Martedì, 28 Settembre 2021
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A MANBIJ

Quattro militari Usa, miliziani curdi e civili uccisi in un attentato tra Siria e Turchia

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La strage si è consumata all'interno di un ristorante

Per la prima volta dall’arrivo dei soldati americani in Siria quattro anni fa e meno di un mese dall’annuncio del presidente Donald Trump di voler ritirare le truppe dal paese in guerra, un attentato suicida ha ucciso oggi nel nord, vicino al confine con la Turchia, almeno quattro militari statunitensi assieme ad alcuni miliziani curdi e una decina di civili.

L’Isis ha rivendicato l’attentato, compiuto a Manbij, città contesa tra Aleppo e l’Eufrate. L’attacco è stato portato a termine da un kamikaze nei pressi dell’affollato ristorante 'al Umarà' (I principi), di fronte al quale stazionava un veicolo di una pattuglia americana, scortata da combattenti curdo-siriani. Da Washington sono arrivate finora soltanto conferme della morte di alcuni soldati Usa, ma non ci sono dettagli sul numero e sulle loro generalità. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dal canto suo detto di avere informazioni dell’uccisione di cinque - e non quattro - miliari americani.

Secondo Erdogan il bilancio dell’attentato è di 20 morti in tutto. In Siria, gli americani mantengono circa duemila soldati, schierati nel nord e nel nord-est, sulle due rive dell’Eufrate, nelle zone controllate dalle milizie curde locali, espressione dell’ala siriana del Pkk, considerata «terrorista» da Ankara.  Gli Stati Uniti guidano dal 2014 la campagna militare anti-Isis portata avanti da una Coalizione di numerosi paesi. Nella Siria orientale sono stazionati anche militari francesi. E nella zona di Manbij, da alcuni mesi gli americani avevano cominciato a pattugliare la zona assieme a soldati turchi, attestati a ovest dell’Eufrate. Prima di Natale Trump aveva annunciato a sorpresa la volontà di ritirare in tempi molto brevi tutti i soldati, affermando che l'Isis «è stato sconfitto».

La decisione di Trump non era stata condivisa da tutti gli ambienti dell’amministrazione e aveva spinto alle dimissioni sia il segretario alla difesa Jim Mattis sia l’inviato speciale Usa per la Coalizione, Brett McGurk.  Gli stessi curdi del Pkk siriano, sentitisi «traditi» da Trump, si erano rivolti subito dopo alla Russia - che assieme all’Iran mantiene truppe a sud dell’Eufrate - e al governo di Damasco, che per decenni ha discriminato le comunità curdo-siriane. In questo quadro, all’inizio di gennaio erano arrivate proprio a Manbij sia la polizia militare russa che un’avanguardia di forze governative siriane. L’attentato odierno è il primo del suo genere contro soldati americani. Dal 2015 a oggi solo altri quattro militari Usa erano morti in Siria: il primo nel novembre del 2016 in seguito all’esplosione di un ordigno improvvisato a nord di Raqqa; altri due per cause non legate a scontri armati; mentre un quarto era morto nel marzo dell’anno scorso in un’esplosione proprio nella zona di Manbij.

Intanto nel sud-est del Paese l’Isis non sembra sconfitto. E continua ancora a controllare una sacca ristretta di territorio tra l’Eufrate e il confine iracheno. E la Coalizione a guida Usa anche oggi ha condotto raid aerei a sostegno delle forze curde e arabe locali.

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