiatori di auto da cerimonia e, tra gli altri parrucchieri specializzati, che ogni anno fattura in totale 40 miliardi di euro circa, è a terra, con una perdita Covid-19 stimata in 26 miliardi di euro e con la prospettiva di una ripartenza prevista nella fase tre, ma ancora avvolta nella nebbia, senza un calendario certo.

Un grido di allarme si è appena alzato dalla Sicilia, con una lettera inviata al presidente Mattarella, al premier Conte e a i presidenti di tutte le Regioni, dall’Italian wedding industry, neonata compagine che ideata per difendere la categoria nell’emergenza Covid dagli imprenditori siciliani (settore abiti da sposa) Umberto Sciacca e Sery Cordaro, con la manager di Expò Catania, Barbara Mirabella, ha coinvolto, spiega Sciacca all’AGI, 3200 imprenditori del settore, da sud, nord e centro Italia.

«La nostra lettera è un grido di allarme di un settore intero che si sente profondamente colpito, non solo dalla pandemia in atto - scrivono i protagonisti del wedding - ma anche dalla scarsa attenzione da parte del governo centrale, che immagina di collocare il nostro settore nella cosiddetta fase 3, senza la previsione di alcune misure di contenimento che non siano crediti da chiedere alle banche». Gli imprenditori hanno stilato una serie di proposte che puntano innanzitutto a date certe per la riapertura e la relativa raccolta di prenotazioni, a finanziamenti a fondo perduto sulla base della diminuzione di fatturato rispetto allo scorso anno, alla sospensione per un anno dei contributi sugli stipendi dei dipendenti che, finita la cassa integrazione, dovranno tornare al lavoro.

Si pensa anche a un anno bianco, cioè di sospensione di ogni tipo di tassazione che, senza fatturato, le aziende non sarebbero in grado di pagare. Oltre a invocare la possibilità di prolungamento della cassa integrazione per i dipendenti fino alla fine dell’anno, gli operatori pensano anche alla tutela dei lavoratori stagionali, che causa annullamenti degli eventi, rimarranno disoccupati per la stagione 2020. E ancora, misure a sostegno degli affitti, e, tra l’altro a incentivi a fondo perduto per l’adeguamento degli impianti di condizionamento e di sanificazione previsti dal governo.

Per non restare fermi troppo a lungo, si chiede anche di permettere l’apertura immediata di attività di eventi e di ristorazione che si possano svolgere all’aperto nel pieno rispetto delle distanze e dispositivi di sicurezza: «Abbiamo già perso tutto il comparto del wedding destination, animato da stranieri che scelgono l’Italia, soprattutto la Toscana, la Puglia e la Sicilia per sposarsi, con un business che muove quasi 500 milioni di euro l’anno - chiarisce Mirabella all’Agi - cerchiamo almeno di salvare gli eventi all’aperto diretti al mercato interno».

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