Mercoledì, 17 Luglio 2019
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L'ANALISI

Banca d’Italia, autonomia fa rima con democrazia

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L’irrazionale rivoluzione gialloverde non si ferma, costi quel che costi. Ultimo bersaglio la Banca d’Italia, che dovrebbe essere “demolita” e “ricostruita” secondo la volontà degli architetti della perfezione, i vicepremier Salvini e Di Maio. Il vento del cambiamento fine a se stesso soffia impetuoso anche sulla Consob, la Commissione nazionale per le società e la Borsa.

Poco male se le strategie del governo valgono qualche altra decina di miliardi di euro bruciati sull’altalena dei mercati finanziari, poco male se questi miliardi sono i risparmi degli italiani. Certo, qualcuno avrebbe dovuto pagare per tutte le crisi bancarie che si sono susseguite. E il Nord ne ha distrutto di ricchezza, pure quella raccolta al Sud per essere impiegata a sostenere capitani d’industria “finto-virtuosi”. Ma è davvero tutta colpa di Banca d’Italia e Consob, o nella crisi c’è stata e c’è di mezzo la solita politica, tra l’altro di memoria corta?

Sì, la politica, anche quella “falsa-nuova”. In proposito è utile ricordare una storia targata Lega. Il 21 febbraio del 2000 nasce a Milano la Popolare CredieuroNord, sponsorizzata da Umberto Bossi che, con una lettera ai vertici del partito, sottolineava la necessità di promuovere iniziative di sviluppo del territorio e, di conseguenza, la crescita del partito che si batteva contro Roma ladrona.

I mascalzoni avevano tutti la residenza nella Capitale? No, tanto che nel 2003, appena tre anni dopo, un’ispezione della Banca d’Italia (l’istituzione indipendente che si vorrebbe azzerare) evidenzia gravi problemi gestionali per cui verranno sanzionati i vertici, tutti di nomina leghista. Si mette una pietra sopra e CredieuroNord viene salvata dalla Popolare di Lodi, di lì a poco al centro di un altro scandalo.

Al giorno d’oggi è cambiata qualche cosa? O il vero problema resta l’interferenza della politica sul sistema creditizio? Facciamo in modo che la Banca d’Italia resti super partes: abbiamo il sospetto che si voglia far pagare la diffusione di dati economici non in linea con l’ottimismo fideistico del Governo. Che crede nei miracoli e nelle ricette che aumentano a dismisura la spesa pubblica.

Sempre in tema, un’ultima riflessione andrebbe fatta sul mercato degli Npl, leggasi crediti bancari non performanti. L’Europa, e l’Italia non si è opposta al diktat, obbliga le banche a disfarsene a valori tra il 15 e il 20 per cento del nominale. Non sapremo mai se questi capitali sarebbero stati recuperati e in che misura, ma è certo che alcuni fondi specializzati si arricchiranno. Il conto di questo arbitraggio toccherà pagarlo ai contribuenti. Come sempre.

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