Lunedì, 24 Settembre 2018
OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Irak, adesso si rischia una guerra civile tra gli sciiti

di
medio oriente, siria, Sicilia, Mondo
L’Iran va a caccia della rivincita nelle elezioni irachene

Abbiamo più volte sottolineato come nella diplomazia contemporanea spesso vengano confuse tattica e strategia. E quello che sta succedendo in questo momento nel Medio Oriente lo dimostra. Basta muovere le tessere del mosaico, pensando di aggiustare un conflitto regionale, che subito si muovono tutte le altre, facendo ballare (e sballare) qualsiasi scenario o previsione. È l’evoluzione logica di relazioni internazionali che non riescono a governare le crisi e che, anzi, finiscono col saldarle tra di loro, dando vita a quelle che possono essere definite “macro-aree di crisi”. Il programmato attacco nel nord-ovest della Siria contro Idlib, per chiudere la partita con le ultime forze ribelli rimaste, sta provocando una serie di sommovimenti che toccano anche teatri diversi, come l’Irak e il Libano. La notizia più sensazionale, infatti, in queste ore arriva da Bassora, nel sud dell’Irak, dove le milizie sciite locali si sono rivoltate contro i loro (ex) patrons iraniani. L’insurrezione avrebbe contagiato anche la capitale, Baghdad, con scambi di colpi di mortaio e conseguente coprifuoco. Situazione confusa, quindi, per usare un eufemismo. O, per essere più chiari, l’ennesimo giro di valzer, che rende quasi impossibile delineare scenari realistici nel Medio Oriente. Fonti (superaffidabili) del Mossad e dello Shin-Bet (i servizi segreti d’Israele) parlano di scenari apocalittici nel sud dell’Irak, nello Shatt-al-Arab, dove Tigri ed Eufrate si ricongiungono. Il Paese sarebbe sull’orlo di una guerra civile fra sciiti, con l’aeroporto internazionale di Bassora bombardato dai razzi e il terminal petrolifero di Umm Qasr caduto nelle mani dei rivoltosi. Alle origini di quella che appare una vera e propria sollevazione popolare c’è la difficile situazione economica irakena e il drammatico calo della qualità della vita. Di cui molti civili cominciano ad accusare gli iraniani, che influenzerebbero negativamente e con arroganza le scelte del governo di Baghdad. Famoso l’episodio di questa estate, quando le milizie degli ayatollah tagliarono l’elettricità a Bassora, perché gli irakeni non pagavano le bollette. La conseguente mancanza di aria condizionata e acqua, con una canicola di quasi 50 gradi, ammazzò un bel po’ di persone e mandò su tutte le furie il resto dei cittadini. A corroborare il quadro negativo per Teheran c’è un’altra novella. Tra il proconsole degli ayatollah in Siria (il generale Qassam Soleimani) e il leader di Hezbollah (sceicco Nasrallah) non corre più buon sangue. Pare che oltre 5 mila miliziani sciiti libanesi siano stati ritirati dal teatro siriano, per tornarsene alle basi di partenza nella Bekaa, a un tiro di schioppo dal fiume Litani e dal Golan. La mossa ha allarmato lo Stato maggiore israeliano. Per ovvi motivi. E per gli stessi motivi è già partito da Gerusalemme un avviso ai naviganti (sciiti): non pensiate di sfruttare il rischieramento per farvi venire idee strane contro di noi. Siamo pronti a rispondere. Last but not least c’è la patata bollente di Idlib. Venerdì scorso a Teheran si sono incontrati Russia, Iran e Turchia per stabilire il da farsi, mentre dall’altro lato Stati Uniti e Israele si consultavano, preoccupati della piega che stanno prendendo gli avvenimenti. Si tratta di questo: l’assalto finale alla roccaforte ribelle consentirà di chiudere la guerra civile siriana con un marchio che sembra sempre più di natura russo-sciita. E gli altri? Gli Stati Uniti dopo avere speso un sacco e una sporta di dollari nella regione e avere sparso sangue a iosa non ci stanno a veder trionfare Putin, che conquistando Idlib metterebbe il suo marchio finale sulla crisi. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il summit di Teheran si è risolto con un nulla di fatto. Erdogan ha cercato di frenare, per non esporre il suo Paese al prevedibile esodo di massa dei profughi siriani che saranno generati dall’ultima battaglia. Si ipotizza infatti l’arrivo in Turchia di una massa tra 800 mila e un milione di migranti in fuga dalla guerra. Numeri che non potrebbero, nell’immediato futuro, non avere pesanti ripercussioni anche sul Mediterraneo. Ma gli ayatollah e il Cremlino sentono odore di vittoria. E non demordono, tanto che i pesanti bombardamenti russi sono già cominciati. Dall’altro lato e sottobanco, Israele e Usa lanciano minacciosi avvertimenti. A cui si è aggiunta pure la Francia, Paese sempre in cerca di petrolio a buon prezzo e che applica costantemente la massima dei pokeristi: “Piatto ricco, mi ci ficco”.

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